La principessa fenicia Europa rapita da Zeus che ha assunto le sembianze di un toro

Non è un'Europa per noi

Natan Sharansky

Il Vecchio continente rinuncia alla sua identità, abolisce le nazioni, entra nell’èra del post liberalismo multiculturale, lì dove tutto si
equivale. Antisemiti e jihadisti ringraziano, la salvezza è a Gerusalemme.

Potenti correnti ideologiche sono al lavoro in Europa, e gli ebrei vivono una situazione sempre più precaria su questo Vecchio continente dove non si sentono più a casa loro. Si possono distinguere tre fenomeni, all’origine del loro sentimento di insicurezza: lo scacco dell’integrazione dei musulmani, il risorgere dell’antisemitismo di destra e le mutazioni del liberalismo politico europeo. Navigando nel relativismo culturale, i paesi europei rigettano oggi i particolarismi nazionali, non esigono più dai nuovi arrivati che essi adottino le norme e i valori culturali della maggioranza e creano così un clima favorevole al terrorismo islamista. Avendo adottato una cultura “post identitaria”, l’Europa diventa sempre più ostile all’idea di uno stato ebraico. Questa situazione mette gli ebrei di fronte a un dilemma profondo: preservare il loro attaccamento a Israele o unirsi al coro della critica europea, a detrimento della loro stessa identità.

 

Sotto certi aspetti, questo dilemma non è certo nuovo. Già alla fine del XVIII secolo, nel momento dell’emancipazione civile del giudaismo dell’Europa occidentale, quando i ghetti scomparvero, gli ebrei affrontarono una scelta analoga: vivere tra di loro, coinvolgendosi meno nella vita della città, convertirsi al cristianesimo e fondersi nella maggioranza, o ancora rinunciare alla loro identità di popolo e relegare la loro pratica religiosa alla sfera privata, secondo il principio formulato da Clermont-Tonnerre: “Bisogna rifiutare tutto agli ebrei come nazione e accordare tutto come individui”.

 

Molti ebrei hanno scelto quest’ultima opzione. Rispettando scrupolosamente le condizioni di questo patto, si sono ambientati nella nuova realtà. Quale che sia il loro grado di fede o di pratica religiosa, sono rimasti cittadini devoti alle rispettive nazioni, anche nei momenti di tensione.

 

Nel tempo, la maggior parte degli ebrei europei ha fermamente difeso l’ideale liberale che fissava un’Europa dove i diritti dell’uomo erano al cuore della sua visione del progresso. Fu solo con l’affermazione del fascismo e del totalitarismo che questo mondo liberale è venuto giù come un castello di carte.

 

La Seconda guerra mondiale e la Shoah hanno cambiato per sempre il destino della comunità ebraica mondiale. Il sionismo, all’inizio rifiutato da una gran parte dell’intellighenzia ebraica, è stato percepito come la sola risposta alle temibili sfide della storia. Numerosi sopravvissuti al genocidio sono emigrati verso lo stato ebraico nuovamente creato, e Israele è diventato una parte essenziale dell’identità degli ebrei che scelsero di rimanere nella diaspora.

 

Dopo un trauma come la perdita brutale di tutta la propria famiglia e del solo mondo che si è conosciuto, è normale cercare la prova che millenni di preghiere non sono stati fatica sprecata; che esiste ancora un filo che lega il passato alla speranza di un futuro; che non è né futile né folle continuare a sognare la possibilità di un mondo migliore. Israele è divenuto questa prova.
Così come il mondo ebraico, l’Europa liberale è stata profondamente sconvolta dall’orrore della Shoah.

 

Dopo secoli di conflitti religiosi e nazionali, sfociati in due terribili guerre mondiali, gli europei liberali hanno deciso di rigettare le loro identità nazionali per allontanare le fosche ombre del passato. Hanno quindi cominciato a sostituire l’ideale moderno di stato-nazione con un post nazionalismo che ha per orizzonte una società globalizzata, e con un post modernismo che considera tutte le culture e le tradizioni moralmente equivalenti.

