L'Ue vuole vietare i social sotto i 13 anni, ma a che pro?

La nuova proposta di von der Leyen offre un disegno estremamente preciso, ma che non metterebbe a riparo dalle criticità degli altri regolamenti: difficile applicazione, possibili ricadute economiche e politiche, e risultati sempre dubbi

17 SET 26
Ultimo aggiornamento: 13:06
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Foto ANSA

Divieto di accesso ai social network per chi ha meno di 13 anni, profili privati per tutti i minori e facoltà per la Commissione europea di richiedere ulteriori misure di sicurezza ai provider. Sono alcuni dei cardini della proposta EU KIDS Act presentata oggi dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen allo scopo di “rafforzare la sicurezza digitale dei bambini in tutta l’Unione”.
“Oggi, i nostri figli hanno a che fare con le tecnologie più sofisticate mai create. Tecnologie che non sono state sviluppate tenendo a mente la loro salute”, ha dichiarato von der Leyen, aggiungendo poi che l'obiettivo del progetto è: “Mettere di nuovo i genitori alle redini della situazione, consegnando loro gli strumenti per aiutare i loro figli a navigare un mondo online più sicuro”.
La proposta, già annunciata a luglio, si inserisce nel quadro normativo delineato dal Digital services act del 2022. Il suo contenuto si sviluppa su quattro punti fondamentali: il limite di età degli utenti, la “sicurezza per design”, i sistemi di verifica nel rispetto della privacy, e l’effettiva implementazione delle misure. Un disegno estremamente preciso, ma che non esula dalle criticità di altri casi di divieti analoghi, dalla progressiva esautorazione delle famiglie dal ruolo educativo primario alla tendenza a considerare i social network come fonte di tutti i mali dell’adolescenza.
La proposta di von der Leyen prevede un’età minima di 13 anni per accedere ai social con il “parental control”, vale a dire un mini account con un numero di funzioni limitate, accessibile dall’account del tutore per non più di un'ora al giorno, e di 15 per aprire un proprio profilo, in modo da assicurare un “approccio graduale” al mondo delle piattaforme. Chi ha meno di 13 anni potrà utilizzare specifici servizi di condivisione video con contenuti appropriati, sempre per un massimo di un’ora al giorno. Tuttavia, il caso australiano ha provato ampiamente che gli adolescenti aggirano facilmente i controlli, attraverso l’uso di strumenti come Vpn, account falsi, face id dei genitori ecc. Il documento prevede sì un metodo di identificazione, attraverso l’utilizzo di una app ufficiale Ue (che però non trattiene dati sensibili), ma sembra poco credibile come soluzione “definitiva”.
Per quanto riguarda l’altro punto cardine della proposta, ovvero il concetto, tanto abusato in tempi recenti, di  “sicurezza per design”, il documento prevede una serie di misure per tutti i provider di servizi rivolti anche ai minori di 18 anni. Queste includono ad esempio il divieto di impiegare elementi che danno dipendenza, come i meccanismi di ricompensa, le notifiche push nelle ore notturne e la simulazione di relazioni affettive per le interfacce Ai, oltre alle funzioni che favoriscono il contatto con sconosciuti. Si inverte poi l’onere probatorio: spetta alle piattaforme dimostrare che i loro servizi sono sicuri per design e adeguati a tutte le età, sottoponendo il loro programma alla Commissione e a un organo di valutazione indipendente. La Commissione potrà inoltre richiedere l’implementazione di misure aggiuntive.
L’obiezione di fondo che si può sollevare nei confronti di questi articolati e confusi tentativi di regolamentazione è sempre la stessa: per evitare di cadere nella “trappola della sorveglianza” dei social, si consegnano spontaneamente sempre più informazioni personali alle stesse piattaforme, peraltro in nome di risultati estremamente dubbi. Come insegna il Digital services act, queste norme sono di difficile implementazione e spesso controproducenti sul piano politico ed economico. Si prevedono accese discussioni in Consiglio e Parlamento intorno alla proposta, ma sarebbe da chiedersi in nome di cosa.