“Il calciomercato ha impoverito il calcio”. Intervista a Giorgio Perinetti

 “L’Italia deve ripartire dai giovani. Dobbiamo formare talenti”. Una lunga carriera da coordinatore di vivai e direttore sportivo, l'allarme del dirigente sportivo sul futuro del nostro calcio

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(Foto Ansa)

È un calciomercato in continuo divenire. Prezzi alle stelle, sempre più parti in causa, lo scompiglio della sentenza Diarra. “Soprattutto – dice Giorgio Perinetti – si parla di violazione del diritto comunitario in merito alla libertà di movimento dei professionisti. Ma così facendo si è venuto a creare un precedente molto pericoloso: il calcio mantenga le proprie regole ferree rispetto alle leggi ordinarie, oppure si piomberà nel caos più assoluto”. Il caso Banda, sparito dai radar nell’estate di Lecce, è un esempio lampante. “Se aumenta l’incertezza anche attorno all’effettiva durata dei contratti per la volubilità dei giocatori, gli asset patrimoniali dei club diventano ancora più fragili. E poi ci si lamenta della crisi dei vivai: come si fa a incentivare le piccole società che investono nel settore giovanile, preparando ragazzi che già in partenza sai che non saranno più tuoi, senza tutela alcuna? Bisogna rifletterci a fondo. Altrimenti perderemo ogni possibilità di crescere. Soprattutto in Italia”.
Perinetti, nel corso della sua lunga carriera, è stato coordinatore di vivai e direttore sportivo. Napoli, Roma, Palermo, solo per citarne alcune. Ha lavorato insieme a “presidenti d’altri tempi”, come li chiama lui: Viola, Ferlaino, Sensi, Zamparini, Preziosi. “Anche Boniperti, che sembrava di ghiaccio, non lo era affatto: c’era un coinvolgimento emozionale diretto, la figura del tifoso-imprenditore nel bene e nel male. Ormai invece la maggior parte delle società di Serie A è in mano a proprietà straniere e spersonalizzate. Difficilmente ci mettono gli stessi ingredienti. Più dei gol conta il business”. Oggi l’ex dirigente osserva la situazione con un certo distacco. “Il calcio ha sempre attraversato cicli più o meno favorevoli. La differenza sostanziale rispetto al passato è nelle priorità gestionali: una volta il mercato era funzionale alla creazione di squadre competitive, con una logica che riguardava la composizione della rosa in tempi brevi; ora l’aspetto tecnico è stato soppiantato dalle necessità economiche dei club. Quest’anno sono cambiati 9 allenatori di Serie A su 20. Nelle stagioni precedenti 13 e 14: difficile poterlo chiamare programma”.
L’ansia di prestazione ingloba tutto il resto. “Si parte con le prime voci di mercato, poi qualche operazione chiusa a giugno e un crescendo di trattative che s’infiamma fino al termine dell’estate”, spiega Perinetti. “Le squadre sono oberate da calciatori con ingaggi impossibili. C’è poi il tema degli esuberi, che condiziona sia le grandi sia le piccole: non si era mai visto che società come Juve o Milan dovessero prima vendere per poi acquistare”. E il giro d’affari è in preda a una vertiginosa rincorsa verso l’alto, sospinta dal gigantismo della Premier League. “Il primo problema dunque è di natura finanziaria. Come possono affrontarlo le italiane? Abbassando gli ingaggi, tagliare il numero di calciatori. Il concetto di calciomercato è ribaltato dalle esigenze di lucro: la preparazione atletica dura una settimana, il precampionato diventa una tournée internazionale da monetizzare e in tutto questo gli allenatori devono stare zitti. Questa dinamica è un male che ci siamo creati noi”. Cioè? “Una volta ci si scandalizzava per il costo dei cartellini: ricordo ancora i 2 miliardi di lire per Savoldi al Napoli, Paolo Rossi al Vicenza. C’era un clamore di stampo etico, ma erano comunque trasferimenti tra squadre italiane: girava denaro all’interno del sistema e il sistema funzionava. Oggi, purtroppo, con l’avvento dei procuratori – un male necessario – i soldi vanno nelle loro tasche. E non vengono reinvestiti. Anzi, il problema si è dilatato: parenti, amici, mediatori. Quello del mediatore era un ruolo nato per sistemare le beghe fra due società. Ora ci sono altre commissioni a carico delle stesse. Stiamo arrivando a cifre che si pensavano inimmaginabili. Cifre che arricchiscono i singoli e impoveriscono il calcio”.
Difficile invertire la rotta. “Il nostro campionato è sofferente e perdente rispetto a molti altri in Europa”, riconosce Perinetti. “Ci supera pure la Turchia: ormai siamo un paese cedente, dobbiamo prenderne atto. Dunque, anziché inseguire sogni improbabili, faremmo meglio a puntare sul giocatore cresciuto in autonomia. Diventando bravi scout, valorizzando i giovani e facendo fruttare le plusvalenze. Come fanno in Olanda: tanto noi al top player affermato non arriviamo più. La concorrenza ai vertici non ci compete, anche perché poi spesso si sbaglia e si paga caro – si pensi al caso Arthur. Eppure un valore aggiunto ce l’abbiamo: il miglioramento tattico dei calciatori. In quello restiamo maestri. Puntiamoci. Aver mancato tre Mondiali di fila è un disastro e non ci siamo mai posti davvero il problema di risolverlo: mi auguro che Malagò e la nuova leadership riescano a creare qualcosa, a formare talenti individuali tecnici, a prepararli al grande salto”. E torniamo così all’inizio della chiacchierata. “Questo processo non può avvenire senza maggiori garanzie per i club volenterosi di investire nei vivai. Bisogna adeguarsi alla realtà, ma anche darsi una mano. Fermo restando che è cambiato tanto. Anche il mio mestiere: io affrontavo problemi di carattere tecnico, oggi è tutta questione di budget”. E da come lo dice, è contento di aver vissuto il suo tempo.