Il vetro rotto del populismo

L’aneddoto di Bastiat ci ricorda quanto costano davvero le ricette facili in economia

Il vetro rotto del populismo

L’aneddoto della finestra rotta di Bastiat serve a illustrare uno dei concetti più utili e allo stesso tempo meno apprezzati della disciplina economica, quello di “costo opportunità”. Ogni azione che implica l’utilizzo di una risorsa scarsa ha un costo opportunità dovuto al fatto che la risorsa potrebbe essere destinata a un uso alternativo. Come dice l’economista Greg Mankiw, dell’Università di Harvard, nel suo libro di testo “il costo di qualcosa è ciò a cui si deve rinunciare per ottenerla”. Per illustrare questo punto Mankiw si chiede: qual è il costo di andare all’università?

 

A tutti noi viene in mente il costo delle tasse universitarie, quello dei libri, quello dell’affitto. Ma, pensandoci bene, questo conto non tiene in considerazione uno degli elementi più importanti: facendo lo studente a tempo pieno si rinuncia alla possibilità di lavorare e di guadagnare per tutti gli anni dell’università. Questo costo opportunità è elevatissimo per gli atleti di alto livello, che infatti raramente sono laureati. Lo stesso vale per chi fonda una start-up di grande successo. Non è un caso che Bill Gates e Mark Zuckerberg siano dei “college dropout”: avevano di meglio da fare che finire i loro studi. Non è il tempo l’unica risorsa scarsa, purtroppo.

 

Nell’esempio di Bastiat, la finestra rotta incrementa i ricavi del vetraio, ma la stessa somma avrebbe potuto essere usata per comprare un paio di scarpe o per una cena in pizzeria. Mentre i benefici per il vetraio sono evidenti a tutti, il costo opportunità è più difficile da cogliere e proprio su questo vuole farci riflettere l’aneddoto.

 

Allargando l’orizzonte dal micro al macro, uno stato che spende risorse per costruire un’autostrada o salvare una compagnia aerea, rinuncia a usare quelle risorse per la scuola o per la sanità. Naturalmente affinché il costo opportunità sia positivo, occorre che la risorsa sia scarsa. Ad esempio, dopo un periodo prolungato di recessione economica, ci sono tanti disoccupati che sarebbero ben felici di tornare al lavoro. In questa situazione, un programma di spesa pubblica avrebbe benefici elevati con un costo opportunità molto modesto. Se il settore privato, per qualche ragione, non investe a sufficienza, lo stato può intervenire per far ripartire l’attività economica. E’ questa l’idea dietro le proposte paradossali di Maynard Keynes, secondo cui in periodi di depressione può valere la pena di pagare qualcuno per scavare inutili buche o quella del premio Nobel Paul Krugman secondo cui si potrebbe anche inventare una minaccia aliena così da indurre una corsa agli armamenti al fine di far ripartire l’attività economica. Naturalmente, si tratta di proposte che non vanno prese alla lettera. A meno che non ci siano altri bisogni da soddisfare, è preferibile usare la spesa pubblica per qualcosa di più utile che scavare buche o per preparare armi da usare contro improbabili minacce da altre galassie.

 

L’affermazione così popolare in questi anni secondo cui “la spesa di uno è il reddito di un altro” non può essere usata per giustificare gli sprechi e le inefficienze della spesa pubblica. Allo stesso modo, non ha senso consolarsi dopo catastrofi naturali come i terremoti pensando che avranno un effetto benefico rilanciando l’economia. Le risorse che andranno nella ricostruzione avrebbero potuto essere usate in altri modi e, nel caso in cui esse fossero rimaste inutilizzate, ci sarebbero stati modi meno distruttivi per metterle a frutto.

 

Questa osservazione ci porta a un’ulteriore considerazione. Bastiat dice che la differenza tra un cattivo e un buon economista consiste nel fatto che il primo prende in considerazione solo l’effetto visibile, mentre il secondo tiene conto non solo degli effetti visibili ma anche di quelli che è necessario prevedere. E aggiunge che il cattivo economista persegue un piccolo bene oggi che sarà seguito da un grande male nel futuro. Gli economisti Dornbusch e Edwards, in un loro saggio della metà degli anni 80, argomentavano che l’essenza del populismo economico è negare l’esistenza dei trade-off, cioè del fatto che le azioni di politica economica hanno sia costi che benefici e di prospettare ricette economiche che sembrano win-win, cioè con soli benefici e senza costi o, alla peggio, che svantaggiano solo qualche “cattivo”. Queste politiche sembrano funzionare nel breve periodo, ma inevitabilmente finiscono per fallire dopo qualche anno.

 

Oggi purtroppo sembra che le teorie economiche populiste stiano avendo un momento di grande popolarità tra i politici e tra gli elettori. Esempi ne sono la crescente invocazione della fine dell’indipendenza delle banche centrali per un ritorno al finanziamento monetario del deficit pubblico, come se stampare moneta fosse una ricetta per la crescita. O il ritorno del protezionismo, di cui si vede l’effetto positivo per le imprese e i lavoratori meno esposti alla concorrenza internazionale e non quello negativo per le imprese esportatrici e per i consumatori. O la promessa di un meccanismo di sostegno al reddito (impropriamente chiamato reddito di cittadinanza), strumento indubbiamente utile in un periodo di evoluzione tecnologica, senza però avere un’idea chiara dei potenziali beneficiari e di come reperire le risorse per finanziarlo. O anche l’abolizione integrale dei voucher invece che una loro migliore regolamentazione, senza pensare che senza di essi aumenteranno il lavoro in nero e la disoccupazione.

 

I modelli degli economisti non hanno dato grande prova di sé negli ultimi anni. Questo ha spinto alcuni a riprendere in mano i classici, dalla “Teoria Generale” di Keynes al “Capitale” di Marx. Forse, se proprio si vuole fare un tuffo nel passato, non sarebbe male aggiungere alla lista delle letture anche alcune pagine di Bastiat.

 

Fausto Panunzi è professore all'Università Bocconi

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