Pure nello spazio la diplomazia ha i suoi problemi

Al G20 sulla space economy il ministro Colao chiede più regole e meno rifiuti spaziali (Cina, ci senti?). Le sedie vuote e la cooperazione impossibile

Giulia Pompili

“Quello che vedo io è una forte tendenza di tutti a sedersi al tavolo”, dice al Foglio Simonetta Di Pippo, l'astrofisica italiana direttrice dell'Unoosa. "Oggi i governi stanno puntando alle sfide più grandi, quelle globali come i cambiamenti climatici, sfruttando lo spazio per osservare la terra”

L'anno scorso l'Arabia saudita, presidente di turno del G20, aveva avuto un'intuizione: creare una riunione per parlare di Space economy, l'economia dello spazio. L'Agenzia spaziale italiana quest'anno ha deciso di andare avanti, organizzando la seconda edizione. Le più grandi agenzie spaziali del mondo si sono incontrate ieri, all'Auditorium della sede della nostra Nasa, che si trova a Roma, nell'area che avrebbe dovuto essere la nostra Silicon Valley – accanto alla facoltà di Ingegneria di Tor Vergata – se solo si trovasse un modo per farci arrivare almeno la metropolitana.

La pandemia ha reso complicati anche i summit più importanti, quelli di settori particolarmente strategici e ricchi: nella futuristica sede dell'Agenzia le delegazioni sono poche, e quasi tutti sono presenti virtualmente, su un maxi schermo istallato sul palco.

 

Ad aprire i lavori è il ministro per l'Innovazione tecnologica Vittorio Colao, alla sua prima uscita pubblica da quando ha ottenuto le deleghe alle attività spaziali ed aerospaziali. Dice Colao che l'esplorazione spaziale è fondamentale anche per l'osservazione della terra, ma è necessario “stabilire le linee guida per il traffico satellitare”,e “regolamentare il settore dell’esplorazione e della colonizzazione spaziale”. E sembra un messaggio rivolto soprattutto alla Cina, che negli ultimi mesi si è distinta per visionari progetti di colonizzazione e allo stesso tempo per particolare superficialità quando si tratta di rifiuti spaziali e rientri controllati.

 

Nell'auditorio dell'Asi, in presenza, ci sono i rappresentanti dell'agenzia spaziale dell'Arabia saudita, un po' per il testimone che hanno passato all'Italia, un po' perché Riad sta puntando molto nell'industria spaziale (e della Difesa), un settore in cui è entrata da pochissimo ma con convinzione. Ci sono i delegati dell'Agenzia spaziale della Turchia, creata soltanto nel 2018, che vorrebbe mandare astronauti turchi nella Stazione spaziale internazionale “entro il 2023”. Ci sono i tedeschi, gli inglesi, e ci sono i rappresentanti dell'Agenzia spaziale europea. Ma soprattutto c'è la delegazione della potente Roscosmos, l'agenzia spaziale russa, che non ama i giornalisti e neanche le domande dei giornalisti, ma che ha un disperato bisogno di collaborare con le altre agenzie, specialmente quelle europee. Tutti, da remoto e in presenza, prendono la parola a turno per dire quanto sia importante collaborare per le questioni spaziali, quanto sia importante sfruttare lo spazio in modo efficace, anche per contrastare i cambiamenti climatici, sviluppare la scienza. Ma quando arriva il momento dell'Agenzia spaziale francese, il Centre national d'études spatiales, il direttore dei lanci Jean-Marc Astorg prende la parola al posto del presidente, Philippe Baptiste, “impegnato in una riunione governativa inattesa”. E in un attimo tutti tornano alla realtà e si ricordano della competizione spaziale, della geopolitica che si muove anche tra i satelliti in orbita bassa, e la Francia infuriata dall'accordo tra Australia e America sui sottomarini nucleari.

 

Le riunioni del G20 servono anche e soprattutto alle conversazioni a margine, a creare rapporti personali che altrimenti non ci sarebbero, e la pandemia e le riunioni “ibride” hanno azzerato questo tipo di interazioni. Se fosse stato un summit in presenza, tutta l'attenzione sarebbe andata alla China National Space Administration, la Cnsa, la grande esclusa - almeno fino a poco tempo fa - dalla cooperazione internazionale post Guerra fredda. Pechino si sta costruendo la sua stazione spaziale, e sta costruendo rapporti bilaterali soprattutto con la Russia e i paesi più vicini. L'Agenzia spaziale italiana, che aveva iniziato lavorando a stretto contatto con quella di Pechino, aveva dovuto abbandonare i suoi progetti considerati un po' ingenui dagli alleati, soprattutto americani. 

 

“Quello che vedo io è una forte tendenza di tutti a sedersi al tavolo”, dice al Foglio Simonetta Di Pippo, l'astrofisica italiana direttrice dell'Ufficio dell'Onu per gli affari dello spazio extra-atmosferico – l'agenzia delle Nazioni Unite che coordina le attività spaziali internazionali. Di Pippo è la rappresentante più internazionale del G20 dello Spazio, perché parla con tutti, coordina tutti, e a margine della riunione ci dice che “i governi stanno puntando sulle sfide più grandi, quelle globali come i cambiamenti climatici, sfruttando lo spazio per osservare la terra”. Se una certa tecnologia era appannaggio di pochi governi, oggi via via anche le aziende private sono entrate nel settore e quindi gli obiettivi delle istituzioni governative cambiano, spiega Di Pippo. “In ogni caso, noi a Vienna lavoriamo per consenso, e oggi al nostro tavolo sono seduti cento paesi, quasi sette miliardi di persone. Non è facile mettere tutti d'accordo, ma si può e si deve”.

 

Nei paesi occidentali, oggi, il business dello spazio lo fanno soprattutto le aziende, partecipate o private. Nei paesi dove l'esplorazione spaziale è ancora legata all'apparato militare e al settore della Difesa, come Cina e Russia, il modello è completamente diverso, e l'ambizione è soprattutto politica. Ma l'equilibrio è complicato, e non sempre funziona: per esempio, oggi è prevista la seconda parte del G20 sulla space economy organizzata dall'Asi, a porte chiuse e tutta dedicata alle aziende. Ma gran parte dei rappresentanti istituzionali e politici parteciperanno a un evento parallelo organizzato da Leonardo che si svolgerà qualche ora prima.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.