Inchiesta sui Sacharov della mezzaluna

Arcipelago islam. Gli eroi della cortina di ferro di Allah

Dove sono i “musulmani moderati”? In prigione, in esilio o in fuga. Ecco le mosche bianche che nell’islam difendono la libertà di dire e di pensare. Sono scampati agli attentati, vivono nell’ostracismo di stato, perseguitati dalla paura - di Giulio Meotti

Arcipelago islam. Gli eroi della cortina di ferro di Allah

E’ inverno e nel carcere di Evin, la Lubianka di Teheran, fa un freddo bestiale. In catene c’è un grande ayatollah,  Kazemeyni Boroujerdi, condannato a morte per “eresia”. Di prima mattina, gli aguzzini trasferiscono Boroujerdi in una località sconosciuta, un’altra prigione, pronto per essere giustiziato. I familiari, gli amici e i fedeli sono in agitazione. Ma all’ultimo momento, le autorità iraniane annullano la fucilazione. Era una messa in scena per annientare psicologicamente il “Mandela iraniano”, la cui colpa è stata di aver fatto uscire dal carcere una lettera a Benedetto XVI, ai rabbini israeliani, al Gran Mufti di al Azhar e agli ulema sauditi, chiedendo loro di intervenire a favore dei prigionieri di coscienza nelle carceri iraniane, perché “l’islam politico sta cancellando la parola di Allah e del suo profeta Maometto”. Boroujerdi venne arrestato l’8 ottobre 2006, a lungo torturato, costretto a parlare al mondo per mezzo di lettere clandestine. Il religioso si oppone all’imamato, il regno in terra dei turbanti, predica un islam tradizionale che non vede di buon occhio la presenza dei religiosi islamici al governo e nelle istituzioni.

 

Boroujerdi fa parte di quella dissidenza interna all’islam che, ben lungi dall’essere reazionaria, costituisce, al contrario, l’unico movimento possibile di liberazione nel momento in cui milioni di musulmani aspirano a praticare pacificamente la loro fede senza subire i diktat dei fondamentalisti dottrinari e fanatici. “Sarebbe ora di formare una grande catena di solidarietà per tutti i ribelli del mondo islamico, i moderati, i non credenti, i liberi pensatori, gli atei, gli scismatici come un tempo furono sostenuti i dissidenti dell’Europa dell’Est”, scrive Pascal Bruckner nel suo “La tyrannie de la pénitence”.

 

Un tempo c’erano Sacharov, Havemann, Patocka, Nudel, Sharansky, Havel, Solzenicyn. Oggi ci sono questi eroi dell’islam. Sono le mosche bianche che tengono viva la libertà del dire e del pensare e che vogliono abbattere la cortina di ferro dell’islam. Le loro storie sono capaci di penetrare il muro di oppressione del fondamentalismo. Il diritto alla vita, alla libertà d’espressione, alla democrazia e alla dignità questi dissidenti islamici se lo sono conquistato al prezzo dell’esilio, della tortura, dell’ostracismo di stato, del pubblico ludibrio totalitario, spesso della vita. Dove stanno i “musulmani moderati”? In prigione, in esilio, in fuga, quando non sotto terra.

 

Come Houshang Asadi, intellettuale iraniano che ride con grande facilità, ma che nel cuore e nel fisico porta i segni delle terribili torture subite nelle prigioni degli ayatollah. Ancora si ricorda della promessa che gli fece la futura Guida Suprema, Ali Khamenei, in prigione sotto lo scià: “In un governo islamico, non una lacrima cadrà da un innocente”. Mai promessa fu più tradita. Il suo futuro torturatore islamico, “Fratello Hamid”, gli dava duecento colpi di cinghia al giorno. Come Mohammad Maleki, un grande intellettuale iraniano trascinato per strada, mentre la polizia gli sequestrava libri, computer e diario privato. Primo rettore dell’Università di Teheran dopo il 1979, Maleki è accusato di essere “un nemico di Dio” (“mohareb”, nella lingua locale).

 

Come l’iraniano esule in Olanda Afshin Ellian. La notte precedente l’anniversario della morte di Theo van Gogh, in una sala conferenze di Keizersgracht si tenne un incontro sull’islam. Nell’edificio c’erano venti poliziotti armati per proteggere due ospiti d’onore: Ayaan Hirsi Ali e Afshin Ellian. Oggi quest’ultimo vive sorvegliato a vista, nella sua casa fra Amsterdam e Utrecht e all’interno dell’università.

