Ciò che si vede e ciò che non si vede dalla finestra di Bastiat

Il figlio di Jacques Bonhomme rompe un vetro: ha stimolato o danneggiato l’economia? La risposta è ciò che distingue un cattivo da un buon economista

1 Ottobre 2017 alle 06:04

Ciò che si vede e ciò che non si vede dalla finestra di Bastiat

Nella sfera economica, un atto, un’abitudine, un’istituzione, una legge, non generano solo un effetto, ma una serie di effetti. Di questi effetti, solo il primo è immediato; esso si manifesta simultaneamente con la sua causa: si vede. Gli altri non si sviluppano che successivamente: non si vedono; va bene se li si può prevedere. Qui sta tutta la differenza tra un cattivo e un buon economista: uno si limita all’effetto visibile, mentre l’altro tiene conto e dell’effetto che si vede e di quelli che occorre prevedere.

Ma questa differenza è enorme, perché quasi sempre accade che, se la conseguenza immediata è favorevole, le conseguenze ulteriori sono funeste, o viceversa. Da cui segue che il cattivo economista persegue un piccolo bene immediato che sarà seguito da un grande male futuro, mentre il buon economista persegue un grande bene futuro, a rischio di un piccolo male immediato.

Del resto, è così anche nell’igiene, o nella morale. Spesso, più il primo frutto di una abitudine è dolce, più gli altri sono amari. A testimonianza: la dissolutezza, la pigrizia, la prodigalità. Quando un uomo, colpito dall’effetto che si vede, non ha ancora imparato a discernere quelli che non si vedono, si abbandona ad abitudini funeste, non solo per inclinazione ma anche per calcolo.

Questo spiega l’evoluzione fatalmente dolorosa dell’umanità. L’ignoranza sta intorno alla sua culla; perciò essa si regola nei suoi atti dalle loro immediate conseguenze, le sole, all’origine, che possa vedere. Ci vuole molto tempo perché impari a tenere conto di tutte le altre conseguenze. Due maestri, ben differenti, le insegnano questa lezione: l’esperienza e la preveggenza. L’esperienza detta legge efficacemente ma brutalmente. Essa ci istruisce su tutti gli effetti di un nostro atto, facendoli sentire; e noi non possiamo fare a meno di imparare che il fuoco brucia, a forza di bruciarci. A questo rude medico, io vorrei, finché possibile, sostituirne uno più dolce: la preveggenza. Per questo motivo, io cercherò le conseguenze di alcuni fenomeni economici, opponendo a quelle che si vedono quelle che non si vedono.

Il vetro rotto

Siete mai stati testimoni del furore del buon borghese Jacques Bonhomme, quando il suo terribile figliolo sia riuscito a rompere il vetro di una finestra? Se avete assistito a questo spettacolo, sicuramente avete anche constatato come tutti i presenti, fossero anche trenta, sembrino essersi messi d’accordo per offrire al proprietario una identica consolazione: “Non tutto il male viene per nuocere; incidenti come questo mandano avanti l’industria; bisogna che tutti possano vivere; che fine farebbero i vetrai, se non si rompessero mai i vetri?”.

Ora, in questa formula di condoglianza vi è tutta una teoria, che è meglio sorprendere in flagranza di reato; cosa in questo caso semplicissima, dal momento che questa teoria è esattamente la stessa, per sfortuna, che sostiene la maggior parte delle nostre istituzioni economiche. Supponendo che siano necessari sei franchi per riparare il danno, se si vuol dire che l’incidente fa arrivare all’industria del vetro sei franchi, che incentiva la detta industria per sei franchi, io sono d’accordo, non ho nulla da contestare, il ragionamento fila. Il vetraio viene, fa il necessario, incassa sei franchi, si sfregherà le mani e benedirà in cuor suo il ragazzino terribile. Questo è ciò che si vede.

