Mi manda Arrigo Sacchi

Da difensore (scarso) del Parma alla guida di Fendi. Storia contromano di Pietro Beccari, ex calciatore, che ha messo insieme Anita Ekberg, un Colosseo e un gigante della moda. La maison che trasloca nel Palazzo della Civiltà disabitato dal Ventennio, ossessione di Fellini, Antonioni e Rossellini

Mi manda Arrigo Sacchi

Anita Ekberg nel film “Le tentazioni del dottor Antonio” sulla scalinata del Palazzo della Civiltà dell’Eur, anche detto Colosseo quadrato, diventato ora quartier generale Fendi

Dalla scalinata del cosiddetto “Colosseo quadrato” oggi non scende nessuna Anita Ekberg – lo faceva quella felliniana (sceneggiata da Ennio Flaiano) de “Le tentazioni del dottor Antonio”, episodio di “Boccaccio 70”, ed era una Ekberg gigantesca e notturna, incubo e sogno, diva scappata da un cartellone pubblicitario per inseguire, lungo i viali dell’Eur, un povero Peppino De Filippo attirato e terrorizzato da quella réclame della donna bellissima che guarda il passante e lo invita a bere un bicchiere di latte.

 

 

Non c’è Anita, dunque, e non è neppure notte. Ma sotto le nuvole scure che accompagnano la traversata centro-Eur, man mano che ci si avvicina alle scale da cui Anita scendeva, si capisce come mai l’ossessione registica si sia sviluppata attorno al Palazzo della Civiltà, una specie di Ayers Rock piantata nel cuore dell’Eur, esempio di architettura fascista e da qualche giorno quartier generale Fendi, con due piani già in uso come uffici e gli altri quasi pronti all’inaugurazione. Ossessione, dunque: e prima Roberto Rossellini (“Roma città aperta”, con i tedeschi e i partigiani e gli archi del palazzo-monumento a fare da sfondo) e poi Federico Fellini (con Ekberg, appunto) e poi Michelangelo Antonioni (“L’Eclisse”, con Alain Delon e Monica Vitti giovani, belli e incapaci di amare che si incontrano e si perdono a due passi da lì), ma poi pure Paolo Sorrentino (in zone limitrofe), come ricordano gli amici cinéphile a chi debba recarsi al Colosseo quadrato nei giorni del trasloco della maison Fendi (prima si stava in piazza di Spagna, palazzo omonimo). E ci si deve inerpicare verso l’ingresso del palazzo spinti da un vento insolito (arriva un tifone freddo o forse Mary Poppins, si pensa mentre si sale su per la scalinata da cui scendeva Anita e mentre un paio di figurine lontane, vestite con eleganza da popolo delle sfilate, fanno il percorso inverso). E poi bisogna percorrere il salone al piano terra, quello solenne che resterà aperto al pubblico, e che verrà dato gratuitamente per mostre, sfilate e dimostrazioni di giovani designer, artisti e artigiani (uno spazio per “l’eccellenza italiana”, dirà poi l’ad e presidente di Fendi Pietro Beccari).

 


Pietro Beccari


 

E’ tutto aperto, dentro il palazzo, l’aria circola come se non ci fossero porte, ci si aspetta quasi di decollare: Colosseo quadrato astronave-ascensore rampa di lancio, sono i pensieri peregrini del visitatore che sbarca infine lassù, sulla terrazza panoramica da cui si vede tutto, dal Terminillo al mare, ed è come stare sulla London Eye ma a Roma (al centro della terrazza, invece, c’è la grande vertigine bianca: ti affacci e c’è il nulla, il palazzo è vuoto al centro: solo il muro bianco che si tuffa giù a perdita d’occhio). Si sale e si scende, percorrendo il corridoio ancora in allestimento e il patio e le scale interne con corrimano in marmo – “ci pensate al fatto che questo sia stato un palazzo fantasma per sessant’anni?”, dice Beccari, il manager arrivato al Colosseo quadrato partendo da un paese a pochi chilometri da Parma, sotto lo sguardo di Arrigo Sacchi (allenamenti di calcio, ché in gioventù Beccari era terzino).

