La volta che intervistarono Varenne alla Rai, quasi una canzone di Jannacci

L'unica leggenda dopo Ribot, un simbolo dello sport italiano nel mondo, un fuoriclasse come Fausto Coppi, Valentino Rossi o Jannik Sinner. Si può piangere per la morte del cavallo dei cavalli? Sì

18 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 16:31
Immagine di La volta che intervistarono Varenne alla Rai, quasi una canzone di Jannacci

Foto Ansa

Al telefono si sente che il mio pusher di storie di cavalli, uno che gira gioiosamente il mondo delirando tra tondini, binocoli e cappellini da cocktail, ha le lacrime agli occhi e quando deve descrivere il senso di Varenne per la pista mette giù un concetto che inchioda anche noi profani: “Non ho mai visto un cavallo vincere a Meadowlands partendo con due curve di fuori”. Frase che già di per sé è un capolavoro anche se non è chiarissima, ma che lascia intuire tutta la potenza immaginifica del cavallo dei cavalli, del trottatore di ogni tempo. Vinse, Varenne, anche quella volta lì a New York: la quantità di trofei conquistati in una carriera conferma la certezza che il Capitano fosse lo spot vivente per le scommesse sicure – anzi, come si dice ancora dalle parti di San Siro inteso come Ippodromo – per “le giocate da padre di famiglia”. Perché Varenne è stato, bontà sua, anche il cavallo più ricco della storia. “Una Ferrari”, per via della velocità mescolata alla bellezza e all’eleganza della corsa, “ma col cervello”: la definizione del suo storico driver, Giampaolo Minnucci, racchiude anche la responsabilità, tutt’altro che un mestiere semplice, di averlo accompagnato nella leggenda.
Varenne era nato per correre e ha traghettato l’ippica fuori dagli ippodromi, tanto da guadagnarsi una enorme, inconsapevole popolarità e anche una sfilza di onorificenze, tra cui spicca un tributo d’onore concesso da Giovanni Paolo II: effettivamente, per gli amanti dell’ippica, Varenne era una divinità a quattro zampe. L’unica leggenda dopo Ribot, un simbolo dello sport italiano nel mondo, un fuoriclasse come Fausto Coppi, Valentino Rossi o Jannik Sinner: 72 gare corse, 63 vinte, e i restanti 24 anni della sua vita a godere della fama generando oltre 5.000 puledri; cinque di loro diventati poi corridori, ma nessuno così veloce.
Chi scrive conserva un ricordo molto nitido di una visita assai buffa di un Varenne già pensionato sul luogo di lavoro, la Rai – la stessa che interrompeva le trasmissioni per mostrarne dal vivo le gare. La storica sede di Milano, corso Sempione. Primo pomeriggio di un giorno di dicembre, correva l’anno 2012 e faceva un freddo cane. Nel cortile sotto l’iconico antennone era parcheggiato un rimorchio, il selciato attraversato da un odore inconfondibile e da una montagna di deiezioni equine. Interrogo il signore addetto alle pulizie, che bofonchia: “E’ arrivato Varenne, lo ospitano per una intervista”. Risi e rimasi fulminato, sembrava uno sketch di Cochi e Renato e Beppe Viola. Passai il pomeriggio a pensare che cosa gli avrei domandato io, anche se la vera richiesta, dolce e stralunata, c’era già in una bellissima canzone che Enzo Jannacci gli dedicò: “Fermati un po’ e sorridi, Varenne”. Impossibile, troppo veloce anche lì.
E allora torno dal mio pusher ippico, perché intuisco il momento particolare; mi permetto, data l’antica confidenza, di far breccia nel suo cuore affondando con la domanda delle cento pistole. “Si può piangere, per un cavallo?” chiedo, specificando che mi riferisco anche a un cavallo in generale, non solo a quello su cui si sono scommessi invano casa e bottega. La risposta è il miglior epitaffio possibile: “Per un cavallo, no. Per Varenne, sì”.