L’Italia non sa stare senza Sinner

Il numero uno al mondo si ferma e si scatena il festival degli allarmismi e dei sospetti
10 OTT 26
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Foto Ap via LaPresse

Si posiziona sul lato sinistro del centre court dell’All England Club, sopra 40-30. Serve esterno, poi disegna col dritto una traiettoria incrociata per poi, ancora, esplodere un colpo definitivo nell’altro angolo, prima di accasciarsi a terra per la contentezza di aver vinto il quinto slam, il suo secondo Wimbledon di fila. Così simile all’epilogo del suo primo major, quello in Australia. Sono le ultime immagini lasciate nel circuito da Jannik Sinner. Fotogrammi impreziositi dalla voce di Elena Pero in quella che sarà la sua ultima, epica, telecronaca. È forse anche per questo che quando qualche giorno fa il numero uno al mondo ha annunciato che la sua stagione tennistica era finita lì, che per rivederlo dovremo aspettare il caldo australiano ora che noi l’estate ce la siamo appena lasciata alle spalle, in molti hanno reagito dando adito al solito disfattismo: “C’è qualcosa che non ci dicono”. “Quell’ombra di addio, futuro in bilico: un precedente parla chiaro” (citiamo un vero articolo di giornale). “Io lo sapevo, è tutta colpa di quella caduta a Wimbledon”.
E dire che le polemiche di fine anno, per Sinner, sono una specie di genere letterario ricorrente: quelle sulla decisione se partecipare o meno alla Coppa Davis, almeno quest’anno, ce le siamo risparmiate. E però tutto il resto, il contorno di un finale di stagione senza il nostro sportivo più famoso al mondo, lascia sempre quella sensazione di indefinito. Che si arricchisce pure del forfait alle Finals di Torino. Tanto che adesso chi aveva fatto follie per acquistare biglietti a migliaia di euro e a centinaia di metri dal campo, li ha già messi in rivendita, perché “se non c’è Jannik poco c’interessa”. Forse non tutto il male viene per nuocere: forse davvero sarà l’occasione per gli appassionati di tennis per andare a vedere un torneo in cui con ogni probabilità ci sarà Flavio Cobolli, che merita vetrina e palcoscenico.
Subito dopo Londra Sinner aveva annunciato che non avrebbe partecipato al Masters 1000 di Montreal: altra eresia per chi aveva già stabilito che “quest’anno degli slam non ce ne importa niente. Vogliamo tutti e nove i Masters 1000”. Poi però aveva dovuto rinunciare anche a Cincinnati, poi agli US Open. Infine alla trasferta asiatica e a tutto il finale di stagione. Per dire dell’avventatezza con cui molto spesso vengono giudicate decisioni che richiedono consulti medici, una riflessione profonda all’interno del team, la capacità di saper essere analitici laddove a volte potrebbe prevalere l’emotività di chi scalpita per tornare in campo. È come se alcuni avessero completamente rimosso i primi sei mesi del tennista proveniente da Sesto Pusteria: cinque Masters 1000 di fila vinti (6 con l’ultimo della scorsa stagione). Una striscia di 30 partite consecutive da Indian Wells a Parigi. Poi certo, oltre ad aver riportato il titolo degli Internazionali in Italia dopo cinquant’anni, il nostro scontava la delusione dell’infortunio al Roland Garros con uscita al secondo turno. Ma subito tornava con un’altra vittoria sull’erba inglese. Il bis non è per tutti.
Nei mesi di assenza dal circuito di Carlos Alcaraz, Sinner finché ha potuto è stato un assolo. E almeno tre di quei cinque tornei 1000 li ha vinti con lo spagnolo in tabellone. L’ultimo incontro tra i due risale alla finale di Monte Carlo, location regale, l’unico di quest’anno. E già questa è una notizia che dovrebbe dirci molto su come gli infortuni hanno funestato questi dodici mesi. Mentre ad Alcaraz, ora che è tornato, senza Sinner, è toccato aspettare un torneo “minore” come quello di Tokyo per vincere un trofeo dopo più di otto mesi. Vi ricordate come andò lo scorso anno? Sospensione da marzo a maggio, ritorno di Sinner agli Internazionali. Finale. Roland Garros? Finale, tra le più belle della storia, persa con tre match point a favore contro Alcaraz, poi sconfitto due settimane dopo a Wimbledon. Insomma, a guardare meglio, Sinner nelle ultime due stagioni non è sceso in campo per qualcosa come dieci mesi sui ventidue effettivi (a dicembre nel tennis professionistico i tornei sono fermi). E sebbene non veda il campo dal 12 luglio, rimarrà numero 1 al mondo almeno fino alla fine di ottobre, 95 settimane ai vertici. “Not too bad” direbbe Ubaldo Scanagatta.
In più, se prima eravamo soliti essere tutti commissari tecnici della Nazionale, ora, causa Sinner, siamo diventati tutti esperti di “sindrome della bandelletta ileotibiale”, una “tendinopatia extra-articolare”. Un infortunio “da sovraccarico”. E quindi tutti lì a eccepire sulla necessità di preservarsi meglio, di giocare meno nella prima fase della stagione. “Che ci è andato a fare a Madrid?”, come se quel singolo torneo fosse responsabile di come sono poi evolute le cose. E poi, ancora, tutti a sostenere che “ci vuole trasparenza” come se Sinner fosse un’azienda partecipata dallo Stato, tipo Eni, Enel o Fincantieri. E guai a nascondere agli azionisti guai e problemi interni. Sarà. Che sia un asset dello sport italiano, non serve nemmeno ricordarlo. E bene ha fatto, però, il presidente della Federtennis Angelo Binaghi a dire: “Basta idiozie su Sinner. La priorità è la sua salute: ha fatto la scelta giusta”. Del resto l’altoatesino a scelte che mirino all’allungamento della carriera ci ha abituati da anni. Rinunciando alla Davis dopo un finale di stagione faticoso lo scorso anno (si è visto che inizio di 2026 ha poi avuto), saltando le Olimpiadi di Parigi e subito tornando alla vittoria agli Us Open. Conoscendone le abitudini un po’ di riposo non gli farà così tanto male. Di certo, come ebbe a dire Paolo Bertolucci al termine di quella commovente finale con Zverev, accanto a Elena Pero: “Questo ragazzo qua non finisce certo oggi. Continuerà a vincere, ad alzare trofei e a darci centinaia e centinaia di giornate stupende come questa”. Altro che “chissà se tornerai mai più a giocare a tennis”.