La Riforma secondo Lutero

Non si voleva un aggiornamento ecclesiale. Il fine era un sovvertimento radicale. Demolizione e nuova costruzione: questo è avvenuto. Note per il futuro della Chiesa

La Riforma secondo Lutero

“Quel che Lutero intende con liberazione non è altro che il rifiuto del concetto cattolico di sacramento” (nella foto, la statua di Martin Lutero a Worms, in Germania)

Per intraprendere un inquadramento storico delle gesta di Lutero bisogna innanzitutto chiedere cosa si voglia intendere con riforma. Difatti nel tardo medioevo si parlava spesso di riforma della chiesa, addirittura della cristianità, nel capo e nelle membra – un appello che a partire dal famoso trattato del vescovo Durandus von Mende, redatto in vista del concilio di Vienne del 1311, non si era più interrotto. Ma che cosa si intendeva comunemente con “riforma”? In primo luogo si trattava di questioni di diritto canonico, di delimitazioni di responsabilità, procure, spesso e soprattutto di distribuzione equa degli introiti ecclesiastici, cioè di questioni relative al sistema feudale. A causa dei cambiamenti delle forme dell’economia era sorto in questo campo un urgente bisogno di riforma. Le vecchie strutture si conciliavano poco con la nuova realtà economica. Poi si trattava dell’eliminazione degli abusi nella liturgia e nella disciplina. Specialmente in quest’ ultimo campo avvenivano nel tardo medioevo numerosi e seri tentativi di riforma. Una cosa però risulta chiara: quando si parlava di riforma la si intendeva come lo sforzo per un adempimento più scrupoloso dei precetti ecclesiastici ovvero un adeguamento di quest’ultimi a delle mutate circostanze, e una ricerca più seria delle virtù e della pietà. Una riforma in questo senso riguardava la forma concreta della Chiesa, mai i contenuti di fede o la struttura gerarchica fondata sul sacramento dell’ordine, e cioè la sua essenza. Infatti, una riforma non dovrebbe mai avere come fine o come risultato che la Chiesa riformata non sia più identica a quella da riformare. Se così fosse, alla fine la Chiesa non sarebbe rimasta più la stessa ma diventata un’altra.

 

II

 

Il movimento messo in moto da Martin Lutero era dunque una riforma in tale senso? La risposta a questa domanda si trova già nel famoso scritto del 1520 del professore di Wittenberg con il titolo “Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca a proposito della correzione e del miglioramento della società cristiana”. Insieme con “La libertà del cristiano” e “La cattività babilonese della Chiesa”, pubblicati nello stesso anno, hanno segnato, molto più delle 95 tesi del 1517, il vero inizio della Riforma. Leggendo la molto più estesa seconda parte di “Alla nobiltà cristiana”, si potrebbe pensare si trattasse di un rinnovato appello, già espresso varie volte, di tipo “Gravamina nationis Germanicae” – le critiche dei tedeschi di fronte alla curia romana. Si potrebbe infatti credere che all’autore dello scritto stia a cuore una riforma in senso tradizionale: una realizzazione più autentica dell’essenza e della missione della Chiesa. Come tanti prima di lui, anche Lutero ripresenta qui le mancanze e insufficienze della vita quotidiana dell’amministrazione ecclesiastica. Quel che lo distingue è piuttosto la veemenza rabbiosa e la distorsione della realtà nelle sue accuse generalizzate che non lasciano niente di buono alla Chiesa. Come già detto, per lo più le sue richieste non sono originali. Alcune erano già state avanzate dai concili di Costanza, Basilea e Lateranense del 1511. Altri invece erano semplicemente inconciliabili con la natura e la costituzione della Chiesa. Leggendo però questa seconda parte dello scritto alla luce della prima diventa lampante la differenza con il senso tradizionale di riforma. In questa prima parte infatti l’autore intende abbattere “tre muri” contro i quali, secondo lui, le riforme necessarie si sono finora schiantate.

