Buone notizie: Messi lascia la Nazionale! Brutte notizie: non si è ancora ritirato

La Pulce dice addio all'Argentina, ma non smetterà di giocare a calcio. Quindi continueremo a doverci sorbire le discussioni su chi sia più amato tra lui e Cristiano Ronaldo e soprattutto l’eterno dibattito su “meglio lui o Maradona?”. Un genere letterario, più che un fenomeno calcistico

1 SET 26
Ultimo aggiornamento: 15:58
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Foto LaPresse

Non ho ancora stappato la migliore, ma appena saputa la notizia sono corso in cantina a prendere una delle bottiglie più buone che avevo, e me la sono scolata guardando nudo un documentario sulle Falkland mentre accarezzavo il mio bracco (il cane, nessun doppio senso, maiali). Leo Messi ha lasciato la Nazionale argentina, subito pianto da vertici Fifa, arbitri sdraiati e milioni di tifosi con eccesso di retorica nel sangue. Con una lettera scritta come un bambino delle elementari il numero 10 più pompato del mondo ha detto che non ne ha più e che dopo di lui ci sono tanti giovani di belle speranze.
Non ho stappato la bottiglia migliore perché purtroppo Messi ha solo lasciato la Nazionale, non il calcio (sempre che si voglia prendere sul serio quel dopolavoro che è il campionato degli Stati Uniti), eppure tutti ne parlano come da morto. Non poteva mancare il lamento funebre di Aldo Cazzullo, of course, che sul Corriere parla sobriamente di “morte sportiva” nel suo articolo di condoglianze. Articolo invero un po’ freddino, tanto che sul finale come un Soriano sbronzo ha dovuto buttare giù un elenco di luoghi comuni nostalgici che manco in una canzone del vostro Max Pezzali per titillare il sentimento dei lettori: il pallone troppo grande, l’immancabile abuela che dice agli amici di farlo giocare, il papà ovviamente operaio, il contratto firmato su un tovagliolo, i cugini catalani, la ragazza che prima lo schifa e poi lo sposa, le gomitate, le sconfitte e naturalmente i trionfi.
Il problema dell’addio alla Nazionale di Messi è che ci hanno già talmente tanto frantumato i coglioni con tutte le narrazioni possibili e immaginabili su di lui negli ultimi dieci anni che ormai non c’è più niente di nuovo da raccontare, a parte la mossa di essersi reso più insopportabile di Trump all’ultimo Mondiale. Su Messi è già stato detto e ridetto tutto, e il fatto che a 40 anni decida di non rompersi più le palle a giocare partite di qualificazione per la Copa America contro macellai paraguayani o abbia il realismo di ammettere che nel 2030 non potrà scendere in campo, non può essere trattato come una tragedia, né funziona davvero se raccontato con l’abusatissima colonna sonora della nostalgia. Fateci caso, il pianto per questo finto addio è durato pochissimo – il tempo di fare lo slalom tra qualche post social su Messi nano che scarta tutti a tre mesi di vita e già siamo corsi a seguire preoccupati la chiusura del calciomercato.
Con originalità c’è chi ha parlato di “fine di un’èra”, chi (sempre Cazzullo) è riuscito a dire che il suo erede è Paulo Dybala (ci vediamo domenica in Curva sud, Aldo?), chi ha fatto diventare notizia un orrendo murale che ritrae il calciatore argentino disegnato in India da un sedicente artista del posto, chi rilancia il “ti amiamo infinitamente” scritto dalla moglie sui social come uno scoop. Niente lacrime per Messi, ma molti brindisi e festeggiamenti per la fine di un genere letterario che aveva stancato. Ma, ahimè, non ce ne libereremo tanto in fretta: continueremo a doverci sorbire i video dei suoi assist nel Miami spacciati come magie, le discussioni su chi sia più amato tra lui e Cristiano Ronaldo (la Pulce dai giornalisti, CR7 dal popolo: giudicate voi) e soprattutto l’eterno dibattito su “meglio Messi o Maradona?”. Che è come chiedere a me se è meglio la Coca-Cola o la bionda ben spillata.