Ma se, per via deduttiva, si arrivasse a concludere, come si fa troppo spesso, che è bene che si rompano i vetri, che ciò fa circolare il denaro, che ne risulta un incentivo per l’industria in generale, io sarei obbligato a gridare: alt! La vostra teoria si ferma a ciò che si vede, e non tiene conto di ciò che non si vede.

Non si vede che, siccome il nostro borghese ha speso sei franchi in una cosa, non potrà più spenderli in un’altra. Non si vede che, se non avesse avuto dei vetri da sostituire, egli avrebbe sostituito, per esempio, le sue scarpe scalcagnate, oppure avrebbe messo un libro in più nella sua biblioteca. In breve, avrebbe fatto dei suoi sei franchi un uso qualunque, che invece non farà.

Facciamo perciò il conto per l’industria in generale. Poiché il vetro è rotto, l’industria vetraria è incentivata nella misura di sei franchi; è ciò che si vede. Se il vetro non fosse stato rotto, l’industria delle scarpe (o qualunque altra) sarebbe stata incentivata nella misura di sei franchi; è ciò che non si vede. E se si prendesse in considerazione ciò che non si vede perché è un fatto negativo, e ciò che si vede, perché è un fatto positivo, si comprenderebbe bene che non vi è alcun interesse per l’industria in generale, o per l’insieme del lavoro nazionale, a che dei vetri si rompano o non si rompano.

Facciamo adesso il conto di Jacques Bonhomme. Nella prima ipotesi, quella del vetro rotto, egli spende sei franchi, ed ha, né più né meno di prima, il vantaggio di un vetro. Nella seconda, quella nella quale l’incidente non è accaduto, avrebbe speso sei franchi in scarpe e avrebbe, insieme, il vantaggio di un paio di scarpe e quello di un vetro. Ora, poiché Jacques Bonhomme fa parte della società, bisogna concludere da ciò che, considerata nel suo insieme e tenuto conto dei suoi lavori e dei suoi vantaggi, la società ha perduto il valore del vetro rotto.

Per cui, generalizzando, noi arriviamo a questa conclusione inattesa: “La società perde il valore delle cose inutilmente distrutte”, e a questo aforisma, che farà rizzare i capelli in testa ai protezionisti: “Rompere, distruggere, dissipare, non equivale ad incoraggiare il lavoro nazionale”, o più brevemente: “Distruggere non vuol dire fare profitti”.

Che cosa dite, voi del “Moniteur Industriel” ( rivista protezionista del XIX secolo, ndr), che dite, adepti di de Saint-Chamans (politico protezionista, ndr), che ha calcolato con tanta precisione quanto l’industria trarrebbe profitto dall’incendio di Parigi, per la quantità di case che dovrebbero essere ricostruite?

Sono spiaciuto di dover guastare i suoi calcoli ingegnosi, sebbene ne abbia fatto passare lo spirito nella nostra legislazione. Ma io lo prego di ricominciarli, facendo entrare nei suoi conti ciò che non si vede a fianco a ciò che si vede. Bisogna che il lettore si soffermi a constatare bene che non ci sono solo due personaggi, ma tre, nel nostro piccolo dramma che io ho sottoposto alla vostra attenzione. L’uno, Jacques Bonhomme, rappresenta il consumatore, costretto dal danno a godere di un solo vantaggio anziché di due. L’altro, il vetraio, ci mostra il produttore la cui industria è incoraggiata dall’incidente. Il terzo è il ciabattino (o qualunque altro mestiere), il cui lavoro è scoraggiato proprio per quella causa. Questo ultimo personaggio si tiene sempre nell’ombra e, impersonando ciò che non si vede, è un elemento essenziale della questione. E’ lui che ben presto ci insegnerà che non è meno assurdo di vedere un profitto in una restrizione, la quale non è dopo tutto che una distruzione parziale. Così, andate a fondo di tutti gli argomenti che si fanno valere in suo favore, non ci troverete che la parafrasi del motto popolare: che ne sarebbe dei vetrai, se qualcuno non rompesse i vetri?

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