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Quel Lago con vista Champions. L'inedita stagione del Como
Così la squadra allenata da Cesc Fàbregas ha trasformato il calcio in un collante per tutto il Lario. Reportage tra orgoglio laghèe e ambizioni europee sotto la nuova curva dello stadio Sinigaglia
22 AGO 26

Una veduta dello stadio Giuseppe Sinigaglia di Como che è in ristrutturazione per l’inizio della stagione in Champions della squadra (foto Getty)
Sull’acqua verde del lago è già da più di un mese che si riflette la nuova curva dello stadio Giuseppe Sinigaglia. Un riflesso cubista, che si forma e si sforma. L’ombra nera della struttura in cemento, che ha sostituito quella in tubi Innocenti, si mescola ai riflessi dorati e smeraldini nell’incresparsi della superficie del Lario, mossa dalle mille onde figlie delle scie delle troppe barche, che sempre più veloci, tagliano il primo bacino del Lario.
È imponente la nuova curva. Imponente almeno per quel piccolo stadio a due passi dall’acqua. La V tra le due strutture della vetusta tribuna, che faceva intravedere dal campo i boschi e le ville che salgono verso San Fermo è sparita: al suo posto ci sono 290 sedili in più. E uno scheletro di piloni che sembra essere lì per restare davvero. Un po’ come il Como 1907. Lo spazio vuoto sotto le gradinate verrà riempito da qualcosa. O almeno così prevede il progetto. Per ora rimane imponente e incompleta come appare Como dall’acqua del suo lago, con le sue inferriate transitorie tra i giardini del Tempio Voltiano, che anno dopo anno sembrano sempre più definitive.
Del progetto originario dell’architetto Giovanni Greppi, uno dei primi esempi di architettura razionalista in Italia, il primo applicato allo sport, resta sempre meno. Resiste però il portale originale. E in città questo basta. Del progetto originario del Como 1907, invece è sparito tutto, almeno in campo, perché la dirigenza è sempre la stessa, eccezion fatta per Michael Bambang Hartono, morto il 19 marzo di quest’anno. Era il proprietario, o meglio coproprietario, l’uomo che assieme al fratello Robert Budi decise di investire in una squadra messa male economicamente per trasformarla in una perla calcistica degna della meraviglia del lago sul quale il suo stadio si specchia.
Il Como 1907 si è evoluto, ben più velocemente di quanto avevano sperato tifosi.
L’8 settembre, il giorno dell’inizio della prima fase della Champions League, è lontano due settimane abbondanti. Si contano i giorni. Como non ha mai sperimentato l’effetto che fa giocare in Europa. In centoventi anni di storia ha giocato nel massimo campionato italiano appena sedici volte (oggi inizia la diciassettesima). Lo scoprirà direttamente disputando la coppa più importante d’Europa.
E se si è mai passeggiato in città o lungo il lago viene quasi da sorridere, viene da pensare che questo sia un errore storico. Perché il posto di Como è l’Europa. Como e il suo lago sono sempre stati crocevia di uomini e donne provenienti da ogni parte del continente. D’altra parte, scriveva Hermann Hesse a Stefan Zweig, “Como porta dentro di sé un’infiorescenza d’Europa che si è generata in secoli di passaggi da ovunque verso ogni dove. Lo si vede nei volti, nei modi, nelle lingue che si parlano attorno al lago e in città”. Il Lario dalle mille lingue rimaste incastonate loro malgrado e a loro insaputa nelle ä, nelle ö, nelle ü, nelle œ e nelle æ dei suoni del dialetto laghèe.
L’Europa è arrivata anche nel calcio. “Doveva arrivare, ne eravamo certi. Però... però pensavamo fosse l’Europa League e solo nei prossimi anni la Champions. All’Europa League eravamo preparati, alla Champions forse no, però meglio così. Iniziare subito dalla coppa più importante è una soddisfazione incredibile. Ci permette di sognare ancora un po’ di più”, dice al Foglio sportivo Danilo Bernasconi mentre è fermo sotto la nuova curva degli ultrà del Como. È lì un po’ a fare l’umarell in anticipo sui tempi - ancora lavora e dovrà lavorare per un po’ -; un po’ per senso di responsabilità perché lo stadio “sarà casa mia per almeno ventiquattro partite quest’anno, ho il dovere di monitorare la situazione”, sorride; un po’ per godersi l’ombra per il tempo di una sigaretta prima di tornare a lavorare, “lavoro qui vicino: posso dire di essere tutto casa, lavoro e chiesa, anche se la mia chiesa è pallonara”.
L’Europa calcistica è solo l’ultima delle grandi novità che si sono susseguite grazie al pallone. “Tutti i paesi attorno al lago sono sempre stati uniti dall’orgoglio laghèe, se così può essere definito e da poco altro. Il dialetto che si parla in città è in parte diverso da quello che si parla a Gravedona, per non parlare di quello di Colico o Varenna. Nemmeno l’immaginario condiviso è lo stesso”, spiega al Foglio sportivo Emilio Riva, per quasi quarant’anni professore di italiano e latino al liceo classico e studioso di usi, costumi e storia locale. Oltre a essere da sessant’anni tifoso del Como. Il grande calcio a Como “ha avuto il merito di dare a tutto il lago un nuovo spirito comune, una nuova prospettiva d’unione, o quanto meno a chi non si considera lecchese ma laghèe”. Semm cumasch non è solo una scritta su sciarpe e adesivi esibiti nei bar, sui balconi, sulle automobili, su biciclette e cartelli stradali, ma “è una frase che ha assunto un nuovo significato, è diventata un centro gravitazionale di orgoglio laghèe, un segno distintivo tra chi è rimasto a vivere qui, tra chi ha deciso di non andarsene dalle scomode sponde di un lago che per troppo tempo era stato dimenticato da tutti, abitanti compresi”.
Un orgoglio fatto di magliette di Nico Paz e compagni, di entusiasmo che fa rima con amore per Cesc Fàbregas, di suonerie con le note di “Pulènta e galèna frègia”, la canzone di Davide Van de Sfroos diventata inno dei tifosi del Como 1907.
Tifosi che sono cambiati, cresciuti. “E per fortuna...”. Emilio Riva in trasferta non ci va più, “è cosa per giovani, anche se non so quanti di questi giovani sarebbero venuti anni fa a girare per gli stadietti della C e della D. Non ce l’ho con loro, solo che quando c’è di mezzo il calcio si diventa acidi a ripensare a cosa erano le trasferte a San Giovanni Valdarno, Lugo o Casale”. E in quelle trasferte, “su bus scassati verso stadi fatiscenti, capitava davvero che qualcuno avesse nella schiscetta pulènta e galèna frègia o pulènta e zola e, sempre e comunque, bottiglioni di Barbèra cume’ petròli”. Ora allo stadio c’è chi sorseggia champagne e degusta tartine al tartufo. “E va bene così. Perché quei tizi del cinema e del jet set che vengono allo stadio non tolgono il posto ai tifosi veri. Chi c’ha i soldi per sedersi in tribuna centrale? E, se c’avessero pure i soldi, è la voglia che manca. Non è roba per tifosi, quei posti lì”, dice Danilo Bernasconi. Che aggiunge: “I vip di Hollywood sono lo specchietto per le allodole che portano investimenti. Noi che semm cumasch lo sappiamo bene, qui va da sempre così”. Sulle sponde del lago ci sono le ville, ma dietro ci sono i paesi e le vite laghèe che vanno avanti ancora con il Lario a fare da spettatore non sempre percepito.