 

Hanno profili diversi questi eroi, sono scrittori, giornalisti, poeti, attivisti dei diritti umani, intellettuali.

 

Molte sono donne. Come Shukria Barakzai, la giornalista che ha dichiarato guerra ai fondamentalisti islamici da quando la polizia religiosa  dei talebani del Mullah Omar l’ha picchiata perché aveva osato camminare senza accompagnatore maschile. “Quando lascio la mia casa per andare al lavoro, non sono così sicura di ritornarci”, dice Shukria. Lo scorso novembre, un kamikaze si è fatto esplodere vicino alla sua auto, facendo tre morti. Le immagini mostrano Shukria che esce dalle lamiere. Era già sopravvissuta ad altri due attentati nel 2003 e nel 2005.

 

Sono donne come Fatima Gailani, che ha fondato l’Afghanistan Women Council, che è tornata nel suo paese per lavorare alla stesura della “Costituzione islamica democratica, che tenga conto dei diritti umani e di quelli delle donne”, la Carta bollata come “apostata” dagli sgherri di Osama bin Laden. Per il suo lavoro di “infedele”, Gailani è in cima alla black list dei guerriglieri di Allah. Assieme a Maria Bashir. Gli afghani non sono in grado di proteggerla, così è agli americani che è stata affidata la protezione di questa che è l’unico magistrato donna di tutto il paese. Donne come Salima Ghezali, scrittrice algerina, musulmana, Premio Sakharov, che gli islamisti assassini hanno condannato a morte in contumacia.

 

Il franco-algerino Mohamed Sifaoui, giornalista e intellettuale, ha visto la sua foto e il suo nome accanto alla scritta “le mourtad”, l’apostata, su un sito islamista. “Non potrai ritardare la tua ora”, c’era scritto. La protezione intorno a lui è diventata totale a partire dal 2006, fin da quando Sifaoui difese la libertà di espressione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, già allora obiettivo dei fanatici. Una storia che ricorda quella dell’algerino Reda Hassaine, che da infiltrato ha fatto smantellare la rete di terroristi legata alla moschea inglese di Finsbury Park. Numerosi imam, come Abu Hamza, hanno chiesto ai fedeli di tagliargli la gola.

 

Come il blogger saudita Raif Badawi, condannato alle frustate settimanali, perché predica l’“ateismo” ai custodi della Mecca. E’ saudita come Hamza Kashgari, un poeta colpito da una fatwa per i versi dedicati a Maometto: “Nel giorno del tuo compleanno, dico che ho amato il tuo essere ribelle, dico che mi hai ispirato e che non amo l’aura divina intorno a te”. Il suo indirizzo di casa, in attesa che le autorità saudite lo decapitassero, è stato dato in pasto ai suoi persecutori. Un poeta come Adonis, accusato di essere un “collaborazionista” di Assad, già espulso dall’Unione degli scrittori arabi per aver partecipato, a Granada, assieme a intellettuali e artisti israeliani, a una conferenza dell’Unesco. Adonis ha risposto attaccando i fondamentalisti islamici che vedono i laici come “rinnegati e antimusulmani: siamo tutti nella loro lista di obiettivi”. 

 

Boualem Sansal, scrittore algerino che pubblica in Francia per Gallimard, è colpevole di un viaggio a Gerusalemme e per essersi rifiutato di boicottare gli israeliani al Salone del libro di Parigi, nel 2008. In occasione del premio per la pace che la Germania assegna agli scrittori nella Paulskirche di Francoforte, Sansal ha detto alla Neuer Zürcher Zeitung: “L’islamismo per me è il male allo stadio ultimo. Gli islamici fingono di parlare in nome di Dio, in realtà attraverso la loro bocca parla Satana e molte persone credono di poter essere liberate attraverso l’islam”.

 

Di “sedizione, tradimento e offesa alla religione” (leggi islam), è stato accusato il musulmano bengalese Salah Uddin Shoaib Choudhury, giornalista e direttore del settimanale Blitz, perseguitato nel suo paese per aver invocato una normalizzazione dei rapporti con Israele. Gli hanno bombardato gli uffici del giornale e una folla inferocita stava per linciarlo in un pogrom, al grido di “spia d’Israele”.


