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Franco Baresi secondo Gianni Rivera. Intervista
Addio al capitano che ha segnato un’epoca e non ha scritto soltanto la storia del Milan. Il ricordo dell'ex numero 10: “Sapeva indicare la strada ai compagni”
1 AGO 26

Gianni Rivera e Franco Baresi, i due grandi capitani del Milan. Baresi era nato l’8 maggio 1960 a Travagliato. In vita sua ha vestito soltanto due maglie: quella del Milan e quella della Nazionale (foto Getty)
Era il 23 aprile del 1978. A Verona, allo stadio Marcantonio Bentegodi, l’Hellas attendeva di giocare contro il Milan.
Quel giorno Nils Liedholm annunciò ai suoi uomini quello che già sapevano “Aldo (Maldera, nda) sta ancora male e quindi non giocherà. Fulvio (Collovati, nda) pure”. Lo sapevano tutti.
Quel giorno nessuno degli uomini che erano in quello spogliatoio però poteva sapere che qualcosa di eccezionale stava succedendo. Non lo potevano sapere nemmeno quando l’allenatore pronunciò la formazione titolare velocemente, tutta di un fiato: “Albertosi-Baresi-Bet-Boldini-Sabadini-Morini-Buriani-Capello-Bigon-Rivera-Tosetto”. Baresi? Tutti si aspettavano di sentire pronunciare Turone, non certo il cognome di quel ricciolino dalla faccia imberbe ma severa, che tutti chiamavano Piscinin e che fino a quel momento non si era mai nemmeno seduto in panchina.
Quel giorno però nello spogliatoio rossonero Nils Liedholm era entrato con addosso uno sguardo di sfida. Era ancora arrabbiato per la sconfitta contro l’Atalanta di una settimana prima che aveva fatto cadere la sua squadra dal secondo posto a pari merito al quarto. Partita nella quale la linea difensiva a tre dei rossoneri, quel giorno composta da Aldo Bet, Aldo Maldera e Maurizio Turone, diede del suo peggio. Maldera era fuori causa per un fastidio fisico, a Bet non si poteva rinunciare, pagò simbolicamente Turone, quel Turone lì, quello che passò alla storia del calcio italiano, qualche anno dopo e con un’altra maglia addosso, per un gol annullato, er go’ de Turone.
Quel giorno i circa trentamila spettatori che erano sugli spalti non potevano sapere che avrebbero visto un accenno del futuro rossonero, che si scoprirà quasi un decennio dopo felicissimo, in quello stadio a poco più di centocinquanta chilometri da San Siro.
Quel giorno dopo quattro minuti per il Milan assai complicati, Franco Baresi recuperò un pallone, avanzò di qualche metro, lo passò al capitano, Gianni Rivera.
Quel giorno Gianni Rivera non poteva sapere che quel ricciolino dalla faccia imberbe, ma severa avrebbe indossato al braccio per quindici anni la fascia da capitano che lui aveva tenuto per tredici. Però in parte aveva capito che quel giocatore che per un errore storico, ma lo si sarebbe scoperto solo in seguito, fu schierato come terzino destro, sarebbe diventato qualcuno. “Già dalla prima volta che fu aggregato alla prima squadra capimmo subito che era un bravissimo ragazzo, aveva diciotto anni. Era chiaro che aveva grandi doti. E le ha dimostrate per tutta la sua carriera”, ricorda Gianni Rivera al Foglio sportivo. “È stato davvero un grande, ha scritto una parte della storia del Milan. Peccato se ne sia andato così presto”. Franco Baresi è morto ieri, venerdì 31 luglio 2026. “Era una gran brava persona. Sapeva farsi voler bene e la gente gli ritornava quello che lui metteva a disposizione”. Una persona semplice, capace ancora di arrossire quando lo riconoscevano per strada, lo chiamavano Capitano o lo lodavano per il giocatore che è stato, perché “aveva un’umiltà genuina, non si autocelebrava, parlava con difficoltà di se stesso, però se gli chiedevano qualcosa rispondeva sempre con gentilezza”.
Entrò in punta di piedi nello spogliatoio, entrò chiedendo permesso, nonostante in società e non solo in società si anticipassero le magnifiche sorti di quel Franco Baresi. In campo invece entrò con il piglio giusto, già leader ancor prima di esserlo. “L’esordio di Baresi è stato più che positivo: l’emozione non lo ha mai tradito, è stato preciso negli interventi difensivi e puntuali negli inserimenti. Per lui, che è titolare della Nazionale juniores, i tecnici prevedono un avvenire più fulgido di quello del fratello che pure è diventato uno dei punti di forza dell’Inter”, scrisse Guido Lajolo il giorno dopo sul Corriere.
Quel giorno fu chiaro che quello che Gianni Rivera e compagni avevano intravisto in allenamento era davvero realtà. “All’epoca negli allenamenti si giocava sì, ma mai davvero, quindi era difficile capire la reale bravura di un giocatore. Vedevamo i movimenti, e lui sapeva marcare e giocare d’anticipo. Lo vedevamo passare e calciare e lui aveva anche ottime qualità tecniche. La reale bravura di un giocatore la scoprivamo la domenica e quella domenica capimmo che lui, pur essendo giovane poteva fare una grandissima carriera”, racconta. “Ha cominciato talmente presto che sembrava quasi impossibile potesse esordire a quell’età. Eppure sapevo che ce l’avrebbe fatta, a me era successa la stessa cosa diversi anni prima. Mi dissi: se è andato bene a me sarebbe andava bene anche per lui, nonostante il ruolo fosse completamente diverso e di maggiore responsabilità di quello del centrocampista”, spiega l’ex numero 10 rossonero.
Gianni Rivera è stato per tredici anni il capitano del Milan. Il giorno del suo addio al calcio, lasciò la fascia ad Alberto Bigon, che la cedette ad Aldo Maldera che la consegnò a Fulvio Collovati. Poi, nel 1982 questa cinse il braccio sinistro di Franco Baresi e lì rimase fine al termine della stagione 1996-1997, quella dell’ultima partita del Piscinin diventato per plebiscito semplicemente il Capitano.
Gianni Rivera sa cosa si prova a vestire quei colori, il rosso e il nero, e a portare quel pezzo di stoffa attorno al braccio. “Ti senti responsabile fin dal primo momento quando vesti quella maglia. Ti senti ancor più responsabile quando ti mettono la fascia di capitano. È in quel momento che devi dimostrare la tua responsabilità. Franco Baresi quella responsabilità la sentiva sempre, era connaturata in lui”. Anche per questo Franco Baresi è sempre stato una guida: “Essendo un ragazzo intelligente ed essendo capace di giocare a calcio per lui era facile insegnare la strada giusta ai compagni”.
Quando disse addio al calcio, il Milan ritirò la sua maglia, la numero 6. San Siro gli dedicò uno striscione gigantesco: “6 per sempre”. Eppure per tributargli la memoria che merita forse sarebbe il caso di rimetterla in campo quella maglia numero 6, giusto per renderla ancora il sogno di qualche giovane calciatore. Gianni Rivera ascolta con attenzione: “Andrebbe suggerito questo ai proprietari americani del Milan di adesso, io non sarei in grado di suggerirgli niente perché loro credo che capiscano poco di pallone”.