 

Lutero individua il primo muro nell’esistenza di un ceto clericale diverso da quello dei laici. Non si tratta qui di una considerazione sociologica ma teologica. Sarebbe dunque errato interpretare il rifiuto del clero in quanto realtá sociale solo come un riflesso di un risentimento della borghesia del tempo contro i privilegi di clero e religiosi. Lutero confuta il sacramento dell’ordine per ragioni di principio. Secondo la sua convinzione non ci sono differenze tra cristiani laici e sacerdoti. Perciò vale: “ciò che è uscito dal battesimo [cioè dal grembo materno della Chiesa] si può vantare di essere già consacrato sacerdote, vescovo e papa…”. Ecco le conseguenze pratiche che ne trae Lutero: “Se un gruppetto di pii laici cristiani fosse fatto prigioniero e trasferito in un deserto, e se non avessero con loro un sacerdote consacrato da un vescovo, e se loro … scegliessero uno di loro (sposato o no) e gli affidassero il ministero di battezzare, dire Messa, di assolvere e di predicare, allora questi sarebbe veramente un sacerdote come se fosse stato consacrato da tutti i vescovi e papi … e ciò non sarebbe possibile, se non fossimo tutti noi dei sacerdoti”. Poiché secondo il rito dell’ordinazione vengono unte le mani dei sacerdoti con olio, per Lutero loro sono dei “Ölgötzen”, cioè degli abominevoli idoli di olio. Secondo la sua dottrina il sacerdozio è una mera funzione su incarico della comunità. Con una certa coerenza Lutero vuole di seguito eliminare il secondo muro che impedisce la riforma: l’autorità magisteriale della Chiesa. Il Papa e i vescovi “vogliono essere i soli ad essere i maestri della Scrittura, anche se per tutta la vita non ne imparano niente…”. “Si arrogano l’unica autorità, ci illudono con parole impudenti che il Papa non possa errare nella fede, a prescindere che lui sia buono o cattivo …”. Perciò, dice Lutero, “noi tutti dovremmo diventare coraggiosi e liberi e non farci togliere lo spirito di libertà – come lo chiama Paolo – con delle parole inventate dei Papi, ma dovremmo giudicare tutto quello che loro [Papi e vescovi] fanno o tralasciano secondo la nostra pia comprensione della Scrittura. Dovremmo costringerli a seguire non le loro idee ma quelle migliori”.

 