L’attivista afghana Shukria Barakzai, sopravvissuta a un attentato suicida lo scorso novembre a Kabul


Si trovano in Europa molti di questi dissidenti, in quell’Europa già abbandonata dalla madrina di questi ribelli, Ayaan Hirsi Ali. Sono i prigionieri dell’occidente, sospesi in un limbo.

 

Uno è l’autore del libro “Honour and Shame”, Naser Khader, così chiamato dai genitori in onore del generale egiziano, musulmano siriano con cittadinanza danese, liberale minacciato di morte dai gruppi islamici. Come Ahmed Akkari, l’imam danese che infiammò il medio oriente dopo la pubblicazione delle vignette del Jyllands-Posten, che ha detto che “sarà probabile che qualcuno manderà due ragazzi a far saltare in aria Khader”.

 

Vive in Belgio Mimount Bousakla, politica liberale di Anversa, di origine marocchina, che ha dovuto abbandonare casa e amicizie e rifugiarsi in un domicilio segreto, sotto la protezione della polizia. Come lei Nyamko Sabuni, musulmana svedese, dice di voler mettere al bando l’infibulazione genitale femminile in Europa e i matrimoni forzati, due piaghe del multiculturalismo. Come il sindaco di Rotterdam, Ahmed Aboutaleb, che nei giorni della strage di Charlie Hebdo ha invitato i musulmani che non accettano i valori europei ad “andarsene”. L’assassino di Theo van Gogh lo ha definito “zindiq”, eretico meritevole di morire.
Come Mina Ahadi, presidente in Germania del Comitato degli ex musulmani, il cui marito è stato giustiziato in Iran. Ahadi difende gli apostati, i musulmani che vogliono cambiare religione. Seyran Ates, turca in Germania, avvocato insignita del Premio Brentano, si è beccata una pallottola alla gola per il suo lavoro pro bono in difesa delle donne musulmane. Gli islamisti volevano metterà a tacere e farle fare la fine del giornalista Hrant Dink. Ma il proiettile si fermò tra la quarta e la quinta vertebra cervicale. Seyran ci ha messo cinque anni per riprendersi dalle ferite. Stesso profilo per le femministe musulmane Necla Kelek (femminista tedesca di origine turca) e Irshad Manji (quest’ultima canadese di origine ugandese, musulmana, che ha scritto molto contro “la banda pistola-e-Corano”).

 

Dalla Spagna viene Mansur Escudero, musulmano che ha promosso una fatwa contro Osama bin Laden, per questo bollato come “infedele” da al Qaida in Iraq e sotto protezione. Ha dovuto riparare in Norvegia l’avvocato Mohammed Mostafaei, la sola speranza per molti prigionieri iraniani condannati a morte. Mostafaei è l’avvocato musulmano che ha rischiato tutto, anche la propria famiglia, per difendere le vittime del sistema giudiziario degli ayatollah. E’ stato anche uno dei membri attivi della rete di volontariato degli avvocati nella “Campagna per una legge senza lapidazione”. Questa campagna è riuscita a salvare le vite di almeno nove donne e due uomini in meno di due anni. Il quotidiano conservatore Kahyan lo ha accusato di essere “un agente dei sionisti”.

 

Sempre in Norvegia c’è Kadra Noor, giornalista di origine somala, che si è infiltrata nelle moschee di Oslo per denunciare il doppio linguaggio degli imam, pestata per strada, finita sotto protezione della polizia.

 

Dopo la strage di Charlie Hebdo dello scorso 7 gennaio, in cima alla lista dei taglialingue c’è una musulmana bengalese, Taslima Nasreen. Il suo governo la vorrebbe in carcere, i fondamentalisti sottoterra. I suoi libri vengono bruciati o censurati. Il romanzo che le è valso la condanna a morte degli integralisti, “La Vergogna”, è stato bruciato nelle piazze di tutto il mondo islamico. Le sue opere sono tradotte in venti lingue, ma vietate in Bangladesh perché “contengono sentimenti anti-islamici e affermazioni che potrebbero distruggere l’armonia religiosa”. “Dovrà essere uccisa, decapitata. Chiunque compirà questo dovere riceverà una ricompensa”, recita una fatwa del Consiglio Ittehad per l’India. La taglia non sarà ritirata finché Nasreen non “chiederà perdono, darà fuoco ai suoi libri e se andrà”. Altri hanno offerto una ricompensa a chi riuscirà ad annerirle il volto: “La sua faccia può essere annerita con inchiostro, vernice o catrame”. Taslima scrive in maniera dimessa, triste, senza scatti di fantasia, in maniera esasperante.

