Bruno e i suoi fratelli



Se è vero che “leggersi un buon libro” è meglio che guardare la tv, non è chiaro come regolarsi con i romanzi scritti dai conduttori


Il libro arriva in genere verso la fine dell’anno, con l’approssimarsi delle feste e la segreta speranza di rosicchiare qualche lettore a Vespa


Emersa dalle ceneri della “Lettera al figlio mai nato” di Fallaci, la letteratura sulla paternità è oggi indubbiamente di gran voga


Tutti i libri dei conduttori corrono sul doppio binario della presentazione televisiva e dell’evento mondano
C’è Bianca Berlinguer che pubblica con La Nave di Teseo la storia della sua amicizia col trans Marcella Di Folco, una storia che inizia nella Roma occupata del ’43 e prosegue via “Piper”, via Veneto, Cinecittà, Dolce vita e “Satyricon” di Fellini, fino al fatidico taglio di Casablanca nel 1980, e conseguente minaccia di diventare un film di Ozpetek e un “grande affresco” dell’Italia di quegli anni prodotto da Rai Cinema. C’è infine, “Perché parlavo da solo”, il memoir, metà autobiografico, metà riflessivo, di Paolo Bonolis, che però mette subito le mani avanti e avvisa di non essere “un intellettuale, tanto meno un letterato, ma solo un vivente riconosciuto da alcuni per il mestiere che fa”. Poi spiega di prediligere “la saggistica sociale, Stephen King, Paolo Zardi, Dan Brown, Baricco, Stand By Me, Apocalypse Now, i documentari di Jacques Cousteau”, di essersi ispirato per la sua conduzione di “Domenica In” a un libro dei Wu Ming (di cui però non ricorda il titolo), nonché di assomigliare al “fanciullo nietzschiano che danza sull’abisso”. Ma la lettura è invero assai piacevole, perché tra un lungo bilancio esistenziale e uno “sguardo a volo d’uccello” sulla vita e i problemi del nostro tempo e riflessioni su internet, la privacy, l’Inter, i media, la critica televisiva, i figli, i gatti, i funerali di Fabrizio Frizzi, “le cose che un tempo si conquistavano e oggi si comprano”, Bonolis trova anche il modo di soffermarsi su una cosa che raramente si trova nei libri dei conduttori televisivi, e cioè la televisione, la scrittura dei format, la loro ideazione e gestione. Si lancia infine in una formidabile e improbabile rilettura biopolitica e vagamente kubrickiana di “Ciao Darwin”. Dopo aver rimproverato la critica televisiva di non aver ravvisato i due binari dove “corre il giocoso trenino dello spettacolo”, spiega al lettore che le due “masse” che si sfidano rappresentano “la volontà antinomica del potere”, l’acqua che sale nel cilindrone simboleggia invece “il liquido amniotico dell’utero materno”, la prova “a spasso nel tempo”, il cronosisma e il “collasso temporale” delle civiltà, mentre il culo di “Madre Natura” è proprio un culo. Come capita spesso di dire uscendo dal cinema, è meglio il libro che la trasmissione.
Tutti i libri dei conduttori corrono sul doppio binario della presentazione televisiva e dell’evento mondano e glamour con parata di vip e mogli e mariti e politici al seguito. Una presentazione pubblica modellata sulla madre di tutte le presentazioni, vale a dire la presentazione del libro di Vespa. Perché il libro di Vespa resta il modello originale e inarrivabile, praticamente un format che si autogenera sempre più a ridosso delle repentine trasformazioni della politica e della cronaca, con la stessa rapidità di un tweet di Renzi o Salvini ma a forma di libro di trecentosessanta pagine. Perché non importa che tu abbia scritto un thriller, un’autobiografia, una vibrante denuncia sociale, un grande affresco storico del paese, una graffiante satira del costume o un saggio sul nostro tempo. La verità è che tutti quanti vogliono essere un libro di Bruno Vespa a Natale.



