Varenne è stato un defibrillatore per il corpaccione morente dell'ippica. Ma non l'ha salvata

È stato il miglior trottatore della storia, "e la rovina per molti che sino a quel momento avevano continuato a vivacchiare sugli ippodromi", ci dice Raul Santini che attorno ai cavalli, nel bene e nel male, ha gravitato per una vita


19 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 14:18
Immagine di Varenne è stato un defibrillatore per il corpaccione morente dell'ippica. Ma non l'ha salvata

Foto Ansa

Varenne è stato un defibrillatore applicato al corpo dell'ippica. "Un corpo quasi del tutto morto, infatti pensionato Varenne, o meglio tutto il battage legato alle vittorie di Varenne, quel corpaccione che aveva provato a rianimarsi, e a volte aveva dato pure l'impressione di essersi riuscito, è collassato di nuovo. E questa volta definitivamente", dice al Foglio Raul Santini. Lui attorno all'ippica ci ha girato parecchio, cavalcandone oltre quarant'anni di storia iniziando dalla cura dei cavalli poi prendendo spesso la tangente di un mondo affascinante e complicato, assai poco lineare.
Raul Santini con i cavalli ci è cresciuto. Prima “sguattero in una hacienda a Santa Cruz de Mara (a nord di Maracaibo, Venezuela, nda) lì dove i miei nonni erano arrivati dalla bergamasca in cerca di fortuna”. E con i cavalli ci ha vissuto quasi una vita intera. Una vita come l'ippica, anch'essa assai poco lineare. “C'avevo la passione per i cavalli, anzi la malattia dei cavalli. Forse perché da piccolo rischiai di morire per una zecca. Fatto sta che feci il maniscalco, mi trovai su un sulky, vinsi un po' di gare. E dopo averle vinte ebbi l'idea, che è stata un colpo di fortuna pazzesca visto come è andata in Venezuela, di tornare in Italia. Andai a Milano, feci per un altro po' di anni il driver. Poi mi trasferii a Roma a fare l'allenatore di driver. Feci un po' di soldi, li investii in cavalli. Passai anni incredibili, soldi a palate, bella vita, poi fallii miseramente, mi misi a fare l'allibratore, mi ripresi, feci altri soldi a palate perché in quegli anni coi cavalli e soprattutto attorno ai cavalli si facevano i soldoni”, racconta.
Soldi che trottavano tra Tor di Valle e Capannelle. Erano i primissimi anni Settanta “e se eri furbo e ci sapevi fare, i cavalli erano una sorta di ascensore verso la ricchezza”. Vi ricordate “Febbre da cavallo”? “Tutta un'altra storia, perché il film arrivò che il sistema già scricchiolava. Gli sceneggiatori Alfredo Giannetti, Steno ed Enrico Vanzina parlano dei malati delle scommesse. Dall'altra parte c'erano quelli che ci sapevano fare, alcuni di questi si costruirono un patrimonio. Ma a volte, spesso, serviva averci pelo sullo stomaco”. Raul Santini dice di avercelo avuto. “Le scommesse o le subivi o le sfruttavi, io ho sempre avuto più paura di perdere che speranza di vincere, quindi non ho mai scommesso. Ma ero dentro quel giro, dall'altra parte della barricata. Ero dentro a tutti i giri in realtà, perché di cavalli ne capivo, ero cresciuto in mezzo a loro, sapevo fare tutto con loro, dal mettere i ferri al sistemargli i nervi e i muscoli fino a farli correre. Poi serviva un po' di fortuna e un nome tra quelli che avevano i capitali veri”.
Raul Santini racconta che la grande svolta fu per una macchina saltata in aria. Lavitola non si è inventato nulla. “Misi in giro la voce che erano stati i Marsigliesi. Erano gli anni nei quali i Marsigliesi avevano l'idea di prendersi Roma e io più volte avevo incontrato un paio di loro, ma per storie di cavalli, mica per altro. Fatto sta che la mia macchina bruciò, una Alfa Romeo Montreal coupé, una meraviglia d'auto. Feci intendere a tutti che erano stati loro. Non ho mai capito perché bruciò, ma certo non era un avvertimento o una roba del genere, tanto che l'Alfa mi rimborsò pure: problema tecnico dissero”. La voce però iniziò a girare. “E io mi feci un nome. E quando ti fai un nome in certi ambienti ci fai pure un sacco di soldi”. Non tutti puliti. “Finii anche al gabbio a causa dell'ippica”. Il motivo non lo vuole dire, ma c'entrano le scommesse. “Mi feci qualche mese a Regina Coeli, ma fu un bene perché mi iniziarono a trattare da vero romano e non da mezzo venezuelano e mezzo bergamasco. Insomma, avevo salito quei famigerati tre scalini...”.
Uscì da Regina Coeli che la crisi era già iniziata. “Andavi a Capannelle o a Tor di Valle, a San Siro o ad Agnano e ti veniva male. Tribune mezze vuote, gente con nel volto l'ombra dei fasti passati. L'ippica negli anni Novanta batteva gli ultimi colpi, sembrava al punto di collassare. Poi arrivò Varenne”.
Varenne è stato il miglior trottatore di tutti tempiÈ morto martedì 18 agosto a trentuno anni. Varenne riuscì a riaccendere la febbre dell'ippica a un paese intero. “E fu la rovina per molti che sino a quel momento avevano continuato a vivacchiare attorno a quel corpaccione sempre più molle e sempre più morto dell'ippica”, spiega Raul Santini. Che aggiunge: “Ci stavo cadendo anch'io. Ero pronto a reinvestire, dar via il maneggio per rifare una nuova squadra corse. Poi per fortuna mia moglie mi disse che non era il caso mandare a quel paese l'avvenire di mio figlio per provare a fare più soldi. Mi disse che la mia vita erano i cavalli, aver cura di loro. Che il mio cuore batteva per loro non per una macchina più bella o una villa. Decisi per una volta di ascoltarla. Continuo a ringraziarla. Capii allora che avevo perso il fiuto e la capacità di saperci fare”.
Quella di Varenne fu l'ultima èra dorata dell'ippica. “E per un pelo rischiai di finire dentro a due piedi nella voragine che Varenne lasciò. Certo l'ippica resiste, le corse sono ancora meravigliose, ma sono un'altra cosa rispetto a quelle di un tempo. Sopravvive. È animata da malinconia, un mondo che guarda al passato e non più al futuro. Tipo il ciclismo sino a qualche anno fa. Poi sono arrivati van der Poel, van Aert, Pogačar e compagnia e si è tornati a guardare al futuro. Ecco il futuro è sparito. Ora è morto anche Varenne e si continua a rimpiangere il passato”.
Altra cosa sono i cavalli. La distanza tra cavalli e ippica è sempre maggiore. “I maneggi ci sono, la gente li ama ancora i cavalli. Li compra, li accudisce, vuol bene loro. Si è dimenticata le corse. Forse non è del tutto un male”.