Le frasi del Bossi a Pontida che a Salvini non riescono più

Bisogna dire, e noi cronisti di cronache padane c’è lo ricordiamo con un po’ di agreste nostalgia, che una volta Pontida era una gran bella festa
Le frasi del Bossi a Pontida che a Salvini non riescono più

Umberto Bossi (foto LaPresse)

Bisogna dire, e noi cronisti di cronache padane c’è lo ricordiamo con un po’ di agreste nostalgia, che una volta Pontida era una gran bella festa. Sul prato c’era un popolo incomprensibile al resto del mondo, c’erano corna e ampolle, contadini (ma veri, no Slow Food) che abbracciavano Luca Zaia protettore del latte italiano e scandivano il nome di Calderoli come fosse un gemello del gol, e c’era il Senatur che poteva dire la qualunque, ma proprio la qualunque. Dai fucili pronti in montagna alla dichiarazione, dopodomani, d’indipendenza. Ora a Pontida ci va il Salvini, e si porta Toti o la Le Pen, non è proprio la stessa goduria.

 

Poi, siccome la fortuna aiuta gli audaci, o gli incoscienti, e Matteo lo è, ecco che gli muore il Carlo Azeglio Ciampi. E lui eccolo pronto, a dire la qualunque come faceva il Bossi: “Politicamente Ciampi è uno dei complici della svendita dell’Italia ai poteri forti”, “uno dei traditori dell’Italia e degli italiani, al pari di Napolitano e Prodi”, uno dei tanti “a svendere il lavoro, la moneta, i confini e il futuro dell’Italia”. Sempre con grande cordoglio, eh. Sono le stesse cose che avrebbe detto, e le ha dette, il Senatur sul Sacro Prato nel bel tempo che fu. La differenza dov’è? Forse che Bossi le sapeva dire; forse che poteva anche farlo. Ma soprattutto che lui, il Bossi, non avrebbe mai, mai, ripetuto così tante volte in una sola frase la parola “Italia”. E che la Marine, lui, manco se la filava. Preferiva le badanti, a Pontida.

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