 

Ma prima, laggiù, ai piedi della scalinata di Anita, il Palazzo della Civiltà dell’Eur ancora un fantasma pareva: sagoma obliqua, che si fa guardare di sotto in su, presa in affitto fino al 2028 da Bernard Arnault, uomo-simbolo del colosso del lusso Lvmh (cui Fendi fa capo), per 2 milioni e 800 mila euro all’anno (da Eur Spa). Le poche residue impalcature alla base non riescono a nascondere il tutto, e si capisce che oggi, con l’arrivo della maison che un tempo fu pellicceria in via del Plebiscito, bottega per signore che via via diventa “marchio”, anche per il palazzo è tutta un’altra storia. “La conosce comunque la storia di questo posto, no?”, dice l’architetto Marco Costanzi al visitatore non così sicuro di ricordarsi proprio tutto-tutto di quel che è successo all’edificio dopo l’esposizione universale del 1942, motivo d’esistere originario del Palazzo della Civiltà, monumento razionalista alto sei piani, con 54 archi per facciata e 28 statue alla base, prima teatro di grandeur poi catafalco silente, addormentato come per incantesimo, ma senza i suoi abitanti immersi nel sonno (a parte gli sfollati nella fase finale della guerra, e a parte i meno drammatici “eventi” che di tanto in tanto lo animeranno fino alla resurrezione targata Fendi).

 

L’ascensore intanto sbarca al piano già operativo della nuova “èra Fendi”: i creativi sono arrivati tre giorni fa, Silvia Venturini Fendi compresa, e Karl Lagerfeld, che presto farà capolino nell’ufficio trasparente che sembra quasi sopraelevato, tanto si affaccia sul panorama, ha scritto di suo pugno, su carta intestata, una lettera a Beccari: “Caro Pietro, voglio essere il primo a contattarti a questo indirizzo” (e a quel punto non ci si può esimere dal chiedere che cosa succede quando arriva Lagerfeld a Roma, com’è la dinamica: si apprende che Lagerfeld, con il suo aereo privato, viene in giornata, parla con tutti, collabora con tutti, “è gentilissimo oltreché coltissimo”, si siede alla sua scrivania, ascolta chi ha da dire qualcosa, lavora, saluta, poi gentilmente com’è arrivato se ne va – fino alla volta successiva). Ma oggi Lagerfeld non c’è e la luce, nonostante il temporale imminente, inonda l’open space circolare (trasparente anche quello). Le scrivanie vicine alle vetrate sembrano protese su Roma e sull’oltre-Roma che va dai monti al litorale. “Il legame di Fendi con Roma lo sentiamo ancora di più, qui”, dice Beccari, che racconta l’incredibile caso della telefonata seria, ma presa per uno “scherzo telefonico” da un funzionario comunale rassegnato al peggio, con cui un giorno Beccari comunicò alle istituzioni preposte l’intenzione di Fendi di sostenere il restauro della Fontana di Trevi con due milioni e mezzo circa di euro. Non scherzavano, come si può leggere sul sito della maison: “Nel 2013 Fendi ha scritto un nuovo capitolo della sua straordinaria storia, consolidando ulteriormente la sua relazione con Roma. ‘Fendi for Fountains’ è un ambizioso progetto di mecenatismo culturale volto a far rivivere l'originario splendore delle più importanti fontane di Roma: la celeberrima Fontana di Trevi e il complesso delle Quattro Fontane. Un tributo di Fendi alla bellezza, all’arte, alla storia e alla cultura italiana”.

 

Si cammina, si cammina molto, al piano dei creativi, su pavimenti anche sopraelevati verso il mezzanino appoggiato su pannelli mobili e a scomparsa, decorati con intarsi che ricordano il mestiere d’origine della maison (per esempio le pellicce), dice l’architetto mentre sui tavoli e nelle teche spuntano occhiali, borse, scampoli di pelle colorata, proprio accanto alle sale riunioni, cubi trasparenti pure quelli. “E’ la filosofia aziendale, la trasparenza” dice Beccari (e il cronista abituato a sentir nominare la “trasparenza” in ambito politico, brandita quasi quasi come minaccia dalle armate indignados sul web, per un attimo sobbalza: che persino nella moda sia in agguato l’anticasta? Trattasi invece di significato letterale: trasparente nel senso del “non nascondersi alla vista” – con piano terra aperto al pubblico, appunto).

