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Il divieto inglese sui social agli adolescenti non è solo un errore: è controproducente
Keir Starmer annuncia le nuove regole contro i rischi online per i minori di 16 anni. Ma trasformare un problema educativo in una proibizione rischia di produrre l'effetto opposto: ragazzi più clandestini, famiglie più deresponsabilizzate e Big Tech meno obbligate a rendere sicure le proprie piattaforme

ANSA
L’idea di Keir Starmer di vietare i social ai minori di sedici anni nasce da una preoccupazione seria e rischia di diventare una sciocchezza solenne. La preoccupazione è nota: ragazzi incollati agli schermi, genitori ridotti a vigili urbani del Wi-Fi, algoritmi che conoscono meglio i nostri figli di quanto li conoscano molti adulti. Lo Spectator racconta bene la guerriglia domestica: app cancellate e reinstallate, browser alternativi, dati mobili, DNS, iPad che spuntano dalle tasche come conigli dal cilindro. Chi ha figli lo sa: togli un telefono e ne compare un altro, come nei cartoni animati. Ma proprio perché il problema è serio, merita qualcosa di meglio del proibizionismo con l’accento progressista. Dire “vietiamo i social agli under 16” è magnifico: sta bene in conferenza stampa, tranquillizza i genitori, fa sembrare il governo finalmente adulto. Poi però arriva la realtà, quella guastafeste. Chi controlla l’età? Con il documento digitale? Con il riconoscimento facciale? Con altri dati consegnati alle stesse piattaforme che diciamo di non saper controllare? E che cos’è un social? TikTok sì, WhatsApp no? YouTube sì, Minecraft dipende, Discord forse, browser boh?
C’è poi il punto politico, e persino antropologico. Lo stato non può diventare il supplente permanente dei genitori. Può aiutare, può regolare, può punire Big Tech quando monetizza dipendenza, bullismo, pornografia, autolesionismo, odio, algoritmi tossici. Deve farlo, anzi. Ma quando il governo dice alle famiglie “state tranquille, ci pensiamo noi”, non le rafforza: le infantilizza. Il rischio, in questo caso, è doppio: da un lato il divieto sarà aggirato, dall’altro spingerà molti adolescenti verso canali più opachi, app meno sicure, account falsi, telefoni degli amici (e porterà sulla rete adolescenti all'insaputa dei genitori). Rendere clandestino ciò che dovrebbe essere accompagnato non è educazione digitale: è burocrazia travestita da pedagogia. Per non parlare del fatto che il divieto deresponsabilizza le Big Tech: invece di obbligarle a rendere sicuri i loro prodotti, permette loro di dire che i minori non dovrebbero esserci. Stato etico? Meglio bannarlo, grazie.