L'Europa calcistica dimenticata del Como prima della Champions League

Prima della grande Europa, il Como affrontò 46 anni fa la Mitteleuropa della Mitropa Cup, torneo che fu prestigiosissimo prima di diventare una coppetta e sparire del tutto

10 SET 26
Ultimo aggiornamento: 14:36
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Alcuni dei giocatori del Como che debutteranno in Champions League (foto LaPresse)

Prima della grande Europa calcistica allo stadio Giuseppe Sinigaglia c’è stata la piccola, piccolissima, Europa, allo stadio Giuseppe Sinigaglia. L’ultima campagna europea del Como (prima di quella che inizia questa sera contro il RB Lipsia in Champions League) andò in scena quarantasei anni fa in quella che fu per un decennio abbondante la più importante competizione europea per club, la Mitropa Cup, ma che già allora era una versione ristretta e assai poco interessante della grande coppa che fu. Talmente poco interessante che non trovò nemmeno spazio per una breve nel Corriere della Sera. E non certo per disinteresse per la città lacustre: si dava notizia della “cento miglia motonautica sul Lario”.
La Mitropa Cup da appuntamento tra le più forti squadre della Mitteleuropa (le vincitrici dei campionati di Austria, Cecoslovacchia, Italia e Ungheria, all’epoca, Inghilterra esclusa, i paesi calcisticamente più forti, nda) era diventato un torneo per le vincitrici delle seconde divisioni di Cecoslovacchia, Italia, Jugoslavia e Ungheria. Nell’edizione 1980-1981 tra queste c’era il Como, alla terza campagna europea della sua storia.
Le prime due le disputò in quella che era la Coppa dell'Amicizia italo-francese, un torneo a inviti, ma ufficiale, tra squadre italiane che affrontavano egual numero di squadre francesi in una sfida andata-ritorno. La somma dei vari risultati assegnava la coppa o alla Federazione calcistica italiana o a quella francese (nel 1962 divenne un torneo a eliminazione, nel 1964 sparì dal calendario).
La Mitropa Cup 1980-1981 era la grande novità a Como. Un'occasione di vedere sei volte in più quella squadra giovane, talentuosa e ambiziosa.
Un anno prima aveva vinto a sorpresa una Serie B che doveva essere una questione tra il Brescia, l’ambiziosa Sampdoria del neopresidente Mantovani (colui che poi portò i doriani allo scudetto) e le appena retrocesse Atalanta e Lanerossi Vicenza. Nel corso dell’anno però il calcio italiano scoprì che Villiam Vecchi non era un portiere finito, che Pietro Vierchowood era un difensore eccellente e Simone Fontolan non era da meno, che Massimo Mancini era davvero quel talento di cui si diceva un gran bene a Firenze qualche anno prima, che Doriano Pozzato era un’ala niente male e che Marco Nicoletti ed Ezio Cavagnetto si intendevano a meraviglia. E, soprattutto, che Nils Liedholm non sbagliava a considerare Pippo Marchiorio, l’allenatore del Como, “uno tra i più intelligenti e preparati allenatori della nuova generazione”. In Serie A vennero aggregati alla prima squadra anche i giovani Roberto Galia, Stefano Maccoppi e Luca Fusi, tre calciatori che in A giocarono a lungo.
La Mitropa Cup iniziò bene, in una città “festosa e ridente” e in uno stadio “colmo sin oltre il numero massimo consentito di spettatori”, scriveva la Provincia, il quotidiano di Como. La squadra di Marchioro vinse per 2-0 contro il Nogometni Klub Zagreb grazie ai gol di Doriano Pozzato e Pietro Vierchowood.
La formazione croata era considerata la favorita. Si scoprì essere la meno attrezzata e finì ultima. Il Como fece discretamente bene. Vinse tre partite, ne pareggiò uno e ne perse due. Chiuse il microcampionato a 7 punti come il Tatran Presov e il Csepel SC, ma per differenza reti fu terzo.
Di quella piccola Europa, fatta di squadre sconosciute e giocatori dai nomi improbabili se ne ricordano in pochi sul Lario. Se la ricorda Emilio Riva, per quasi quarant’anni professore di italiano e latino al liceo classico e studioso di usi, costumi e storia locale che già avevamo sentito all’inizio di questa stagione. Dalla trasferta a Zagabria tornò felice con una sconfitta sul groppone ma con il nome e il numero di telefono della donna che sarebbe diventata sua moglie. E negli occhi gli scatti, pochi, e i dribbling, molti, di Marijan Cercek, l’uomo che una dozzina di anni prima fece ammattire la difesa della Fiorentina in Coppa delle Fiere (stagione 1968-1969) e fece dire a Bruno Pesaola “questo qui è un fenomeno epocale”. Forse esagerò Pesaola, ma non sbagliò: quando si allenava e faceva vita d’atleta Marijan Cercek era davvero uno delle ali destre più forti d’Europa. Il problema è che ciò avveniva poche volte all’anno.