 

Che poi, essendo Fendi parte del “polo del lusso” Lvmh, ci si aspettava di veder comparire un presidente-amministratore delegato da “polo del lusso”: volto imperscrutabile, capelli brizzolati, orologi di peso, abiti da regata o, d’inverno, da chalet dove bere l’amaro giusto, giacche non formali ma neppure informali. Invece, al piano-creativi, arriva il non ancora cinquantenne e informalissimo Beccari, che per storia e apparenza contraddice il topos del manager da settore-lusso. Calciatore mancato, come si è detto, diplomato al liceo classico e laureato in Economia, Beccari ha il cursus un po’ americano di colui che parte dal basso e arriva in alto, ma neppure in quello si ritrova: “Beh, sarò stato anche in origine un manager contadino”, dice, “ma c’è di peggio come gavetta”. La storia è questa: Beccari, proveniente dallo stesso “villaggio del parmense”, così lo chiama, della moglie Elisabetta (sono insieme da trent’anni e hanno tre figlie), non aveva inizialmente escluso la possibilità di intraprendere davvero la carriera calcistica. Sì, il carico era pesante (allenamenti-studio-pranzo-studio-allenamenti-cena-studio: in questo ordine tutti i giorni, e sempre con sveglie antelucane). E sì, toccava andare spesso in ritiro, con la serie C all’orizzonte. Ma il dubbio persisteva: farò questo nella vita? Aiutò a scioglierlo un Arrigo Sacchi fin troppo sincero (“ti dico la verità, Beccari, non è che io ti veda tanto, in futuro, come calciatore professionista”, gli disse un giorno). Beccari rimase un po’ così, ma aveva il piano B. Studio matto e disperatissimo all’università, ma con partite domenicali in trasferta a Brescello, il paese che ha fatto da quinta alle avventure di don Camillo e Peppone. (Ora Beccari dice che il calcio “insegna l’autodisciplina: nulla ti arriva facile. E poi ti insegna che da soli non si vince: inutile far fuori tutti nella corsa verso il potere. Con chi la giochi la partita?”).

 

