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L’estate più lunga e calda della vita di Malagò
Il presidente della Figc sembra non possa fare a meno del rumore dei nemici. Ogni ora ne spuntano di nuovi. E lui si gasa
15 AGO 26

Foto LaPresse
Giovanni Malagò un’estate così non l’aveva mai passata. Lui, abituato a sguazzare nell’oro delle medaglie azzurre, passava da un podio all’altro per sentire in diretta l’inno che ha sempre considerato, il più bello del mondo. Si ricorderà, invece, a lungo di quest’estate 2026, quella che avrebbe dovuto e potuto trascorrere a bordo del suo yacht navigando in un altro azzurro. Quello del mare. Quando ha deciso di accettare la candidatura a presidente della Figc, mai si sarebbe immaginato di dover governare una tempesta dietro l’altra. Eppure anche i suoi migliori amici lo avevano avvertito: “Ma che ci vai a fare in Federcalcio, hai già dimostrato di tutto e di più. Goditi la vita Giovanni”. Lui niente, si è girato dall’altra parte. Un amico fedele racconta di essere arrivato a litigarci per convincerlo. Niente da fare. Il richiamo dello Sport è stato più forte di tutto. Così eccolo in mezzo alla tormenta. Nuovi nemici e magari altro onore. Lui ci ha messo del suo, certo, ma quando il Coni gli ha bocciato la candidatura di Diana Bianchedi con un comunicato sinteticamente durissimo, il livello della contesa si è alzato ancora di più. È spuntato un nuovo nemico all’orizzonte. Un avversario che non si è nascosto, ma ha scritto chiaramente: “… sono stati prontamente attivati gli uffici preposti e gli organismi competenti al fine di valutare eventuali profili di opportunità, inconferibilità e incompatibilità, a tutela della Giunta Nazionale”. Ci sono tre parole che non ammettono interpretazioni: opportunità, inconferibilità e incompatibilità sono termini di una chiarezza e di una pesantezza uniche. Studiate ad hoc da chi conosce le carte e non vedeva l’ora di fischiare un fuorigioco dell’ex presidente del Coni, reo di aver promosso Diana Bianchedi, vice presidente vicario del Coni, a capo delegazione della Nazionale. Il tutto avvisando a tempo quasi scaduto il presidente Buonfiglio.
L’ente che ha governato per 12 anni, dal 19 febbraio 2013 al 26 giugno 2025. Gli si è rivoltato contro. Il suo successore, Luciano Buonfiglio, l’uomo che lui ha appoggiato e caldeggiato dopo aver aspettato fino all’ultimo una proroga, gli ha tolto ogni rete di protezione mentre lui faceva il trapezista tra Maldini, Guardiola, Pirlo e tutta la compagnia, fino alla scelta di Diana Bianchedi come capo delegazione della nazionale azzurra. Una scelta che Malagò ha giustamente definito “una rivoluzione culturale”. Ci vuole coraggio e quella tipica faccia tosta alla Malagò, per mettere una donna, pur dal curriculum inappuntabile come Diana Bianchedi, nel posto che in passato è stato occupato da Boniperti, Riva, Vialli o Buffon. Ma, d’altra parte, se in organigramma c’è già Ranieri un altro calciatore sarebbe forse stato ridondante. Non bisogna pensare che la Bianchedi vada a interpretare il ruolo come fecero Vialli & c. Non ha né lo spessore tecnico né le competenze calcistiche per entrare in uno spogliatoio. Ma ha altre doti, evidentemente. Se Malagò ha deciso di chiamarla in via Allegri, dopo averla già voluta con sé a Milano Cortina ed aver provato a lanciarla alla presidenza del Coni, un motivo ci sarà. Più che un’amica è una persona di cui si fida, come Luca Bergamini il nuovo capo dello staff, ex presidente della Divisione Calcio a 5 (Futsal) e suo storico compagno di squadra ai tempi del calcio a 5 romano, o come Alessandro Catapano il nuovo portavoce che comunque agirà sotto Roberto Coramusi uno che ha tenuto la barra sempre dritta con Tavecchio e Gravina, uno bravo insomma. “Se uno ha degli amici validi perché non lavorare con loro? “. Malagò non lo dice, ma crediamo che la sua difesa suonerebbe più o meno così.
“La scelta di Diana Bianchedi risponde a un’esigenza o, meglio, richiesta degli appassionati, della gente, degli italiani: il calcio non deve essere più percepito come una realtà a parte”, ha spiegato alla Gazzetta dello Sport. Peccato che a leggere i commenti postati sotto la notizia non sembra che la gente e gli appassionati abbiano apprezzato. Giovanni Malagò è diventato Maria De Filippi, conduttore di uno spin off romano di Amici. Lui che era abituato ad avere il popolo e soprattutto gli atleti dalla sua parte, si è trovato improvvisamente a navigare in territori sconosciuti. Tanto che ci è venuto il dubbio che abbia bisogno di sentire il rumore dei nemici per caricarsi. Una volta c’erano Giorgetti, Abodi e Binaghi. Che ci sono ancora, beninteso, ma ora non sono più soli. Alla compagnia si è aggiunto anche il suo successore che, prima parlando con il Corriere della Sera ha bocciato addirittura l’idea di un c.t. straniero (erano i giorni di Guardiola) e poi ha dato l’o.k. al comunicato dalle tre parole lapidarie. Intanto le altre componenti stanno a guardare. Si mormora che la Serie A non sarebbe contentissima delle ultime mosse, ma poi si viene a scoprire (lo ha detto Maldini ad Aldo Cazzullo) che nessuno gli avrebbe davvero suggerito Conte come c.t. Gli stessi calciatori avrebbero preso con un po’ di meraviglia la notizia della candidatura Banchedi al posto di uno di loro, ma poi avrebbero ricevuto le spiegazioni del caso.
Sono tutti in attesa delle prossime mosse. Ormai hanno capito che la parola “condivisione” con cui Malagò aveva presentato il suo progetto, è prontamente stata sostituita dal “qui comando io, qui decido io” che ha spesso accompagnato Giovanni Malagò nelle altre sue (vincenti) vite sportive. Dove forse era tutto meno complicato perché lui era al centro di grandi squadre e poteva occuparsi al meglio del suo lavoro. Oggi si sta ancora costruendo la squadra per poter lavorare in serenità. C’è un solo problema: se ai Giochi conquisti una medaglia in meno (cosa peraltro mai successa ultimamente) si scandalizzano in pochi. Se nel calcio la Nazionale perde una partita si rischia l’interrogazione parlamentare. Ma a Malagò il rumore dei nemici piace. In tanti dovranno farne i conti.