Erdogan lavora a una nuova Turchia senza traccia d’occidente

Il 10 agosto si vota il nuovo presidente turco e l’attuale premier deve trionfare per poter modificare la Costituzione e garantirsi una nuova vita politica. Gli attacchi alla “nazione crudele” e le distanze con la Nato gli danno la protezione internazionale che non ha trovato in Europa.

Erdogan lavora a una nuova Turchia senza traccia d’occidente

Foto LaPresse

In Turchia, il discorso di martedì del premier Recep Tayyip Erdogan al Parlamento non è stato quello in cui, kefiah sulle spalle come una stola sacerdotale, Erdogan ha accusato Israele, “nazione crudele”, di crimini indicibili. Per la maggioranza dei turchi, e per i parlamentari dell’Akp che piangevano mentre ascoltavano, il discorso di martedì era l’ultimo di Erdogan da primo ministro – il prossimo sarà da presidente della Repubblica. Le elezioni del 10 agosto, che saranno le prime in cui il presidente sarà eletto con voto diretto, spiegano molto di quello che sta succedendo in Turchia in queste settimane. Erdogan ha detto negli ultimi giorni che Israele “supera Hitler in barbarie” e che l’azione militare di Gerusalemme è un “genocidio sistematico” di palestinesi innocenti. Giovedì sera, in un’intervista con Becky Anderson sulla Cnn, non si è mosso dalle sue posizioni (“quello che gli israeliani fanno oggi alla Palestina e a Gaza ha sorpassato quello che Hitler ha fatto a loro”), e ha aggiunto che Israele è uno “stato terroristico”. Queste dichiarazioni, Cnn esclusa, Erdogan le ha fatte durante eventi elettorali, in quei comizi con concerti e ologrammi giganti che porta in giro per il paese o nelle interviste che concede a rotazione a tutti i media.

 


Erdogan è sicuro di vincere le elezioni, il suo avversario, l’ex diplomatico Ekmeleddin Ihsanoglu, è il candidato congiunto del partito kemalista Chp e di quello nazionalista Mhp, ma è un personaggio così sfuggente che secondo un sondaggio di dieci giorni fa il suo nome è conosciuto appena dal 30 per cento dei turchi. Per Erdogan e per il suo progetto di una “nuova Turchia” – lo slogan dei suoi comizi – vincere non è sufficiente. Deve trionfare, ottenere la presidenza al primo turno (dunque avere più del 50 per cento dei voti) e avere il sostegno di popolo necessario per cambiare la Costituzione e dare alla presidenza della Repubblica, carica onoraria nel sistema politico turco, poteri sufficienti per governare. Infine, tornare premier per il 2023, in tempo per il centesimo anniversario della Turchia moderna. Ma per trionfare e costruire la “nuova Turchia” – Erdogan lo ha imparato negli ultimi mesi, quando ha affrontato la lobby potentissima dell’imam Fethullah Gülen, e prima ancora quando i ragazzi di piazza Taksim hanno sporcato la sua patente di democraticità – bisogna ricorrere a qualunque mezzo, usare violenza nelle parole e decisione nelle azioni. Così, quando la guerra nella Striscia di Gaza tra l’esercito israeliano e Hamas è diventata il principale tema delle elezioni, con tanto di accuse all’opposizione di non sostenere a sufficienza la causa palestinese, Erdogan non ha esitato a parlare di Hitler e genocidi, ad affondare il processo di riavvicinamento diplomatico con Israele (e a mettere a rischio un accordo energetico che avrebbe portato in Turchia il gas estratto in Israele) e a dare un altro colpo alle relazioni tra Ankara e l’occidente.

 


Hamas, costola palestinese della Fratellanza musulmana, è l’ultimo brandello rimasto di quella alleanza sunnita che Erdogan aveva in progetto di costruire nella regione insieme al presidente egiziano Mohammed Morsi, rovesciato l’anno scorso da un colpo di stato militare. Insieme al Qatar, che dà asilo a Khaled Meshaal, uno dei leader politici di Hamas, la Turchia gode di un’influenza sulla leadership della Striscia che la rende un mediatore naturale. Ieri il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, fedelissimo di Erdogan e suo probabile successore alla carica di premier, ha cancellato una visita programmata in Francia ed è volato a Doha per contribuire alla trattativa sul cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Sei giorni fa, però, lo stesso mediatore Davutoglu ha detto in un comizio: “Lavoreremo giorno e notte per eliminare i colonialisti dalla regione”. I colonialisti erano gli israeliani e il commento è uno di quelli che vanno pericolosamente vicino alla negazione del diritto di Israele a esistere: insieme ai commenti anti sionisti di Erdogan, quasi una dichiarazione di ostilità aperta verso gli alleati dell’occidente e della Nato. Il fatto è che Erdogan, degli alleati dell’occidente e della Nato, ha smesso di fidarsi da tempo.

 

L’alleanza che rischia di spezzarsi
“L’occidente ha perso il suo volto democratico in Egitto, quello umano in Siria, quello sincero in Iraq, quello pacifico in Palestina”, ha scritto su Twitter Yalcin Akdogan, consigliere capo del premier, “chi dovrebbe credere alle sue bugie, adesso?”. Le ragioni per cui da oltre un anno Erdogan sta spingendo la Turchia fuori dall’alveo dell’occidente sono quasi tutte in questo tweet. Dall’Egitto, dove l’occidente ha consentito al generale al Sisi di abbattere il principale alleato di Erdogan nella regione, alla Siria, dove l’esitazione dell’America ha bloccato quello strike contro il regime di Bashar el Assad che Erdogan aveva cercato con tutte le forze, fino all’ingresso sempre negato nell’Unione europea, le aspirazioni di Ankara come nascente potenza regionale sono state deluse una a una. La Turchia sente di essere stata lasciata sola contro Assad, e si sente il paese più esposto davanti all’avanzata dello Stato islamico in Iraq, tanto che in quell’area, scriveva Mustafa Akyol sul New York Times il mese scorso, i curdi stanno diventando il “miglior alleato” di Ankara. Erdogan si è mostrato aperto all’idea di un Kurdistan iracheno indipendente, e in patria sta favorendo i negoziati di pace con i nazionalisti curdi, pedina importante anche in chiave elettorale.

 

Su alcuni temi il premier ha iniziato a sentirsi più vicino all’Iran degli ayatollah che alla Nato di cui la Turchia è alleato strategico, e qualche giorno fa ha detto in un’intervista che ha smesso di parlare al telefono con il presidente americano Barack Obama. Ha lasciato il compito all’attuale presidente della Repubblica, Abdullah Gül, e non si è mai preoccupato di sapere se i due si parlano davvero. Erdogan sta portando la Turchia fuori dall’occidente, e l’occidente, spaventato dalle repressioni di piazza e dalle censure su internet, ha iniziato a vedere la Turchia come un corpo estraneo. Ma perdere l’alleato turco sarebbe un danno enorme per la stabilità dell’intera regione – ed Erdogan, dopo le elezioni, sembra destinato a rimanere padrone ad Ankara per molti anni.

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