Voltata pagina dopo il discorso di Sacchi, per Beccari arrivò un primo lavoro a Milano, settore marketing, alla Benckiser, azienda leader nel settore detergenti. Ma la vera opportunità si presentò sotto forma di incarico in Parmalat (prima dello scandalo) a New York. “Che facciamo, partiamo?”, aveva detto Pietro a Elisabetta, allora giovane insegnante di Matematica e Fisica. Vinse la suggestione dell’avventura oltreoceano (l’inglese si può imparare, pensò il non ancora poliglotta Pietro), e quella di un’azienda che (allora) aveva un nome. I contatti da ex calciatore, comunque, gli furono utili nell’organizzazione di un torneo targato Parmalat al Giant Stadium di New York: Beccari in pochissimo tempo contattò gente del Parma, del Real Madrid, del Benfica. Risultato: squadre presenti. Stadio pieno. Quarantamila biglietti venduti. Buona nomea di organizzatore eventi conquistata sul campo. Ma era già tempo di cambiare, ché la Parmalat, per Beccari, era “troppo poco internazionale per permettere una carriera rapida”. La svolta si profilò con destinazione Germania, Düsseldorf, e incarico alla Henkel, multinazionale della cosmetica (oggi, per far capire all’interlocutore di che cosa potesse trattarsi, Beccari nomina un’istituzione della pubblicità anni Novanta, lo shampoo “Testa nera”). “Che facciamo, partiamo?”, aveva nuovamente chiesto Pietro a Elisabetta (incinta di sette mesi), la quale non si scompose di fronte all’ennesimo trasloco intercontinentale, forse perché animata, allora, dice suo marito, “dall’incoscienza dei nostri pochi anni”. Detto e fatto. Solo che bisognava imparare almeno i rudimenti del tedesco, motivo per cui i coniugi Beccari finirono non in Germania, lì per lì, ma in Belgio, dove per un mese restarono chiusi in una sorta di monastero, per un corso di tedesco accelerato con audiocassetta (“si stava tutto il giorno in salotto con il registratore: accendi, ripeti, spegni”. Un po’ la scena madre di “Misterioso omicidio a Manhattan” di Woody Allen). Dopodiché, tedesco a parte, arrivarono anni di lavoro e promozioni, con intervalli di vita a Bruxelles, fino a che un cacciatore di teste non suggerì ai vertici Louis Vuitton di chiamare quel giovane manager Henkel per dare una risistemata al marketing. Ma trasferirsi a Parigi, sebbene più semplice dal punto di vista linguistico, aveva i suoi contro. “Chi è questo che viene dagli shampoo?”, era il messaggio non detto (ma scritto sulle facce dei colleghi). Furono sei mesi di onori formali e isolamento sostanziale (“stavo in questo bell’ufficio e nessuno mi mandava un’e-mail”). Poi un’idea: perché non riequilibriamo l’immagine di Vuitton verso il concetto di viaggio? “E qui viene il divertimento”, dice Beccari, memore della corsa in treno a Ginevra, nel 2006, destinazione ufficio distaccato di Mikhail Gorbaciov. Avrebbe voglia di fare una campagna per noi?, fu la domanda rivolta all’ex presidente russo, già comparso, in passato, in uno spot di Pizza Hut. Gorbaciov a Vuitton impose lo sfondo: il Muro di Berlino. Per il resto si trovò a bordo di un taxi, fotografato da Annie Leibovitz, con una borsa Vuitton a fianco e una rivista che spuntava (e siccome, scherzo del caso, dalla rivista che spuntava si leggeva, ingrandendolo molto, un titolo in cirillico sull’omicidio Litvinenko, tutti ci videro un messaggio in codice – smentito poi da Gorbaciov in persona). La campagna sul viaggio ebbe altri momenti memorabili: Keith Richards che arriva ubriaco in un albergo con una chitarra appartenuta a John Lennon (“spero non vi dispiaccia se suono un po’”); Maradona, Pelé e Zidane che giocano a calciobalilla in un bar di Madrid, su sfondo di bicchieri vuoti e giornali ingialliti. Il ritardo di Maradona fu proverbiale, gli sguardi tra lui e Pelé non proprio amichevoli, poi la partita (vera) a calciobalilla dissipò la tensione (Leibovitz però si seccò parecchio: nessun leader politico mondiale o divo del cinema l’aveva mai fatta aspettare così tanto). Beccari cercò di avere anche Bill Clinton, per la campagna, ma la carriera di Hillary incombeva. Non se ne fece nulla, però Bill lo invitò alla cena per i novant’anni di Nelson Mandela, a Londra: “Ai tavoli si aggirava Pierce Brosnan”, dice oggi l’ad di Fendi, “ma Clinton che parlava a braccio per Mandela era il vero spettacolo”. (Poi prese la parola Gordon Brown, leggendo un discorso scritto, e l’effetto anticarismatico fu assicurato per contrasto). “Creativi si diventa lavorando”, dice Beccari, convinto che “il talento non si possa lasciare allo stato brado: puoi improvvisare solo se sei già organizzato”. Con questa convinzione, tre anni fa, è arrivato alla maison Fendi.

 

Mezz’ora dopo, sulla terrazza, il vento da cime tempestose allontana le nuvole dalle montagne sullo sfondo. Due dei creativi già traslocati da piazza di Spagna le indicano entusiasti. Inghiottiti di nuovo dall’ascensore-rampa di lancio, si torna nel grande atrio. Ci si accoda alle figurine nere che scendono per la scalinata di Anita Ekberg, e per un momento sembra mancare solo lei, al debutto in società del palazzo che finora, come lei nel film, era apparso e scomparso dalla vita della città, stralunata allucinazione.

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