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Che significano i 9 gol del Como in Champions League
Milioni, una società che sa scegliere e un allenatore che sa inventare. Perché quella comasca è l'unica squadra della Serie A che sta andando bene nelle coppe europee

I giocatore del Como festeggiano uno dei tre gol di Anastasios Douvikas nella partita di Champions contro il Lens (foto Ap via LaPresse)
L’essenziale è invisibile agli occhi, dice la volpe al piccolo principe nel capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry. La realtà non si esaurisce in uno sguardo superficiale. Questo è invece il rischio che si corre quando si osservano le partite e i risultati del Como.
L’ultimo risultato è stato il roboante 9-1 inflitto in trasferta ai francesi del Lens, un punteggio più che tennistico che ha permesso ai lariani di diventare la prima squadra italiana a mettere a segno così tante reti nella più importante competizione continentale per club.
E così, fra squadre che inanellano sconfitte (il Napoli di Allegri, giunto alla terza battuta d’arresto in quattro giornate del maxi raggruppamento), che viaggiano a corrente alternata (l’Inter di Chivu) o che sembrano essersi abbonate a subire rimonte (la Roma del Gasp, recuperata dal Real Madrid prima e dal derelitto Manchester United poi), l’unica nave italiana che in questo momento si trova in porto (ovvero fra le prime otto, quelle che passeranno direttamente agli ottavi senza essere costrette alle forche caudine del playoff) è proprio il Como.
Ma le nove reti rifilate al Lens non ci dicono soltanto che i comaschi sono la sola squadra italiana in Champions che può definirsi in forma. No, i numeri totali della squadra di Fabregas (tre vittorie e diciannove gol segnati) confermano il buon lavoro fatto dalla dirigenza e dal tecnico catalano. Prendiamo per esempio i marcatori della sfida contro i transalpini: Anastasios Douvikas (tripletta per il greco, primo calciatore a segnare nelle prime quattro partite di Champions di una squadra italiana dai tempi di un certo Alessandro Del Piero) Nico Paz, Da Cunha, Liberali, Baturina, Kempf e il deb diciottenne Papaccioli. Chi conosceva questi giocatori al momento del loro arrivo in riva al lago?
Tutto ciò ha fatto nuovamente riecheggiare nell’etere i soliti discorsi sui soldi della famiglia Hartono e sulla squadra che i tycoon indonesiani hanno costruito e messo a disposizione di Cesc Fàbregas.
Vero, i proprietari del Como non hanno lesinato sugli investimenti da quando, nell’aprile del 2019, rilevarono il club, allora impelagato nelle sabbie mobili della Serie D. Ma il denaro è stato utilizzato bene. Non basta infatti spendere, bisogna anche saperlo fare. E i lombardi lo hanno fatto certamente, acquistando giocatori funzionali al tipo di calcio voluto dall’allenatore.
La forza del Como è quindi anche quella delle idee del suo tecnico, in grado di plasmare una squadra veramente europea nel modo di giocare. Non a caso i lariani, al netto delle differenze in termini di qualità, hanno dei princìpi simili a quelli delle big del continente: giocano per vincere e non per non perdere, schierano contemporaneamente in campo tre o quattro elementi offensivi abili nell’uno contro uno, effettuano rotazioni quando e dove necessario, modellano la loro fase offensiva in base all’avversario di turno.
Il che significa che i giocatori possiedono ampie conoscenze, che permettono loro di affrontare chi difende con un blocco basso o chi pressa alto, così come avversari che palleggiano o che vanno più diretti. Un’identità fluida, adattabile a seconda del contesto.
Il Como dunque vince e convince, in Europa come in Serie A, totalizzando dieci vittorie, due pareggi e appena due sconfitte nelle quattordici gare disputate fino a questo momento fra campionato e Champions.
Domenica a San Siro, ore 18, saranno i comaschi a fare l’esame all’Inter di Chivu, piuttosto che il contrario. Chi lo avrebbe detto ad agosto?