L'islam e la piazza che non c'è

Claudio Cerasa

“Dove sono i moderati indignati contro i fanatici? Oggi è come con le Br, bisogna schierarsi. E lo devono fare anche gli imam nelle preghiere del venerdì”. Parla Fassino. “Quello che è successo a Parigi non riguarda soltanto l’Europa, e quello che genericamente viene identificato come l’occidente. C’è poco da fare: riguarda anche l’islam".

Roma. “Ero a Parigi, sì. Ero anche in piazza a manifestare. Ma dire che, nel mio piccolo, ero in piazza solo per difendere la libertà, le nostre libertà, è banale. Perché quello che è successo in questi giorni non è solo un massacro messo in atto da alcuni fanatici integralisti. E’ qualcosa di più. Qualcosa che deve farci riflettere, che deve interrogare le nostre coscienze. Qualcosa che ci deve portare a scegliere da che parte stare: o di qua, o di là. Stavolta, mi spiace, ma non ci sono sfumature”. Piero Fassino, sindaco di Torino, ex segretario dei Ds, ex ministro della Giustizia, nome che in queste ore viene associato da molti a una partita importante che scatterà nelle prossime ore quando verranno formalizzate le dimissioni dal Quirinale di Giorgio Napolitano, accetta di conversare con il Foglio su quello che oggi è l’argomento centrale non solo per l’Italia ma per tutto il resto d’Europa: l’islam, il fondamentalismo, gli attentati di Parigi, il terrorismo nell’èra della jihad, la ricerca forsennata, e sterile, di una forma di islam moderato, la posizione dell’Italia all’interno del grande casino europeo.

 

Fassino dice di essere orgoglioso della piazza di Parigi, “perché di fronte a un gruppo di fanatici ci sono stati milioni di persone che hanno scelto di ricordare quali sono i valori fondamentali della nostra civiltà, e due su tutti: la libertà di pensiero, la convivenza tra culture diverse”. Ma di fronte alla piazza di Parigi, dice Fassino, c’è un’altra piazza che non si è ancora manifestata che è quella che si trova nei paesi che si riconoscono nella cultura musulmana. E oggi, secondo il sindaco di Torino, non ci possono, non ci devono, essere sfumature. “Quello che è successo a Parigi non riguarda soltanto l’Europa, e quello che genericamente viene identificato come l’occidente. C’è poco da fare: riguarda anche l’islam. Quello che è successo è evidente. Nelle grandi capitali europee milioni di persone sono scese in piazza per manifestare i propri princìpi di libertà. Nelle grandi capitali di cultura musulmana questo non è successo”. Spieghiamo meglio. “Il punto è semplice. E’ chiaro, cosa il massacro ha suscitato nella classe dirigente occidentale. Non è chiaro invece, a parte il caso virtuoso dei re di Giordania e dei Principi Sauditi, cosa ha suscitato nella classe dirigente di matrice islamica. Ho visto molta timidezza. E sarebbe grave se questa timidezza fosse stata generata da una comune appartenenza di carattere religioso e culturale, che potrebbe aver frenato alcuni paesi arabi. Inutile girarci attorno. Le condizioni in cui si trova oggi l’Europa non sono così differenti da quelle in cui si trovava l’Italia ai tempi delle Brigate rosse. All’epoca dicevamo che non era accettabile la tesi del né con lo stato né con le Br. Oggi vale lo stesso principio. Non è accettabile per nessuna ragione dire né con i terroristi né con l’occidente. E chi sceglie di nascondersi nella zona grigia sceglie di schierarsi dalla parte di chi non lotta insieme con l’occidente. L’estremismo fanatico non può avere alcuna copertura”.

 

In questo contesto il multiculturalismo naturalmente c’entra, “perché è ovvio che nella società delle convivenze non si può in nessun modo rinunciare a far convivere persone che hanno culture e religioni diverse. Ma allo stesso tempo la convivenza vera deve essere fatta di reciprocità, e la reciprocità non vale solo per chi accoglie ma anche per chi è accolto, cosa, quest’ultima, che purtroppo non capita sempre”. Ma il punto non è solo questo. E il ragionamento di Fassino parte dal presupposto che non si può osservare quello che sta accadendo in questi mesi senza allargare l’inquadratura a quello che succede nel mondo, “perché oggi non c’è solo Parigi, non c’è solo la Francia, ma c’è anche la Nigeria, con il suo stato islamico, e c’è anche il fondamentalismo islamico di Boko Haram, con i suoi 14 mila morti provocati negli ultimi sei anni, e c’è anche il Califfatto”.

 

[**Video_box_2**]Fassino dice che il problema è di carattere culturale, e politico, perché “la maggioranza delle società islamiche non ha conosciuto fino a oggi secolarizzazione, con la difficoltà a distinguere in maniera netta tra sfera religiosa e sfera politica”. Non c’è incompatibilità genetica tra islam e democrazia, perché laddove ci sono stati fenomeni di secolarizzazione all’integralismo fanatico, come con Atatürk, come in Indonesia, come in Tunisia, si è creata un’alternativa vera all’islam fanatico”. E il passo successivo mosso dal sindaco di Torino riguarda non quello che non è stato fatto nel passato ma quello che andrà fatto nel futuro, e in particolare con lo stato islamico, l’Isis. “Bisogna essere onesti e dire che in questi mesi non c’è stata una risposta sufficiente da parte della comunità internazionale rispetto alla pericolosità del fenomeno Isis, e per questo penso sia doveroso interrogarsi oggi sull’approccio anche militare che i paesi alleati devono avere rispetto alle cellule terroristiche. Se Kobane non è caduta in mano all’Isis è perché c’è stato un dispiegamento di forze maggiore in quella zona. E in questa fase credo sia giusto ragionare in modo pragmatico su tutte le opzioni possibili. L’adeguatezza degli strumenti militari è un punto centrale. E oggi non bisogna escludere nessuna opzione”. Tra gli elementi importanti che Fassino suggerisce di tenere in considerazione ce ne sono due che riguardano sempre la sfera della religione. Da una parte, ripensando al caso nigeriano, il sindaco di Torino sostiene che l’occidente sta sottovalutando in modo “scellerato” la persecuzione di cui sono vittima i cristiani in alcuni paesi dove vige la legge coranica, e dall’altra parte Fassino dice che non si può rimanere indifferenti a numeri come quelli che arrivano dalla Francia che riguardano gli ebrei: oltre 5.000 ebrei francesi immigrati in Israele nel 2014 rispetto ai 3.120 del 2013 e ai 1.916 del 2012. E il fenomeno, dice Fassino, non riguarda solo la Francia ma è più generale: “E’ giusto avere la preoccupazione di contrastare ogni forma di islamofobia. Ma questo non può ridurre o offuscare la necessità di contrastare ogni forma di antisemitismo, antisionismo e antiebraismo, che è una febbre che corre costantemente della nostra società”. Il cronista ricorda che alcuni mesi fa un importante politico di un importante partito italiano, Alessandro Di Battista, Movimento 5 stelle, disse: “Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione”. Fassino ricorda bene quelle parole e la mette così: “Si può discutere con chiunque, sempre. Ma non si può discutere con chi uccide, con chi mette le bombe, con chi fa dell’eliminazione del suo presunto avversario l’unica sua ragione di esistenza. E’ la linea di confine tra chi accetta di stare dentro la civiltà e chi invece sceglie di starne fuori”.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.