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uffa!

Sperimentare il silenzio come antidoto all'egomaniacalità da social

Giampiero Mughini

Su WhatsApp e le altre piattaforme arriva di tutto, un virus la cui diffusione non è meno grave di quella del Covid. Tanto che anche le sparatorie in Texas vanno annunciate online, e se non ci si scatta un selfie è solo perché manca il tempo

Pochi giorni fa, nell’occasione della strage compiuta in una scuola del Texas da una canaglia di 18 anni di nome Salvador Ramos, mi aveva colpito la notizia che lui prima di avviare il massacro avesse mandato una serie di messaggi online a una quindicenne tedesca con cui era in contatto annunciandole che aveva sparato alla nonna e che si accingeva a farlo ancor meglio e ancor di più in una scuola. Mi ha colpito il fatto che ci tenesse ad annunciare la sua azione almeno tanto quanto a farla. Che avesse caricato un fucile con cui uccidere dei bambini che non aveva mai visto prima gli sembrava un’occasione ideale per dire di sé, per dirsi, per esserci, per riempire un messaggio via mail. Perché il dilemma oggi non è più quello del William Shakespeare di alcuni secoli fa, se essere o non essere. E bensì se essere online o non essere. Non mi avrebbe sorpreso se questo stramaledetto delinquente si fosse fatto dei selfie mentre sparava e uccideva; forse non ne ha avuto il tempo. L’uccidere sì, ma lasciare traccia di sé online mentre stai uccidendo ancor meglio.

 

Ne sta parlando uno che ne ha una qualche cognizione di causa di questo micidiale paradigma moderno, nel senso che non è, che è come se non esistesse. E questo perché io non utilizzo nessuno dei social esistenti, non so nemmeno come funzionino. Per l’età che ho, devo badare a utilizzare bene ogni minuto che mi resta. Ossia leggere, studiare, imparare, non aprire becco se non ne sai a sufficienza. Altro che sproloquiare del più e del meno con chicchessia, che eruttare in poche battute una qualche sentenza fulminante su come va il mondo. Il massimo che faccio online, mando un sms a qualche amico di cui ho appena apprezzato il lavoro. A un Aldo Grasso, la cui rubrica televisiva è sempre illuminante; a un Fabrizio Roncone, i cui resoconti da dentro “il Palazzo” sono da delizia; a Marcello Veneziani, che di recente aveva scritto un bellissimo articolo sull’ultimo “comunista” al mondo, l’integerrimo Enrico Berlinguer; al mio amico Francesco Melchionda, che costruisce e pubblica online delle bellissime interviste, l’ultima a Ivan Zazzaroni.

 

A questo modo io risparmio il prossimo mio dall’essere infastidito dal rumore di fondo massmediatico che è divenuto il supplizio dei nostri tempi. Ricevo tre o quattro volte al giorno la richiesta di aprire bocca su blog o canali radiofonici o televisivi a me perfettamente sconosciuti, e ogni volta cerco di essere il più garbato possibile nel dire di no. Altrimenti dovrei perdere un’ora a volta nel cercare di cucire assieme quattro banalità. Purtroppo, e per il solo fatto di utilizzare WhatsApp, non mi posso difendere da chi non ha la mia stessa discrezione, il mio stesso orrore del brusio di fondo. Succede difatti che io sia nella mailing list di personaggi che tempestano l’universo con i loro squillanti pensierini. Figuro ossia come “un cliente” cui vendere il loro agire, il loro operato, la loro immagine. Sono personaggi che non conosco o che magari ho sfiorato una volta per motivi professionali. Mal me ne incolse. Ed ecco che da uno di loro mi arriva, qualche giorno fa, un messaggio così concepito. Una foto di Stefania Craxi (era stata appena eletta a capo di una commissione parlamentare) e sotto la seguente dida: “A volte ritornano”. Ora c’è che io stimo moltissimo Stefania, degna figlia di cotanto padre, e ritengo il cognome Craxi un segno rilevantissimo della nostra storia repubblicana. Ebbene perché mai devo ricevere sullo schermo del mio telefonino una tale porcata, una tale idiozia che mi offende il solo sbirciarla? La mandi costui ai suoi eguali, a quelli che lo applaudiranno di avere pensato un tale e bruciante aforisma. Ma che c’entro io, perché la manda a me, porco giuda? 

 

Ebbene su WhatsApp arriva di tutto in fatto di egomaniacalità, un virus la cui diffusione non è talmente meno grave di quella del Covid. Gente che non conosco o che mai e poi mai mi ha mandato un “in bocca al lupo” per un mio libro appena uscito, manda a raffica immagini di un piatto fumante di ravioli o di un crepuscolo da qualche parte in Italia oppure ancora l’elenco sterminato delle loro imprese editoriali eccetera degli ultimi quindici giorni. O magari le foto della loro famiglia sorridente e riunita. Molto sorridente, molto riunita. O, peggio ancora, manda una qualche sentenza sull’uno o l’altro problema mondiale e apparentemente senza scampo. Tutti tutti tutti parlano di sé, si autopromuovono, si amano alla follia, si fanno dei selfie, vogliono che l’universo ne tenga conto di tutto questo, che non li trascuri neppure un istante.

 

Sarà che io invece ogni giorno che passa sono sempre più dominato dal culto del silenzio, dalla consapevolezza di non avere nulla da dire né da raccontare. Eccome se mi sarebbe piaciuto dire qualcosa su quella scena biblica dei duemila e passa combattenti ucraini sotterrati nell’acciaieria Azovstal su cui i russi picchiavano con l’artiglieria pesante anche trenta volte al giorno, solo che in buona sostanza non ne sapevo nulla, non sapevo nulla di quel che è accaduto tra ucraini e russi in quello spicchio di mondo tra il 2014 e il 2022, se non che sono stati 14 mila i morti sommando quelli dell’una e dell’altra parte. In questi due mesi che mi sono congedato dalla rubrichetta sul Foglio, il mio silenzio l’ho vissuto come una forma di rispetto verso i lettori di questo quotidiano, anzi come una forma speciale di comunicazione nei loro confronti. Impegnato come ero e sono nello scrivere un libro, non ce l’avrei fatta a consegnare un pezzo degno della loro attenzione. Avrei fatto qualcosa di stropicciato, di arronzato. Non invidio quelli che sui giornali devono scrivere ogni giorno o quasi e magari capita loro di dover scrivere su due figure luminose della truppa 5 stelle, Dino Giarrusso o Alessandro Di Battista. Su di loro? Sì, su di loro.

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