Il commento
Perché vietare i social rischia così di curare il sintomo sbagliato
In nome della protezione dei minori, si costruisce un sistema di controllo generalizzato, aggirabile e perfettamente inutile
20 GIU 26

Foto Ansa
Dare ai sedicenni il diritto di voto e, nello stesso tempo, togliergli Instagram. Il governo Starmer, in crisi di consenso, gioca la carta della stretta sui social come prova di coraggio contro Big Tech – e forse crede di infliggere così anche un danno a Musk, particolarmente loquace quando si tratta di politica britannica. Ma non vede il paradosso: mentre si allarga la cittadinanza politica, si restringe quella digitale, trasformando l’accesso alle piattaforme in qualcosa di simile a un contenuto per adulti, da sbloccare con documenti o riconoscimento facciale. Una regolamentazione “per i bambini” che è un vincolo per tutti. Nel nome della lotta al presunto Grande Fratello delle piattaforme, si rafforzano gli strumenti del Grande Fratello vero e proprio: raccolta di dati, verifiche biometriche, infrastrutture invasive. Il paternalismo è esplicito e, purtroppo, sembra diffondersi per contagio nei paesi più sviluppati. Starmer lo ha detto senza giri di parole: i social rendono i ragazzi infelici e insicuri; dunque lo Stato deve intervenire “come un genitore”. E’ un passo ulteriore in quella lunga traiettoria che vede le famiglie progressivamente esautorate nel loro ruolo educativo. E le famiglie stesse sembrano lasciarsi volentieri esautorare, convinte che onnipotenti forze esterne stiano cercando di impossessarsi dei loro figli.
Ma su quali basi si decide di agire? Il riferimento implicito è “La generazione ansiosa di Jonathan Haidt”, che collega l’ascesa dei social a un peggioramento della salute mentale giovanile. E’ una tesi influente, ma controversa. La letteratura scientifica è tutt’altro che conclusiva. Amy Orben e Andrew Przybylski stimano che l’impatto delle tecnologie digitali sul benessere adolescenziale spieghi circa lo 0,4% della varianza – un ordine di grandezza paragonabile a quello del portare gli occhiali. Candice Odgers, recensendo il libro su Nature, avverte che non esiste un nesso causale robusto. Più di recente, Eoin Whelan ha mostrato come il “rimpianto” per il tempo trascorso sui social pesi relativamente poco nei bilanci retrospettivi dei giovani adulti: ben più rilevanti risultano altre mancanze, come l’aver acquisito poche competenze o l’essere stati troppo autoriferiti. Tutto è cominciato in Australia, apripista del divieto under 16. L’idea era nata da una campagna mediatica innestata sul grande dolore di alcune famiglie i cui figli si erano suicidati. La comprensibile simpatia ha prodotto un consenso larghissimo, e la reazione emotiva istituzionalizzata ha pesato più di qualsiasi valutazione nel merito. Un gruppo di esperti e la Commissione australiana per i diritti umani avevano sottolineato come il divieto fosse uno strumento grossolano, incapace di affrontare le cause profonde.
I dati ex post sono impietosi. I ragazzi aggirano facilmente i controlli – VPN, account falsi, Face ID dei genitori – e migrano verso piattaforme meno visibili o verso chat e giochi. Il 61% non cambia sostanzialmente comportamento. Una ricerca di Brown, Davis e Pope (NBER, 2026) sulle leggi sulla verifica dell’età introdotte in 25 Stati americani dimostra che i meccanismi di identificazione hanno ridotto il tempo trascorso sui siti per adulti solo del 10%: per il resto ci si è semplicemente spostati su piattaforme non conformi o si è ricorso alla VPN. Nel frattempo, anche se pare non interessi a nessuno, non mancano gli effetti collaterali: raccolta massiva di dati personali, esposizione a spazi meno regolati, incentivi a mentire.
A noi pare che questo clima sia ben spiegato da un’altra ricerca dello stesso Haidt. Ma quella meno citata, che risale a quando non era ancora un intellettuale impegnato e motivato da una missione etica. In Menti tribali, insisteva sul carattere intuitivo e pre-razionale dei nostri giudizi morali: prima sentiamo, poi razionalizziamo. È la lezione che Pareto aveva già colto distinguendo residui e derivazioni. Il divieto dei social è un caso di scuola: una reazione morale intuitiva, trasformata in politica pubblica e poi rivestita di un linguaggio pseudo-scientifico. Il nostro cervello ci porta facilmente a confondere conseguenza e causa. I social non riempiono un vuoto qualsiasi: riempiono un vuoto che si è creato progressivamente, e ben prima degli smartphone. Haidt stesso parla del crollo dell’infanzia non strutturata – meno autonomia di movimento, meno gioco libero. I social sono il surrogato di una socialità erosa da decenni di iperprotezione e iperprogrammazione dei tempi e degli spazi quotidiani. Vietarli senza restituire quel mondo significa spingere i ragazzi verso altri schermi, spesso più opachi. È la stessa pulsione che ha prodotto il problema a riproporsi come soluzione.
Il caso britannico, come quello australiano, dovrebbe farci riflettere sui meccanismi della politica. Per anni si è parlato di evidence-based policy, promettendo decisioni fondate sui dati. Ne è nata un’industria: i behavioural insights team, ispirati a Thaler e Sunstein, si sono moltiplicati in tutto il mondo. I risultati, però, sono stati modesti. Oggi si legifera su ipotesi controverse come se fossero fatti accertati, si inseguono panici morali, si costruiscono dispositivi invasivi in nome di benefici incerti. Resta un’ironia difficile da ignorare: per proteggere i giovani da un ambiente ritenuto manipolatorio, si costruisce un sistema che richiede più sorveglianza, più controllo, più fiducia nello stato. In nome del pensiero critico, si riduce lo spazio della responsabilità individuale. Esattamente come i populisti trasformano il racconto dell’immigrazione in uno spauracchio, i non populisti fanno lo stesso con Big Tech, l’economia delle piattaforme, i social media. Sono, gli uni e gli altri, narrazioni di senso comune — il senso comune, ovviamente, di settori diversi della popolazione. Le evidenze sono scarse e suggerirebbero dubbio e moderazione. I populisti ne sono incapaci. I non populisti, pure.