Come Gattuso ha ritrovato sé stesso e la Lazio

Dalle passeggiate a Marbella alle cene con i dipendenti a Formello. Corsi e ricorsi storici. E il suo ringhio
17 OTT 26
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L'allenatore della Lazio Gennaro Gattuso (foto Getty Images)

Sei mesi fa le passeggiate lunghissime a Playa de la Fontanilla, a ovest di Marbella. Da solo, tra sabbia, palme e grandi alberghi. A rimuginare su un aspetto della sua vita che sembrava un postulato, di quelli che non hanno bisogno di dimostrazioni. “Come calciatore sono stato fortunato ed ho vinto tutto. Ma come allenatore…”. La frase ripetuta nella sua testa presupponeva un percorso segnato, blindato in quella precoce primavera sulla Costa del Sol. Tredici anni da tecnico con poche soddisfazioni e poi, allo zenit della carriera, l’indimenticabile notte di Zenica. “Un dolore e una delusione che mi porterò dentro per sempre”.
Terzo Mondiale fallito, l’azzurro che sbiadisce fino a scomparire e Rino Gattuso, detto Ringhio, che nel suo buen retiro iberico, pensa e ripensa a quello che poteva essere e non è stato. Oggi, sei mesi dopo, la vita, imprevedibile come il gioco del calcio, gli sta restituendo molto, anche se non tutto. Tra Formello – il centro d’allenamento della Lazio – e l’Olgiata, lo sciccoso comprensorio di ville al di là della Cassia Bis nel profondo nord della Capitale, è un uomo sereno. È in testa alla classifica e nessuno – forse neppure lui – osava immaginare tanto, specie dopo l’estate dello scontento, quella del Ferragosto desertico e acre, con l’eliminazione-umiliazione della sua nuova squadra dalla Coppa Italia per mano del Mantova. Altrove un tonfo del genere avrebbe scatenato polemiche. Ma questa è la Lazio della contestazione infinita tra Lotito e i tifosi; del mercato senza un euro; dei parametri zero; del contratto di Gattuso: un anno a poco più di un milione e mezzo di euro, con l’opzione di rinnovo per la stagione successiva, a patto di arrivare tra le prime dodici squadre della Serie A.
Insomma, avete capito: due mesi fa eravamo agli sconti per comitive, al salviamoci se ci riusciamo, tanto quasi tutto sembrava perduto. Ma lui, l’uomo di Calabria, con il dolore di quell’azzurro acido rimasto in fondo all’anima, non era per niente d’accordo. Del resto tra Gattuso e la Lazio, o meglio Lotito, c’era già un legame sottile, eppure resistentissimo.
Esattamente 7 anni fa, ottobre 2019, la Lazio di Inzaghi perdeva 3-0 all’intervallo con l’Atalanta di Gasperini. Igli Tare, il diesse biancoceleste dell’epoca, compose il numero di Gattuso e lo convocò a Roma. Rino partì, ma fece subito inversione: la Lazio nel secondo tempo pareggiò con due rigori di Immobile e una rete di Correa e il matrimonio saltò. Tuttavia Lotito, vulcanico e contestatissimo presidente laziale, aveva sempre avuto in testa Gattuso. E dopo il secondo addio di Sarri, l’unione si è finalmente realizzata. Il merito, è bene dirlo subito, è del tecnico sgualcito da una lunga carriera di delusioni (le due zone Champions sfuggite con Milan e Napoli, lo scudetto scappato a Spalato, i guai a Creta, il Pisa fallimentare, la follia del presidente del Sion in Svizzera), che ha affrontato la squadra nei giorni torridi del ritiro a Formello con un messaggio semplice: “Ragazzi chi non se la sente, può andare via”. Ai laziali di lungo corso quelle parole riportarono alla mente l’impresa vecchia di quarant’anni esatti, di Eugenio Fascetti, che con la squadra penalizzata di nove punti, salvò la Lazio del post scommesse bis e, di fatto, mantenne viva una società che se avesse perso gli spareggi per non retrocedere in Serie C, sarebbe scomparsa. Ecco, quelle semplici parole hanno creato l’empatia. Il resto l’ha fatto la determinazione di un uomo, Gattuso, attratto dalle situazioni estreme, dalle sfide complicate, dalle difficoltà. Così dire sì alla Lazio non era stato difficile, anche se la questione dello sciopero, in verità, turbava il neoallenatore biancoceleste: giocare nell’Olimpico vuoto era un handicap potente, quasi insormontabile. Ma tant’è.
E così, dopo le due sberle del Mantova, Gattuso ha riparlato alla squadra: “Ragazzi ho fiducia in voi, andiamo avanti così”. Cinque vittorie e un pareggio che poteva essere il sesto successo (contro il Milan, un po’ di braccino) in questi due mesi esatti di campionato. Certo, alle qualità del tecnico ha fatto da supporto anche un po' di buona sorte: con Cataldi e Rovella avremmo mai visto la rinascita di Belahyane, autentico mistero buffo del mercato della Lazio targata Baroni? E senza punte, avremmo forse scoperto che Noslin, per Gattuso un esterno puro, poteva fare il centravanti di successo? E ancora: se il calendario avesse proposto più sfide complesse, con avversari di primissima fascia, avremmo visto la stessa partenza lanciata di questa ciurma rinvigorita dall’uomo di Calabria? Probabilmente no. Ma sarebbe ingiusto liquidare tutto come un colpo di fortuna. La rinascita (per ora, perché il ragazzo è imprevedibile) di Nuno Tavares e la scelta di Mandas tra i pali, la fiducia a Sutalo, sono un timbro indelebile dell’avventura di Gattuso alla Lazio. Ed ora, con questo Frattesi – la mediana è un fiore all’occhiello di questa squadra – e con l’arrivo di Pinamonti, insieme al recupero degli infortunati, il futuro fa sognare. “Ma noi non c’entriamo niente con quelli lì”, ripete Gattuso convinto, quando – dati alla mano – ci si interroga sulla Lazio in versione outsider che scombina i piani, come fece il Verona di Bagnoli o il Leicester di Ranieri. Come un bravo giocatore di biliardo, il barbuto demiurgo laziale, predica calma e gesso. Sa che – a cominciare dalla sfida con l’incerta Juventus, domani allo Stadium – molte cose possono cambiare. Ma sarebbe un errore non cavalcare questo entusiasmo, questa empatia. Così, mentre ufficialmente Gattuso elogia i suoi giocatori, la scorsa settimana organizza una cena con una cinquantina di dipendenti del club, nel ristorante preferito di Formello. Conto a suo carico, brindisi e sorrisi per chi lavora nell’ombra, ma ci mette passione e attaccamento ai colori. Anche così si costruiscono le stagioni vincenti, facendo sentire tutti parte di un progetto, di un’avventura. Del resto, per uno che ha perso una sorella di 37 anni, che combatte con una malattia degenerativa agli occhi e che ha fallito la più grande opportunità professionale da allenatore, tutto il resto può sembrare piccolo, addirittura insignificante. La forza di chi non ha nulla da perdere. “Abbiamo conquistato altri punti per la salvezza”, ripete prudente dopo ogni vittoria. Ma nei suoi occhi sinceri sembra di leggere nitida la massima cara al poeta brasiliano Paulo Coelho: “Soltanto una cosa impedisce la realizzazione di un sogno: la paura di fallire”.