 

Ora, ed è la cosa che più colpisce, l’Europa multiculturale che è il risultato di questa concezione post nazionale è anche, sotto molti aspetti, una Europa post liberale. In una democrazia liberale, si è chiamati a rispettare l’identità dei propri concittadini e quella delle minoranze del paese quanto la propria identità. Nella democrazia post liberale, non si è incoraggiati ad amare la propria identità – forti identità conducono alle guerre, e la guerra è il male assoluto. In una società liberale, i diritti individuali sono un valore supremo, per il quale si è pronti a lottare, perfino a morire. Ma nell’Europa multiculturale, dovendo considerare tutte le culture sullo stesso piano, è proibito considerare che una cultura che rispetta i diritti individuali sia superiore alle identità illiberali. In breve, l’Europa post liberale potrebbe adottare come motto le parole di John Lennon: “Immagina che non ci siano nazioni… Nessuna ragione per cui uccidere o morire, e nessuna religione”.

 

Dove si colloca Israele, lo stato ebraico e democratico, in rapporto a questa concezione del mondo? Israele ha visto la luce nel momento in cui l’idea di stato-nazione non era più di moda in Europa. Se, dopo la Shoah, nessun liberale al mondo poteva opporsi all’idea di uno stato ebraico, gli europei post liberali di oggi vedono sempre più Israele come le ultime vestigia dei loro errori passati, colonialisti e nazionalisti. Nel momento in cui l’Europa cominciava a rifiutare le aspirazioni identitarie, si è vista la creazione di uno stato ancorato senza vergogna a una identità etno-religiosa, dopo duemila anni di esilio. Nel momento in cui l’Europa decideva che la guerra era il più grande dei mali, Israele era – ed è tuttora – pronto a lottare, se serve con le armi, per garantire la propria esistenza come nazione.

 

Questo spiega almeno in parte perché, a dispetto di pericoli innumerevoli, l’Europa considera Israele come una delle più grandi minacce alla stabilità mondiale. L’integrazione degli ebrei era stata una delle colonne della concezione europea del progresso. Insistendo per ottenere il loro proprio stato nazionale, gli ebrei hanno scelto il lato sbagliato della storia. Anche se Israele arrivava a dimostrare di aver fatto tutto ciò che era in suo potere per arrivare alla pace e per minimizzare il numero di vittime civili palestinesi in combattimento, questo non bastava a coloro che considerano la sua stessa esistenza come un problema.
Tutto questo l’ho compreso dodici anni fa, durante la Seconda Intifada, discutendo con un gruppo di intellettuali francesi.

 

“L’esperienza sionista è fallita – mi dicevano con sollecitudine – l’oriente è l’oriente e l’occidente è l’occidente. Che cosa hanno a che fare gli ebrei con il medio oriente? Alla fine, Israele cesserà di esistere e gli ebrei dovranno tornare in Europa”. Detto in altri termini, gli ebrei sono autorizzati a conservare la propria identità ebraica fin tanto che il suo mantenimento non semina disordine. Per gli europei post liberali di oggi, nessun ideale può giustificare il fatto di combattere. Che cosa hanno da fare i “colonialisti” ebrei in medio oriente? Quanti bambini palestinesi e israeliani saranno uccisi per mantenere in vita questo progetto nazionalista?

 

[**Video_box_2**]Ogni volta che Israele è costretto a difendersi, questo porta non solo a mettere in questione la sua legittimità, ma anche ad accrescere la pressione sui suoi sostenitori. E la pressione funziona. Consideriamo un esempio recente. Quello largamente raccontato dai media di Henk Zanoli, un olandese che aveva ricevuto una medaglia del governo israeliano per aver coraggiosamente salvato un ragazzo ebreo durante la Shoah. La scorsa estate, durante la guerra di legittima difesa di Israele nella Striscia di Gaza, Zanoli ha deciso di restituire la medaglia. La sua sconfessione colpisce. All’inizio, ha scritto, aveva sostenuto la creazione di un focolare nazionale ebraico, ma poi è arrivato alla conclusione che il sionismo contenga “un elemento razzista nell’aspirazione a costruire uno stato solo per gli ebrei”. In effetti, ha aggiunto, “il solo modo di uscire dal pantano nel quale il popolo d’Israele si è ficcato sarebbe rinunciare totalmente al carattere ebraico di Israele”. Solo se accadesse, egli potrebbe considerare l’idea di riprendersi la medaglia.