Da ciò segue però che compete a ogni cristiano “di occuparsi della sua fede, di comprenderla e di difenderla e di condannare tutti gli errori”. Lo giustifica con 2 Cor 4,13: “abbiamo tutti lo stesso spirito di fede…” … il “tutti” però non si trova nel testo originale. Se Lutero qui parla di “noi” intende ogni singolo fedele. Perciò non può esistere nella Chiesa così come la vede Lutero, ignorando il fondamento biblico, un’autorità magisteriale che assicuri l’unità della comunità dei credenti. Il giudizio soggettivo del singolo cristiano è autorità suprema nelle questioni di fede. Lo sviluppo ulteriore mostra però che Lutero si sia appropriato sempre di più e sempre più esclusivamente di una tale autorità. Le conseguenze sono note. Il “terzo muro” che deve cadere, il professore di Wittenberg lo individua nella potestà primaziale del Papa, soprattutto nel potere di convocare un concilio universale. Quelli di Roma “non hanno il potere di interpretare la Scrittura in modo capriccioso e senza abilità, e non hanno il potere di impedire o di limitare arbitrariamente, di obbligare o di togliere la libertà ad un concilio. E se fanno ciò sono davvero in comunione con l’anticristo e il diavolo…”. Adesso che ha abbattuto questi tre muri Lutero vede crollato tutta la costruzione della “chiesa papale”. Nello stesso anno viene pubblicato il suo scritto “Della cattività babilonese della Chiesa”, con il quale, come già in “Alla nobiltà tedesca”, ma più espressamente, nega la struttura sacramentale della Chiesa e fa valere dei sette sacramenti soltanto battesimo, penitenza e “ultima cena”. Però anche questi devono ancora essere liberati dalla prigionia del Papa. Quel che Lutero intende con liberazione non è altro che il rifiuto del concetto cattolico di sacramento. Con queste sue dottrine che andavano col tempo inasprendosi il dottore di Wittenberg ha abbandonato il terreno della tradizione ecclesiale. Nel prologo all’edizione delle sue opere del 1539 fa conoscere il suo giudizio riguardo la tradizione. Scrive così: “Poiché io vedo bene che vantaggio ha portato alla Chiesa il raccogliere accanto e oltre la Sacra Scrittura tanti altri libri e intere biblioteche, soprattutto indifferentemente diversi Padri, concili e dottori. Con questo… si è persa anche la conoscenza pura della parola divina, cosicché – come ai tempi dei re di Giuda con il quinto Libro di Mosè – la Bibbia sia stata dimenticata sotto il banco nella polvere”. Perciò dice “non dispiace che per grazia di Dio i libri di tanti Padri e concili siano periti”. Infatti sarebbe molto meglio che “ognuno beva da se dalla fonte fresca [della Bibbia]. Se fosse stato fatto così – come faceva Agostino [allora un “Padre”!] – il Papa non sarebbe diventato un anticristo e i numerosi scarafaggi, vermi e ulceri dei libri non sarebbero entrati nella Chiesa e la Bibbia sarebbe rimasta sul pulpito”. Allo studente diceva: “…sperimenterai quanto ti sembreranno insipidi e marci i libri dei padri” (WA 50, 657-61). Con queste affermazioni Lutero salta indietro di quasi un millennio e mezzo di esegesi e storia della fede ecclesiale e li dichiara inutili, addirittura dannosi. Degli storici posteriori parleranno di un ritorno liberatorio alle origini. Il deciso rifiuto della tradizione della Chiesa da parte di Lutero trova un’espressione spettacolare nel famoso rogo dei libri davanti al Elstertor a Wittenberg il 10 dicembre 1520. Accanto alla bolla di Leone X con la quale veniva annunciata a Lutero la scomunica in caso di rifiuto di ritrattare i suoi errori, venivano bruciati il Corpus Iuris Canonici, la Summa Angelica di Angelus de Clavasio – un’istruzione per confessori – e opere di oppositori di Lutero quali ad esempio Eck e Emser. Lo storico protestante, specialista di Lutero, Franz Lau dice nella sua “Storia della Riforma in Germania”: “Dopo che Lutero nel 1520 aveva per la prima volta chiamato il Papa l’anticristo, la rottura definitiva con la vecchia Chiesa venne segnata non solo con il rogo della bolla di scomunica ma con quello dell’intero diritto canonico. Con ciò divenne ovvio davanti a tutti che Lutero non era interessato a una riforma ecclesiale ma a un sovvertimento ecclesiale fondamentale”. Sembra strano che la seconda parte dello scritto “Alla nobiltà cristiana” con le numerose e dettagliate richieste di riforma faccia comunque riferimento alla vita quotidiana della stessa Chiesa che, secondo l’autore, con il crollo della sue “tre mura” doveva essere già crollata. Che intenzioni aveva dunque l’autore con questa vasta seconda parte della sua opera? Intanto le sue parole erano molto efficaci nell’incitare il semplice cristiano a provare rabbia e amarezza di fronte all’empia e dissoluta Roma. E inoltre – ed era quasi più importante – a chiedere a principi e città di prendere finalmente il regime ecclesiastico nelle proprie mani – tedesche: “O nobili principi e signori, quanto ancora volete consegnare liberamente la vostra patria e la vostra gente a tali lupi rapaci?”. Questa domanda viene accolta dai destinatari con delle solerti azioni. Dopo il 1520 a cominciare dalla Sassonia principi e cittá sopprimono la vita cattolica nella zona di influenza luterana. Ciò avviene o attraverso delle visitazioni ecclesiastiche su incarico dell’autorità locale o istituendo delle chiese locali con proprie professioni di fede e strutture pastorali. Tale processo è praticamente concluso quando si riunisce nel 1530 ad Augusta la Dieta imperiale per risolvere il problema “Lutero”. Ciò che è avvenuto è demolizione e nuova costruzione.

