In questa estate estate italiana straordinariamente azzurra vale tutto, basta attaccare Malagò

Ecco come una presa di posizione contro Infantino diventa un pretesto per regolare i conti. Tra amichettismo, scontri federali e difese interessate, il paradosso è che a fare figuracce non è chi viene preso di mira, ma chi gli si scaglia contro

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Giovanni Malagò - foto LaPresse

Sembra che il gioco preferito di questa estate italiana, straordinariamente azzurra, sia diventato quello di dare addosso a Malagò. Ogni volta che si muove c'è qualcuno che studia come sgambettarlo o prova a prenderne le distanze pubblicamente come ha fatto il presidente della Lega Serie A Ezio Simonelli, sceso in campo per difendere l'indifendibile Infantino. Ci vuole coraggio a definirsi amico di Infantino in questo momento. Fin che lo fanno le vecchie glorie, da Cannavaro a Zanetti, da Vieri a Totti, passi. Loro sono le Legends della Fifa, ospiti a cinque stelle al Mondiale americano e in ogni parte del pianeta. Sono andati dove li spinge il portafoglio come spesso fanno i calciatori durante la loro carriera.
Ma Simonelli, presidente della Lega di Serie A come può pensare e poi dire che Malagò avrebbe dovuto chiedere il consenso del consiglio federale per ufficializzare il distacco della Figc da Infantino e l'appoggio all'Uefa, affermando "Io sono amico di Infantino…". Ma come abbiamo passato l'estate ad accusare Malagò di amichettismo e adesso ci si vanta di essere amico di qualcuno per proteggerlo. Difendere un amico in difficoltà è un gesto nobile, ma se sei il rappresentante dei club di Serie A non puoi prendere certe posizioni per difendere un amico. Un manager deve saper distinguere. Magari inventarsi un altro motivo. Ma dire "io sono amico di Infantino e avrei preso tempo prima di togliergli la fiducia", beh, è qualcosa che si poteva sentire solo in questa assurda estate italiana.
Malagò qualche errore lo ha commesso. La scelta di Diana Bianchedi come capo delegazione azzurra è ancora lì che attende un via libera dal Coni. Loro, intesi come Malagò e Bianchedi, lo davano per scontato. Buonfiglio la pensa in un altro modo e alla fine non è escluso che Diana Bianchedi sia costretta a lasciare la vicepresidenza del Coni per accettare il nuovo (e più ricco) incarico offerto a sorpresa dal neo presidente federale a cui deve tutta la sua carriera. Non è certo un argomento che può appassionare più di tanto anche perché lo stesso Malagò dopo aver definito la scelta "una rivoluzione culturale" l'ha un po' svuotata di significato spiegando che si tratta di un ruolo di "mera rappresentanza". L'impressione è che una cosa escluda l'altra, ma questa è l'estate delle cose mai viste prima come direbbe un telecronista di Sky.
Non ha proprio senso attaccare Malagò perché ha giustamente preso le distanze da Infantino un giorno prima che il presidente della Fifa finisse al centro dell'attacco frontale e legale che gli ha scagliato contro l'Uefa di Ceferin, depositando presso il Tribunale distrettuale degli Stati Uniti un documento di 53 pagine in cui viene definito "criminale" il suo progetto di privatizzare il Mondiale. Malagò ha fatto la mossa giusta, anche perché l'Italia ha un Europeo da ospitare e stadi non esattamente pronti. Stare con Infantino e non con Ceferin sarebbe stato un suicidio. Per fortuna la frattura tra Figc e Lega è stata ricomposta immediatamente da Marotta (che però dovrebbe dire qualcosa anche al suo vicepresidente argentino schierato con Infantino): "La presa di posizione della Figc è frutto di un consenso da parte delle componenti.
La linea è stata tracciata dal presidente ma con la condivisione di tutti. Simonelli ha solo contestato le modalità, ma rappresenta 20 società e ha delle responsabilità". Ed è pure vice presidente della Figc, scelto da Malagò. Allarme rientrato, almeno fino al prossimo attacco a Malagò. Quando era al Coni sapeva di doversi guardare da Binaghi, Barelli e dalla politica. Oggi che siede in via Allegri ha bisogno di un giubbotto antiproiettile sotto la giacca firmata.