Ciò che unisce Inter e Roma oltre la classifica

I nerazzurri sono riusciti a battere il Napoli all’ultimo respiro, grazie al suo campione più rappresentativo; circa lo stesso, a 600 chilometri, succedeva ai giallorossi contro l'Atalanta. Anche se chi ha segnato non è l'argentino più celebrato nella capitale

7 SET 26
Ultimo aggiornamento: 13:18
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La palla che al 52esimo minuto di Inter-Napoli scivola lentamente verso il fallo laterale, ma senza uscire dal campo, dopo una respinta di Alessandro Bastoni, sarebbe stata il perfetto frame per consegnare ai posteri una rutilante terza giornata di Serie A. Se solo al provvido cross basso di Giovanni Di Lorenzo – il primo a prendersi cura della sfera abbandonata – e al corrispondente gol di sinistro di Rasmus Højlund fosse seguìto il successo azzurro che fin lì stava maturando.
Invece il rullino del campionato aveva ancora posto per scattare altre due immagini, e come negli anni Ottanta al momento del ritiro dal fotografo (prima dei velocisti dei 25 minuti, con bordo bianco e datario, inconsapevole no future) si scopre che due scatti sono sovrapposti, unificati, usciti assieme nello stesso clic. L’Inter infatti è riuscita a fare sua la partita clou, all’ultimo respiro, grazie al suo campione più rappresentativo; circa lo stesso, a 600 chilometri, succedeva in Roma-Atalanta.
Le due battistrada vincono alla stessa maniera, di cuore e di forza, dopo essere state sotto e avere visto in faccia la sconfitta, magari anche la sfortuna (i pali di Santiago Castro, chissà se giocasse assieme a Donyell Malen). Assieme ai galacticos del Real Como, le squadre di Cristian Chivu e di Gian Piero Gasperini sono la cifra di queste prime tre giornate: e proprio in riva al lago fioccano i paragoni con la miglior Atalanta del Gasp, mentre c’è chi ricorda che Luka Modrić iniziò da vero numero 10 trequartista come il connazionale Martin Baturina, oggi il miglior giocatore del torneo.
I negativi dei due big match rivelano i dettagli: rimesse in piedi le sorti dell’incontro coi partenopei, i nerazzurri premono fino alla fine, rischiando anche tanto fra Lorenzo Lucca e André-Frank Zambo Anguissa. Ma allo scoccare del 90esimo Curtis Jones scodella un traversone dalla trequarti: Marcus Thuram manca la palla, mischia pericolosa nei pressi di Alex Meret, Ange-Yoann Bonny trova lo spiraglio per servire Lautaro Martínez appostato all’altro palo, sinistro in scivolata e 3-2 finale.
Allo stadio Olimpico, una Roma bella e dannata sbuffa rabbia nella rimonta alla competitiva Atalanta di Maurizio Sarri. Stesso minuto di San Siro, l’ottantanovesimo: calcio d’angolo dalla sinistra battuto da Matías Soulé a uscire, in mezzo all’area stacca Mario Hermoso, palombella giallorossa a insaccarsi alle spalle di Marco Carnesecchi, fin lì magnetico. È l’1-1, che solo tre minuti dopo, in pieno recupero, diventa raddoppio proprio con Soulé, argentino come Lautaro.
Una rete che da vicino ricorda un po’ quella di Alphadjo Cisse, la sua seconda in Serie A, capace di portare in vantaggio il Milan dopo un’azione personale, danzando con la linea di fondo e rientrando nel piede migliore. Prima del pareggio bianconero, anche qui oltre il novantesimo, che neutralizza la possibile ascesa milanista oltre i suoi stessi meriti. Segno che le soluzioni individuali e le indicazioni degli allenatori progressivamente convergono verso modelli unificati d’attacco.
In sofferenza, invece, il Venezia e la Fiorentina; anche Bologna e Parma non se la passano bene, nonostante i pareggi interni con formazioni giovani e attrezzate quali Sassuolo e Monza. Storie di ex: Gasperini e l’Atalanta, Antonio Raimondo e il Venezia, Matteo Politano e l’Inter. Fa notizia l’applauso della curva viola a Rolando Mandragora, autore dell’ennesimo goal meraviglioso, pochi mesi fa coprotagonista della sceneggiata attorno al dischetto di Reggio Emilia. Una sconfessione.
E indice di quanto la giustamente bistrattata Fiorentina di allora  –con Pietro Comuzzo e Niccolò Fortini, anch’essi oggi in granata – batterebbe l’attuale e ancor più strombazzata, affidata di nuovo alle mani di Paolo Vanoli dopo l’esonero di Fabio Grosso. Il quale ha perso tutte partite disputate nella massima serie, al netto della stagione al Sassuolo: uno dei tanti campioni del mondo 2006, già nel carnet nazionale di Paolo Maldini, che in panchina hanno vinto solo un terzo delle partite di A.