 

Ghada Jamsheer è un avvocato e ha fondato nel Bahrein il Women’s Petition Committee. E’ stata accusata di “blasfemia” e condotta in tribunale per supposto oltraggio a un giudice sharaitico. Ha pubblicato un libro dal titolo “Il giustiziere”. Vuole mettere al bando il sesso con i bambini, una pratica condonata in molti paesi islamici. 

 

Chi vuole sconfiggere la sharia nel Sudan è Lubna Hussein, i giudici l’hanno riconosciuta colpevole di “comportamento indecente” per aver indossato i pantaloni in un ristorante, dove la polizia l’ha anche picchiata in pubblico. Editorialista progressista, Lubna ha sfidato i giudici islamici: “Frustatemi se ne avete il coraggio”.

 

E’ una psichiatra siriana Wafa Sultan, inseguita da una fatwa scagliata da chierici qatarioti ed egiziani, da quando apparve sugli schermi di al Jazeera per dibattere con degli islamisti e disse: “E’ una guerra tra civiltà e arretratezza, tra mondo civile e mondo primitivo, tra barbarie e razionalità, tra libertà e oppressione, tra democrazia e dittatura”. Come è una psichiatra Nawal al Saadawi, che lotta in Egitto contro l’infibulazione, più volte minacciata di morte dai fondamentalisti. La sua pièce teatrale, “Dio si è dimesso nel corso del vertice”, è stata definita dall’ex Gran muftì Mohammad Sayd Tantawi “un insieme di ingiurie contro divinità, profeti e angeli”. Nawal venne cacciata dalla Fiera del libro del Cairo per aver detto che il Corano non contiene obblighi di portare il velo. Stessa sorte per la musulmana Bisnat Rashad per il suo libro sulla vita sessuale di Maometto, scritto per smontare il mito delle capacità sessuali del Profeta, secondo lei offensive per il fondatore dell’islam e nocive per la mente di un miliardo di musulmani. Alla Sultan e alla Saadawi, i fondamentalisti vogliono far fare la fine dello psichiatra algerino Mahfoud Boucebci, vicepresidente dell’Associazione internazionale per la psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, nel 1993 accoltellato a morte all’ingresso dell’ospedale in cui lavorava, ad Algeri.

 

Si è protetto dietro a uno pseudonimo “lo Spinoza dell’islam”, Ibn Warraq, autore nel 1995 dell’acclamatissimo “Why I am not a muslim”, scritto dopo l’affare Rushdie e che tanta eco ebbe negli Stati Uniti, facendo diventare l’autore il capofila di una generazione di dissidenti. Nato a Rajkot, in India, prima di emigrare in Pakistan, Ibn Warraq si è formato in Inghilterra accanto al grande studioso Montgomery Watt, autore di una delle più celebri biografie di Maometto.

 

Nei giorni di Charlie Hebdo, Shireen Dalvi, una giornalista musulmana che dirige Avadhnama, un quotidiano indiano, ha avuto il coraggio di ripubblicare le vignette del giornale satirico francese. Ma da allora, deve vivere nascosta sotto un burqa.

 

[**Video_box_2**]Stessa sorte per il giornalista turco Utku Cakirozer (nella foto in basso), licenziato da direttore del quotidiano Cumhuriyet, l’unico a pubblicare le vignette di Charlie Hebdo in Turchia, che imam fondamentalisti accusano ora di “blasfemia”. E’ turco anche il pianista Fazil Say, messo sotto processo in Turchia per aver ironizzato sul canto dei muezzin e aver postato poesie di Omar Khayyam. Say, noto per le interpretazioni di Ciajkovskij, era stato attaccato duramente dagli oltranzisti religiosi per aver composto un Requiem per il poeta turco Metin Altiok, bruciato vivo da una folla di integralisti musulmani nel 1993.