 

III

 

Adesso però ci dobbiamo interrogare su come Lutero e i suoi seguaci abbiano tentato di giustificare teologicamente questa demolizione e nuova costruzione. Era concepibile, in termini teologici, una tale abdicazione radicale della tradizione della Chiesa? Non è la tradizione addirittura la ragione d’essere della Chiesa? “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso” dice Paolo (1 Cor 11,23). Affinché questo processo di ricevere e trasmettere possa continuare fino al ritorno del Signore, l’apostolo dà il mandato ai suoi discepoli Tito e Timoteo di istituire attraverso l’imposizione delle mani degli “anziani” per continuare la loro opera o piuttosto la loro missione. E ciò avvenne attraverso tutti i secoli fino a Lutero – e fino ad oggi. Come si poteva, dunque,giustificare la Riforma nel senso di Lutero? La risposta scontata è: “Roma”, il papato, era diventato infedele al Vangelo, il Papa era sfigurato fino a diventare l’anticristo e la sua Chiesa la “meretrice babilonese”. Così, per salvare la missione di Cristo, c’era bisogno di un ritorno liberatorio alla pura origine che era il Vangelo incontaminato. La domanda che sorge davanti a questa affermazione è di vitale importanza per il nostro tema: è concepibile, in termini teologici, una degenerazione della Chiesa di Gesù Cristo? Non contraddice a delle affermazioni importantissime della Sacra Scrittura? Gesù stesso ha promesso ai suoi discepoli di rimanere con loro fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Lo Spirito Santo ricorderà a loro, gli apostoli, tutti gli insegnamenti di Gesù e li introdurrà nella verità tutta intera (Gv 16,13). In più dice a Pietro di voler edificare su di lui la sua Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa (Mt 16,18). Se è così, nessun peccato e nessuna mancanza di pastori o membri della Chiesa possono far sì che questa Chiesa smetta di essere la Chiesa di Gesù Cristo. Ancora nel suo commento alla lettera di San Paolo ai Galati Lutero dichiarava di fronte agli Hussiti della Boemia che non si possa mai dare una ragione per separarsi dalla Chiesa romana. Chiama lo scisma dei Boemi empio e contrario a tutte le leggi di Cristo. Fino ad oggi la ricerca storica non ha trovato una spiegazione soddisfacente per un cambiamento così radicale del religioso agostiniano. Ha saltato il fossato profondo tra il suo commento ai Galati del 1519 e i “pamphlet” del 1520 e ignorato delle chiare parole del Vangelo.

 

IV

 

Con ciò abbiamo anche risposto alla frequente domanda se Lutero abbia voluto lo scisma della Chiesa. Certamente non l’ha voluto. Quello che voleva e si aspettava era che tutta la Chiesa accettasse “il suo Vangelo” della “sola scriptura, sola fides, sola gratia”. Se ciò fosse avvenuto, avrebbe baciato i piedi del Papa, ha scritto Lutero. Nonostante le critiche delle università di Parigi, Colonia e Lovanio, e addirittura del celebre Erasmo e non pochi contemporanei eruditi, rimaneva convinto della verità esclusiva delle sue idee che gli erano venute dalla profondità esistenziale. Così Lutero è riuscito, con l’aiuto dei rispettivi principi, a strappare interi paesi dalla Chiesa. Non è riuscito a spaccarla, o non l’ha nemmeno voluto. Ci si può infatti separare dalla Chiesa, ma non la si può dividere. Lei resta – ferita, ma non spaccata – fino al ritorno del suo Signore la “una, santa, cattolica ed apostolica” Chiesa di Gesù Cristo. Questa verità si intravede anche nel secolo della Riforma. Attraverso l’espansione missionaria verso l’America e l’Asia la Chiesa era diventata anche di fatto una chiesa mondiale. L’autore ha insegnato Storia della Chiesa del Medioevo e dell’Età Moderna presso la Facoltà teologica cattolica dell’Università di Augusta. Dal 1998 al 2009 è stato presidente del Pontificio Comitato per le Scienze Storiche a Roma. E’ stato creato cardinale da Benedetto xvi il 20 novembre del 2010.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    26 Febbraio 2017 - 23:11

    Bè', che la chiesa di Roma non fosse certo,ai tempi di Lutero, un modello di comportamento ecclesiale non è discutibile e che Lutero fosse un uomo angosciato dal peccato è indubbio. Che poi i principi tedeschi abbiano furbescamente fiutato in Lutero l'uomo che avrebbe potuto renderli indipendenti e finalmente liberi dagli obblighi nei confronti di Roma è stato ormai chiarito. E in fondo Lutero ha costretto la chiesa di Roma a cambiare registro. La controriforma questo è stata: la fine del dominio temporale dei Papi che già era in profonda crisi da tempo.

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