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giovedì di coppa •
Il debutto vincente e roboante del Como in Champions League
La squadra allenata da Cesc Fàbregas ha battuto per 4-1 il Lipsia. Certo quella tedesca è una squadra in restauro e ancora lontana da aver trovato un equilibro, ma i Laghée erano alla prima assoluta nella grande Europa calcistica e hanno giocato senza la paura della prima volta

I calciatori del Como festeggiano il primo gol in Champions League della storia Laghée (foto LaPresse)
C’era una squadra che brillava per ingegno gestionale, lungimiranza nello scovare giovani e talentuosi giocatori, offerta di un gioco offensivo e divertente. Il RasenBallsport Leipzig era una squadra che non esisteva, dal 2009 in poi ha scalato il calcio tedesco, contendendo al Bayern Monaco uno Meisterschale e arrivando fino alle semifinali di Europa League e agli ottavi di Champions League. Il Lipsia era, è, un modello di crescita e di capacità di fare soldi con il calcio, può non piacere – e per molte cose, a partire dal fatto che è un club costruito a tavolino nel quale si pensa ai calciatori come azioni in borsa –, ma rimane un punto di riferimento nell’ambiente.
Poi, una sera di metà settembre, il club riferimento, subì la furia di una squadra che non giocava in Europa dal 21 aprile 1981, ultima giornata del campionato della Mitropa Cup, avversario il Csepel SC. Quel Como era una squadra giovane con pochi soldi e parecchio talento che un anno prima aveva vinto a sorpresa la Serie B (e per questo si era qualificata alla Mitropa Cup) e che quella stagione la chiuse al 13esimo posto in Serie A.
Questo Como è invece una squadra ricca, costruita con intelligenza da Carlalberto Ludi e i suoi collaboratori a immagine e somiglianza del suo allenatore, Cesc Fàbregas, dal grande talento e, se lo augurano in riva al Lario, dal grande avvenire. Un Como che al debutto in Champions League ha battuto 4-1 il Lipsia. E così facendo si è preso in un sol colpo: tre punti, il posto che fu del RasenBallsport Leipzig nell’immaginario collettivo, la soddisfazione di essere la sola italiana ad aver vinto in Champions League quest’anno. Tre medagliette di carta velina, capace di volare via alla prima folata di Tivano un po’ più potente della media, di sciogliersi alla prima goccia di pioggia che scende dal cielo a dare un po’ di tregua ai boschi sfiniti dal caldo e dalla siccità di quest’estate.
Però ci sono. E non è poco. Non tanto per i tre punti o per il risultato, quanto soprattutto per l’aver giocato con entusiasmo e non con paura il debutto nella coppa europea più prestigiosa e ricca, segno questo di maturità, cattiveria agonistica e noncuranza di ciò che accade intorno ai giocatori.
L’Italia è un paese conservatore nell’animo, per questo si è sempre detto che uno dei grandi pericoli, forse il pericolo supremo, per una squadra è quello di peccare d’esaltazione. Il Como di Cesc Fàbregas gioca galleggiando in un lago di esaltazione. E più ce ne è meglio gioca. Il Como gioca puntando in alto, disinteressata completamente al mito di Icaro, d’altra parte i miti sono fatti a uso e consumo della conservazione dello status quo, con l’idea di prendersi dal calcio il più possibile e poco male che non sia tutto.
Intanto questo è un passo, non decisivo, nemmeno troppo difficile, il Lipsia è in fase di restauro e ha perso un gran bel po’ di talento in questa sessione di calciomercato, ma è comunque un passo avanti e benaugurante per il proseguo della stagione.