Tutti sanno che guadagni un milione e ottocentomila euro l’anno. Ma se ne parla come fosse il mistero di Fatima. Perché non lo dici tu, una volta per tutte, quanto guadagni? “Io non posso dire nulla, anche questa cifra l’hai detta tu. Io sto zitto. Se ne parlo, alla Rai mi rescindono il contratto. Unilateralmente. È previsto in una clausola”, dice, mentre la voce gli si fa un poco incespicante, come un singhiozzo ironico. E insomma del suo stipendio in Italia ne possono parlare tutti. Anzi ne parlano tutti. Deputati ringhianti e cipigliosi membri della Vigilanza, giornalisti col randello e sbrigliati consiglieri d’amministrazione. Tutti ne parlano, tranne lui. Così, bordeggiando il paradosso, Fabio Fazio descrive un’azienda, la sua, la Rai, che per un concorso di circostanze, tutte parimenti straordinarie e in fondo perverse, sopravvive in un bizzarro intreccio d’arabeschi burocratici, di regole e di sottoregole, di contraddizioni e d’impasse, d’ibridazioni e controsensi tra pubblico e privato, tra mercato e servizio pubblico, canone e raccolta pubblicitaria, tutto un intreccio acrobatico che avrebbe forse acceso la fantasia letteraria e surreale di Achille Campanile.


Una volta il progresso era il benessere
per tutti, adesso sembra che si voglia ottenere l'uguaglianza impoverendo
tutti in modo uguale
E d’altra parte il diavolo, si sa, è soltanto quell’insieme di circostanze, perfettamente intrecciate le une alle altre, le quali concorrono a materializzare una storia diabolica. “Ma io alla Rai sono affezionato”, dice Fazio. “È lo scrigno delle meraviglie, contiene la storia emotiva di questo paese. Ma è uno scrigno chiuso con mille catene. E anziché sciogliere queste catene, come speravo accadesse con la nuova amministrazione, si è arrivati allo stallo totale, ad accarezzare ogni insensatezza. E questo anche perché l’ipotesi di rinnovamento che sembrava aprirsi con la nomina di Antonio Campo Dall’Orto è stata scientificamente bloccata dalla politica”. Pare che a Viale Mazzini adesso stiano preparando due diversi palinsesti, due liste: in una c’è “Che tempo che fa”, assieme a molte altre trasmissioni i cui conduttori hanno il contratto in scadenza (dunque da ricontrattare tra fischi, lazzi, calmieri, tetti e soglie). Mentre nell’altro palinsesto, tutte queste trasmissioni non compaiono più.


Sono antipatico
al pubblico? Non credo affatto. Sto antipatico
ai media, perché faccio un lavoro non facilmente classificabile
E d’altra parte può darsi che se Fazio andasse via, la Rai risulti capace di creare un altro Fazio, uno bravo, persino più bravo del vecchio Fazio. Ma poi quello, una volta diventato importante e famoso, vorrà anche lui essere pagato bene. E allora che si fa, si ricomincia? Sembra una barzelletta. “Ma quella sullo stipendio, davvero, è una battaglia persa”, dice lui. “Non è quello che mi interessa. Io posso anche andare via dalla Rai. La verità è che mi sono scocciato. Non sono più disponibile a essere adoperato come esempio del male, come quello che prende cose non sue, perché ‘è denaro pubblico’. Non è solo denaro pubblico. È denaro guadagnato”. E poiché le parole hanno il peso che ciascuno decide di attribuire loro, Fazio le ha affilate, con la consapevolezza di chi vuol difendere la propria dignità con un atto di sfida: “Quando la maldicenza ti raggiunge non ti molla più, diventa una parte di te, una tabe che ti porti appresso inconsapevolmente. Quello che io, come altri, guadagniamo, arriva in gran parte con gli inserzionisti pubblicitari che vogliono stare collegati a un preciso programma televisivo. Io proporrei una cosa, allora”. Prego. “Stabiliamo che il compenso si decide in base a quanta pubblicità attira il programma. Mettiamo a cespito i conduttori. E vediamo se gli stipendi non sono congrui…”.


L'unico stipendio
che gli italiani vogliono alto è il proprio,
mentre quello degli altri è sempre rubato. "Il tema del denaro è indifendibile"
E la politica non vuole riconoscere che la tivù di stato è in gran parte sostenuta dalla pubblicità? “È più conveniente poterla adoperare, usare come un benefit”. Però ci sono forse anche ragioni persino psicologiche, umane. I politici subiscono lezioni morali impartite dalla mattina alla sera dalla televisione, innumerevoli filippiche, anche molto violente, sui costi dei partiti, sui vitalizi, sugli stipendi… E allora non potendo, e non sapendo difendere i loro emolumenti, travolti e instupiditi dal senso comune, da un’egemonia culturale strapotente, se la prendono con le star delle televisione, con quelli che il populismo lo coccolano via etere: ah! Adesso te la faccio vedere io, ti taglio lo stipendio anche a te!
Chi di populismo ferisce di populismo perisce? “L’indignazione facile non può diventare mai coscienza di qualcosa, trasformarsi in periscopio, cogliere la realtà al di sopra del pelo dell’acqua”, dice allora Fazio. “Io trovo francamente ingiusti certi eccessi nella campagna sui costi della politica. Prendiamo i parlamentari, per esempio. È un lavoro fondamentale per la democrazia. E se fatto bene credo sia anche un mestiere faticoso e dispendioso. Lo spreco non è quello: sono le cose che non si fanno, le occasioni perse ... Quando parlo di professionalità, di lavoro, di competenze, non mi riferisco solo a un campo, ma a tutta la società. Compresa la politica, ovviamente”. Che però in Rai è anche la malattia.


La politica non riconosce che la tv di stato
è in gran parte sostenuta
dalla pubblicità? “Conviene di più poterla adoperare,
come un benefit”