 

Se l’idea stessa di uno stato-nazione ebraico è in grado di provocare questa repulsione in un non ebreo compassionevole, può incitare anche gli ebrei a prendere pubblicamente le distanze dallo stato ebraico. Questi ebrei critici sottolineano spesso che il loro problema non è tanto l’esistenza di Israele in quanto tale, ma piuttosto la politica del governo israeliano: il modo di trattare i palestinesi, i suoi metodi di guerra e così via. A loro, risponderò che finché i nostri nemici continueranno a cercare la nostra distruzione, quale che sia la composizione del governo israeliano non ci sarà altra scelta che difendere i suoi cittadini militarmente. E finché i nostri nemici, nel loro culto confessato della morte, dispiegheranno le loro stesse popolazioni come scudi umani, si vedranno le foto delle vittime civili diffuse dai media internazionali. Quale che sia il partito israeliano al potere e quali che siano le sue politiche specifiche, gli ebrei saranno costretti a scegliere tra il loro impegno verso il sionismo e la loro fedeltà all’Europa post liberale.

 

Perché allora gli ebrei d’Europa, o chiunque altro, si aggrapperebbero fermamente alla loro identità di fronte alle pressioni che subiscono per abbandonarla? Perché l’identità, ebraica o d’altro tipo, dà un senso e uno scopo alla vita, per via del suo semplice aspetto materiale. Essa risponde a un bisogno umano basilare che consiste nel voler far parte di un insieme più grande di sé, di una comunità intergenerazionale che condivide un insieme di valori e di aspirazioni collettive.

 

Certo, esiste un altro bisogno umano fondamentale: quello di essere liberi, di pensare con la propria testa e di scegliersi la propria strada. Ma queste due aspirazioni – appartenenza e libertà – possono rafforzarsi vicendevolmente invece di opporsi l’una all’altra. La libertà offre la possibilità di coltivare pienamente la propria identità; ma la libertà deve essere difesa, ed è l’identità che dà la forza di realizzare questo compito. E’ un errore pericoloso quello di sacrificare la libertà in nome dell’identità ma, viceversa, è un errore non meno disastroso desistere dall’identità in nome della libertà, come hanno fatto gli europei del nostro tempo.

 

Nell’Europa liberale del passato, si poteva essere cittadino per strada ed ebreo praticante a casa; nell’Europa post liberale di oggi, è estremamente difficile restare europeo convinto per strada ed ebreo fiero di esserlo e legato a Israele, a casa.  
Tuttavia, la vera questione non è il futuro degli ebrei, ma quello dell’Europa. Nel tentativo di liberarsi della propria storia e delle sue istituzioni tradizionali, l’Europa è divenuta decadente e vulnerabile. Ora che il fondamentalismo islamico è penetrato nelle sue società tolleranti e multiculturali, la questione è di sapere se una società che è rifuggita alla propria identità per approfittare della sua libertà può ancora trovare la volontà di battersi, prima di perdere entrambe.

 

Avendo sempre attinto alla grande tradizione liberale europea la forza di lottare contro l’oppressione, non posso che sperare che le nazioni democratiche europee sappiano battersi per la loro libertà. Ma il mio compito in quanto cittadino israeliano è più semplice. Devo assicurarmi che tutti gli ebrei nel mondo che si sentono senza riparo siano in grado di trovare una casa qui, su questo piccolo isolotto di libertà nel cuore di un grande oceano di tirannia, in questa piccola oasi di identità in un deserto di anomia post identitaria. A questi ebrei dico: benvenuti nello stato ebraico e democratico.

 

Questo articolo è apparso sul numero di gennaio del mensile francese Causeur

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