"Più pregavamo Dio, più ci sparavano". Il racconto dei copti sopravvissuti alla strage in Egitto

I terroristi "hanno colpito anche i bambini più piccoli. Ci hanno chiesto di convertirci, abbiamo risposto che saremmo morti da cristiani"

"Più pregavamo Dio, più ci sparavano". Il racconto dei copti sopravvissuti alla strage in Egitto

I funerali delle vittime dell'attentato a Minya (foto LaPresse)

Roma. “Mio figlio Sameh è stato il primo a essere martirizzato. Quindi hanno colpito Boshra, l’autista – che nonostante le numerose ferite è sopravvissuto –, e poi hanno ucciso mio marito”. Samia Adly è una dei superstiti della strage che venerdì scorso ha colpito nuovamente la comunità copta egiziana. Un pullman di pellegrini diretti al monastero di San Samuele, nei pressi di Minya. Una trentina le vittime, ventisei i feriti.

 

Heba Farouk Mahfouz ha raccolto per il Washington Post le testimonianze di chi è scampato quasi per miracolo all’attentato, magari fingendosi morto. Samia Adly ha perso anche la figlia maggiore, di quattro anni. Non un’eccezione, visto che “anche i bambini piccoli sono finiti nel mirino” della furia jihadista. “Quando i miliziani sono saliti sul pullman hanno chiesto ai sopravvissuti alla prima sparatoria di recitare il credo islamico, di vivere come musulmani praticanti. Oppure, sarebbero stati uccisi”, racconta Nadia Shokry, colpita tre volte.

 

La risposta è stata la preghiera: “Più noi pregavamo Cristo, più la rabbia si impossessava di loro e iniziarono a sparare ancora, in modo più violento”. “Noi abbiamo detto loro che eravamo cristiani e che saremmo morti da cristiani”. Quindi, come ricordava anche padre Antonio Gabriel, sacerdote copto-ortodosso di San Mina a Roma, i terroristi hanno iniziato a “prendere gioielli d’oro, soldi e cellulari dalle donne presenti, prima di colpirle”. I primi a essere presi di mira, dicono i sopravvissuti, sono stati gli uomini.

 

Eppure, davanti all’ennesima strage a cavallo di una festività religiosa, non c’è odio tra coloro che sono ricoverati al Centro ospedaliero “Nasser” del Cairo. “Prego che Dio tocchi i loro cuori, che li cambi in modo che possano vedere la giusta via”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi