La tragedia di un Dio diventato utopia

Il valore del martirio cristiano nel cuore d’Europa, il travaglio dell’occidente, l’estremismo che non è causato dai soldi, il legame tra religione e ideologia. Intervista al cardinale Angelo Scola.

La tragedia di un Dio diventato utopia

Il cardinale Angelo Scola (foto LaPresse)

Milano. “La tremenda uccisione di padre Jacques Hamel significa che il martirio del sangue è ritornato in Europa, e questo è un fatto su cui è necessario riflettere in profondità da parte di tutti, a cominciare da noi cristiani”. Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, parte dall’ultima di quelle “tragedie terribili e insopportabili” per riflettere con il Foglio sul rapporto tra le religioni, l’occidente travagliato, la chiesa in Europa che pare assopita e il ruolo della fede nel contesto attuale. Sullo sfondo ci sono gli ottanta e più morti di Nizza e gli attentati in Germania, fino al sacrificio dell’anziano sacerdote di Rouen. Non sarà una guerra di religione, non c’è uno scontro tra fedi che si contrappongono coltello in mano, ma “il problema delle derive violente del fondamentalismo religioso va ben interpretato”, sostiene Scola. “La mia tesi è che quando l’ideologia (di qualunque origine essa sia) ‘parassita’ la religione presto o tardi, inevitabilmente, si assiste a una deriva radicale dell’esperienza religiosa. Questa può raggiungere gli estremi del terrorismo, ma anche quelli di uno svuotamento interiore della religione, che annulla la sua costitutiva e universale apertura alla totalità del reale. La religione diventa così uno strumento in mano ai poteri dominanti. Si capisce molto bene l’affermazione del Santo Padre ed è del tutto condivisibile. Nella mia esperienza con la Fondazione Oasis, incontrando musulmani di tutto il mondo, ho constatato di persona un equivoco molto diffuso. Quello di pensare che, a partire dal peso straordinario che ha il Corano e dal problema delicatissimo della sua interpretazione, l’islam sia una sorta di coperta che tiene dentro tutto. Invece ci sono molti islam. Ben inteso, questo non significa ridurre l’urgenza di interpretare i fondamentalismi religiosi violenti. E non aiuta a compiere questo lavoro mettere la sordina alla potenza del cristianesimo, fenomeno a cui da qualche decennio purtroppo assistiamo in Europa. C’è una frase di Balthasar che mi colpisce sempre: ‘In tutte le epoche si cerca di ridurre il cristianesimo in modo tale che la ferita che Cristo ha inferto alla storia si possa chiudere. Non è possibile, continuerà a suppurare’. Possiamo dire che oggi in Europa l’impossibile impegno a chiudere la ferita è particolarmente perseguito. Anche, purtroppo, con molta colpa dei cristiani”.

 

Scola ritiene che si debba rinnovare la pratica della vita cristiana. “Diventa fondamentale, anche dal punto di vista delle nostre chiese in Italia, sviluppare la coscienza della pertinenza della fede all’esistenza di tutti i giorni, della sua capacità di ospitare tutta la realtà. E’ importante, per esempio, essere presenti negli ambienti, non intesi solo come luoghi, ma come generatori di mentalità. E’ importante il lavoro della parrocchia, ma non basta la Chiesa del ‘campanile’ o del ‘campanello’. Qualcosa mi sembra si stia muovendo in questo senso. E’ un inizio di cammino, ma c’è. E’ un segno. La situazione di grande travaglio – che durerà – non ci fa perdere la speranza”.

 

Quanto all’idea che le religioni sarebbero sempre fonti di pace e la responsabilità della loro trasformazione in fattore di guerra ricadrebbe sui politici o sul capitale “è una tesi che non regge sempre”, dice il cardinale. “Di sicuro resta il tema del parassitismo, ma io parlo dell’ideologia e non della politica, e ne parlo nel senso marxiano della parola, cioè di un modo di dire le cose coprendo la loro radice, quindi di un’impostura in ultima analisi. Che poi diventa utopia. Quando il pregiudizio investe gruppi sempre più larghi e si cristallizza, diventa ideologia e quasi sempre l’ideologia diventa utopia. Non è vero – sottolinea – che la colpa è sempre della politica. Qui si apre la questione del potere. Non si regge una società senza potere, e la politica deve gestire il potere. Il punto è comprendere quale considerazione il potere debba avere dell’umano. Cosa mi aspetto dall’altro? Che natura vuole avere la mia relazione con tutta la realtà in questa fase storica? Forse ci può aiutare proporre una distinzione. Il potere – osserva – deve trovare la sua sorgente nella potestas, nel senso di autentica autorità. La potestas, che è quella che Gesù ci ha mostrato sulla croce pagando al posto nostro, è quella di padre Jacques, dei monaci di Tibhirine. Penso alla frase straordinaria che disse il priore al monaco spaventato di fronte al rischio di essere assassinato: ‘Tu la tua vita l’hai già data entrando qui’. Il cristiano, colui che è rinato immergendosi nella morte e risurrezione di Gesù nel battesimo, non può non mettere in preventivo questa situazione di martirio. Certo, non si può dire senza tremore, ma la mia vita l’ho già data se sono cristiano”.

 

In questo senso, dice il cardinale Angelo Scola, “è urgente recuperare tutti i contenuti specifici dell’esperienza cristiana. Pensiamo, ad esempio, a tutti i misteri della vita eterna –  cioè morte e giudizio e inferno e paradiso – che si concentrano in Cristo morto e definitivamente risorto. Il fatto che noi veniamo al mondo per non finire più è determinante. Cristo è l’eterno che entra nel tempo e rende il tempo un segno dell’eterno. Queste cose bisogna ricominciare a viverle e quindi a dirle. Non come affermazioni teoriche, ma come descrizione del contenuto più profondo e quotidiano dell’esistenza cristiana. E poi, per quanto riguarda la costruzione sociale, io insisto nel dire che non esiste da una parte la mia esperienza di fede e dall’altra le sue conseguenze, bensì esistono delle implicazioni della fede. Faccio un esempio sapendo di non essere politicamente corretto. Ho spesso ripetuto ai giovani che la fatica che si fa a pensare la differenza sessuale, l’insuperabilità della differenza sessuale, scaturisce dal fatto che non si pensa più la Trinità. Il tema della differenza come originaria e buona è stato introdotto in occidente per pensare la Trinità. Un genio come Romano Guardini diceva che per imparare a costruire una società civile adeguata si dovrebbe guardare alla Trinità. In essa, infatti, troviamo la pienezza della comunione (l’identità di natura) assieme all’assolutamente insuperabile singolarità di ogni persona (la differenza delle persone). San Tommaso diceva che nella Trinità c’è il massimo della differenza, ma è una differenza che vive nell’unità della sostanza. E questo, senz’altro, può aiutarci molto a pensare cosa sia la società, superando individualismi e collettivismi di vecchio stampo. Noi cristiani dovremmo mostrare di più questo nesso”. Alla fine, “lo scandalo della modernità si concentra qui: come può, diceva Lessing, una realtà storica particolare – Gesù Cristo – essere il senso di tutto? Chi ci farà superare quest’orribile fossato che da più di duemila anni ci separa da Cristo? La società civile avrebbe molto da imparare da come la Chiesa vive la sua sinodalità, fatta di universale e di particolare, ultimamente radicata nel Collegio dei successori degli apostoli con Pietro e sotto Pietro. Penso – dice l’arcivescovo di Milano – che in Italia (ma non solo) è viva una dialettica tra il ridurre la fede a una religione civile (tesi che io capisco soprattutto per i non credenti) e dall’altra parte il ridurla a un puro annuncio della croce, alieno all’umana esperienza (una posizione che io chiamo di ‘cripto diaspora’). Per uscire da queste due visioni dominanti ma limitate, bisogna battere la via del crinale, che è la via dell’implicazione: far vedere il nesso tra i misteri vissuti della fede (la Trinità, l’incarnazione e la redenzione, il dono dello Spirito, il mistero della Chiesa…), che si documentano nell’umanissima (universale) esperienza cristiana, e la realtà concreta, cioè la trama di circostanze, relazioni e situazioni che costituisce l’umana esistenza. Gesù è venuto, dice sant’Agostino, per essere via alla verità e alla vita”.

  

Eppure, paradossalmente, Nizza, Rouen, e la sequela di stragismo fondamentalista, “possono essere l’inizio di un risveglio sia per l’Europa, sia per la nostra coscienza. Dobbiamo leggere tutto questo all’interno del disegno di Dio e comunicare la fondatezza di questa lettura a tutti gli uomini. Io parlo di ‘pro-vocazione’ nel senso che la verità è qualcuno che mi viene incontro e mi chiama. Dobbiamo fare di tutto, dinanzi a queste tragedie per non lasciar cadere questa pro-vocazione. Sullo scenario della storia c’è la libertà di Dio, la libertà dell’uomo e la libertà del maligno. Le tre si intrecciano, anche se non tutte e tre hanno lo stesso peso ovviamente. Gesù ha risolto l’enigma dell’uomo vincendo il male, ma bisogna che ognuno di noi aggiunga nella sua persona ciò che manca ai patimenti di Cristo E cosa manca? Il proprio sì, l’accoglienza del dono della misericordia. Questo puoi farlo solo tu”.

 

Guardando al martirio di padre Hamel, al cardinale Scola viene in mente la citazione con cui l’arcivescovo di Parigi, il cardinale André Vingt-Trois, ha iniziato la sua omelia a ricordo del prete assassinato. “Ha citato Geremia quando rivolgendosi a Dio dice ‘Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti?’. Come a chiedere, ‘Sei un’ombra o sei veramente tra noi?’. Dal punto di vista cristiano mi chiedo cosa ci voglia dire Dio attraverso un fenomeno storico, quello del martirio, che non si verificava in occidente dalla Seconda guerra mondiale. Anche qui veniamo messi davanti alla nostra vocazione per interrogarci su cosa stiamo facendo di Cristo o della visione della vita che vogliamo seguire e attuare. L’uomo non può vivere senza un senso, senza un significato, senza una direzione di cammino. Il senso della vita cristiana è Gesù Cristo, e padre Jacques ha dato la vita per questo. E l’ha data con enorme dignità, non piegandosi a inginocchiarsi davanti ai suoi assassini. In questo tragico contesto – ripete l’arcivescovo di Milano – ci sono segni di grande speranza. Sono stato a Cracovia e ho visto lo stile di partecipazione di tante centinaia di migliaia di giovani alla Giornata mondiale della Gioventù, il modo con cui hanno accolto ciò che il Papa ha detto loro. Sono una risposta dei cristiani a quanto sta accadendo”.

 

Una luce in una realtà che appare avvolta da tenebre sempre più fitte che attanagliano l’Europa: “Sono profondamente convinto che se guardiamo dal punto di vista socio-politico al grande travaglio dell’occidente – preferisco parlare di ‘travaglio’ e non di ‘crisi’ – vediamo che i problemi dell’Europa sono legati a un riemergere dei nazionalismi (forse troppo precipitosamente liquidati), al terrorismo, a un certo modo di affrontare l’immigrazione, alla finanza e alla politica. Sono come chiavi che vanno rimesse in gioco”.

 

A questo punto, però, sorge una domanda ulteriore: “Mi chiedo, all’interno di questa situazione di travaglio, qual è il contributo che gli uomini delle religioni devono dare per la ripresa dell’Europa. Perché sono molto convinto che questo sia un contributo dovuto e decisivo. Le implicazioni non sono piccole, penso ad esempio alla necessità di ridiscutere radicalmente la concezione cosiddetta ‘francese’ di laicità dello stato. E’ arrivato il momento di farla finita con la neutralizzazione di ogni religione e di ogni etica sostantiva. Le religioni non vanno pensate – come sostiene da anni per esempio il sociologo Donati – come soggetti che cerchino tutele (se non quelle dovute a tutti), ma come realtà vitali capaci di sviluppare una soggettività pubblica, liberamente assunta e il più possibile cordialmente dialogata. In quest’età post secolare in cui, con la modernità, è stato abbandonato il riferimento a Cristo come senso di un cammino, bisogna riconoscere che tutti i tentativi fatti per sostituirlo sono falliti. Basti rifarsi al discorso del crollo delle grandi narrazioni. Io credo però che si debba – pazientemente e partendo dal concreto – attraverso un dinamismo di riconoscimento reciproco e di narrazione costante, ricostruire una direzione unitaria di cammino”. Che non è quello di limitarsi a citare in modo vacuo e vago i valori europei, i princìpi che accomunano i popoli del continente, classico refrain che si sente dopo ogni attentato che miete vittime sul suo territorio. “Sono convinto – dice Scola – che è importante riprendere, anche descrittivamente, tutte – è in questo senso è necessario non escludere nessuna – le radici dell’Europa. Però, poi, partendo dalle esigenze concrete del presente bisogna guardare al futuro. E’ chiaro che il cristianesimo è stata la radice portante dell’Europa. Ma vi sono anche le radici anteriori: Roma ha assunto la Grecia, Gerusalemme. Ci sono le varie realtà germaniche, galliche e pre-celtiche. E, a posteriori, quelle della modernità e dell’illuminismo, senza escludere la cosiddetta matrice socialista. Questo è certo e rimane. Oggi il cristianesimo si gioca dentro una realtà interculturale e interreligiosa, e quindi deve essere un co-agonista, che in Europa può anche essere il protagonista del lavoro che tutte le religioni e tutte le mondovisioni sono chiamate a fare”.

 

Tutto questo si inserisce in uno scenario in cui la Chiesa, in Europa, dà spesso un’immagine di spossatezza, quasi fosse rassegnata a essere sempre più minoritaria. Che fare? “Le comunità cristiane europee appaiono stanche, è vero, ne ho parlato più volte. Il primo contributo che il cristiano può dare è di essere se stesso, e padre Jacques ce l’ha dimostrato quando quel mattino è andato incontro al martirio. Questo è fondamentale. E il principio della riforma della Chiesa è la conversione alla santità. Qui sta la sua vera radice. Tutti sappiano che non è sufficiente la pur necessaria riforma di istituzioni e strutture. Gli strumenti utili siano benvenuti, ma prima di tutto bisogna essere se stessi. In secondo luogo, dobbiamo farci promotori seri di una continua proposta circa il bonum di una vita associata e quindi circa il bene dell’Europa. E qui bisogna guardare a qualcosa che ha dato inizio all’Europa dopo la tragedia dei due conflitti che hanno definitivamente consumato il tragico impatto delle guerre di religione. Mi riferisco al realismo del partire dal concreto (il carbone e l’acciaio), e partendo da lì far emergere il gusto della vita che molti di noi battezzati non hanno più. Io legherei il discorso che McIntyre faceva sulle minoranze creative alla capacità di innervare il resto del popolo che sicuramente, e non solo nelle regioni latine, è ancora presente. E in maniera diversa lo è anche nei paesi più secolarizzati, benché questa parola oggi voglia dire molto poco”.

 


Rifarsi al sensus fidei, dunque? Sì. “Nella mia venticinquennale esperienza di vescovo noto che il nostro popolo mantiene un sensus fidei che definirei quasi naturale. Quando vado in visita pastorale, sono solito tenere un’assemblea pubblica dove la gente fa sempre domande sostanziali: affetti, amore, giovani, lavoro, giustizia, morte, aldilà… Manca ciò che con grande genio profetico aveva intuito Paolo VI (allora solo mons. Montini) già nel 1934, quando disse che la ‘cultura italiana ha già messo da parte Gesù Cristo’, facendo vedere ciò che sarebbe successo, cioè che questa posizione presto o tardi – soprattutto attraverso i mass media – avrebbe intaccato il popolo. Montini parlò della separazione tra la fede e la vita. Ecco, c’è la necessità di ridare sostanza all’esperienza personale della fede per ridare corpo di vera comunione alla Chiesa. E qui arriviamo alla proposta che il Santo Padre ha fatto con forza, che è quella della Chiesa in uscita. Non bisogna ridurla sociologicamente. Queste periferie sono le periferie dell’umano, che sono certo anche sociologiche. Se penso alla mia Milano, ho visto situazioni di degrado a macchia di leopardo in molti quartieri, che sono affrontate con enorme generosità sia da cristiani sia da laici. Però manca ancora un nesso tra carità e cultura, e il Papa quando parla di una visione teologica della povertà intende rifarsi proprio a questo nesso. Siamo entrati – sottolinea l’arcivescovo di Milano – in una fase di riforma della Chiesa e questa deve partire dalla proposta chiara della bellezza di seguire Gesù fatta a tutti, soprattutto ai giovani, del peso dato ai laici attraverso la famiglia intesa come soggetto attivo di annuncio, e di un’assunzione del ministero sacerdotale e della vita consacrata in termini di essenzialità. E’ necessario un ritorno alla semplicità. C‘è un bellissimo libro di Balthasar, La semplicità del cristiano, che dovremmo riscoprire. Il nostro tempo ha bisogno di santi semplici, perché siamo troppo complicati, e lo dico pensando a me”.

 

Torna, dinanzi allo scenario nel quale siamo immersi, il tema del crollo delle evidenze, “che incide molto nel travaglio dell’occidente, ma dobbiamo domandarci perché è avvenuto questo crollo”, spiega Angelo Scola. “E’ avvenuto non soltanto perché la modernità ha tentato di declinare le evidenze in maniera diversa (dando anche un contributo: penso al tema del soggetto e dei diritti ad esempio). Le evidenze sono entrate in crisi perché sono diventate pure parole, come le carte dei diritti dell’uomo: un bell’elenco. Io parlo più volentieri di libertà realizzate. Ovviamente intendo libertà nella verità. Non ho paura di usare questa parola che molti resistono a utilizzare. La verità, per me, è qualcuno che viene al nostro incontro, che muove la nostra libertà. La verità non è un insieme di formule. Siamo in un’Europa in cui la complessità ci ha spinti a scegliere la strada della tecnocrazia e della burocrazia per trovare soluzioni. Dobbiamo invece tornare al soggetto. Se io non trovo una ragione per ripartire ogni mattina, il mio compito diventa solo un ruolo, il mio amore solo un’autoaffermazione. E il ruolo inesorabilmente decade in burocrazia e l’autoaffermazione in isolamento. Non c’è respiro. Il cristianesimo si trova nei santi e nei fedeli semplici”.

 

La strada, alla fine, è quella che porta alla riscoperta del soggetto, dice Scola: “Uno dei motivi del crollo delle evidenze è “mancare” la realtà. Immaginare in termini fittizi la realtà, tagliare via dei pezzi di realtà, nell’illusione di potersi meglio accomodare. Chi vuol essere l’uomo del Terzo millennio?  Vuol essere un uomo capace di non lasciare cadere nulla del reale?”.
 

 

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