 

Il blogger Walid Husayin è una rarità assoluta nei Territori palestinesi. Ha appena pubblicato per le edizioni Grasset, in Francia, un libro sul perché critica l’islam. “Bruciatelo vivo!”, hanno scritto di Husayn molti commentatori arabi. Su Facebook un gruppo islamico ne ha chiesto l’uccisione. Identificandosi come “un ateo di Gerusalemme”, in uno scritto intitolato “Perché ho abbandonato l’Islam”, Walid spiega che i musulmani “credono che tutti quelli che lasciano l’islam siano o un agente o una spia di qualche stato occidentale, di solito Israele” e che non capiscono che “le persone sono libere di pensare e di credere in quello che vogliono”. Persino la famiglia ha preso le distanze da lui: “Ci ha disonorati”.

 

Di “ateismo” è stato accusato in Egitto anche lo scrittore e pensatore Sayed al Qimani. Ahmad Omar Hashem, ex rettore della celebre Università del Cairo al Azhar, ha detto che per Qimani non sono sufficienti le scuse: “Il mondo islamico non si calmerà se non ci sarà la punizione decisiva e immediata”. I fondamentalisti islamici hanno affisso il nome di Qimani sulle porte di alcune moschee. La sua “colpa” è aver proposto l’abolizione dell’articolo della Carta egiziana che pone la sharia come base dello stato. Una delle minacce di morte recita: “Sappi, o miserabile, o apostata di nome Sayed al Qimani, che cinque fratelli monoteisti, leoni della Jihad, sono stati arruolati per ucciderti. Hanno giurato a Allah di acquisire le sue grazie tagliandoti la testa”.

 

E’ egiziano come Abdel Suleiman, noto come “Karim”, il primo blogger arabo processato per i suoi scritti, il primo ad aver perso la libertà per aver usato una tastiera, sbattuto in prigione con l’accusa di “blasfemia”, diffusione di “informazioni sediziose” e di “odio nei confronti dell’islam”. Il suo processo è durato cinque minuti.

 

In Tunisia, ci sono una manciata di registi e intellettuali che si battono per la libertà di espressione e di pensiero, soprattutto dopo l’assassinio, un anno fa, di Chokri Belaid, il Matteotti tunisino. C’è la regista di “Ni Allah ni maître” (Né Allah né padrone), Nadia El Fani, oppositrice del regime di Ben Ali ieri e dei fondamentalisti oggi. La sua dichiarazione di ateismo (“Io non credo in Allah”) le è costata una fatwa. Islamisti hanno preso d’assalto il cinema Africart di Tunisi, una delle sale più famose della capitale e di tutto il paese, dove era in programma il suo film. O come Nabil Karoui, direttore dell’emittente tunisina Nessma TV, minacciato di morte e portato in tribunale per rispondere dell’accusa di “blasfemia”.

 

In Pakistan a rischiare ogni giorno la vita è Sherry Rehman, donna, musulmana, laica, ufficialmente bollata come “kaffir”, infedele, e “wajib-ul-qatl”, degna di essere uccisa. Rehman è una sopravvissuta. Si trovava nella jeep dietro a Benazir Bhutto quando è stata assassinata. Rehman è stata pugnalata durante una manifestazione, dopo essere stata dieci anni alla guida del magazine The Herald e aver contribuito a fondare la commissione Diritti umani del Pakistan. Si batte per abrogare la legge contro la blasfemia, introdotta nel 1986 e che prevede la pena di morte in caso di offesa a Maometto.

 

Rehman è nella lista assieme a Hina Jilani, l’avvocato che ha creato nel 1980, con la sorella Asma, il Women’s Action Forum per aiutare le donne a ottenere il divorzio da mariti violenti. Nel 1981 ha fondato il primo studio legale femminile del Pakistan, diventando più volte obiettivo di attacchi violenti e minacce all’interno e all’esterno del suo ufficio.

 

Agli agenti di polizia iraniani che lo stavano arrestando, il professor Maleki ha detto: “Vi ringrazio, in questi tempi mi sarei vergognato di morire nel mio letto”. Le storie di questi dissidenti della mezzaluna, straordinarie e feroci, sono l’inveramento di un detto di Sacharov dal suo esilio a Gorkij: “Della mia vita non sono io che dispongo”. La paura, il dolore, la ferocia dei nemici, i successi e l’orgogliosa resistenza di questi “ribelli di Allah” sono uno dei racconti più belli del nostro tempo. Sono, forse, anche l’unica speranza autentica di riformare il mondo islamico.

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