Quell'ultimo gol di Baresi

A Padova, il 27 agosto del 1995, per qualche istante l'Euganeo si ammutolì. Aveva segnato il Capitano. Il racconto dell'ultimo gol del numero 6 del Milan

31 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 09:17
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Era il 27 agosto del 1995. Era mattina, faceva un caldo appiccicoso e stancante. Nell'aria di collina l'odore di erba cotta dal sole e il dolciastro dell'uva trasportata nei carri attaccati ai trattori che si mescolavano alla puzza che usciva da motori smarmittati.
Tra le migliaia di giorni che si perdono nella memoria, alcuni si fissano, non se ne vanno; tra gli innumerevoli ricordi che sfumano, tra i tanti che svaniscono, alcuni che restano lì, immobili, refrattari alla polvere. Tipo quel 27 agosto del 1995.
Quel giorno mi ero messo la maglia del Milan, quella bianca delle vittorie in Coppa dei Campioni. I miei genitori non vollero prendermi quella a strisce rossonere, dicevano che sembrava troppo una maglia da calcio. Non ho mai capito il significato di quella risposta. Era una maglia da calcio! Perché non doveva sembrare una maglia da calcio? Sono nato in una famiglia ben poco calciofila. A mio padre del calcio fregava niente, l'ha sempre detestato. Gli anni che sono passati da allora hanno solo acuito la sua posizione. All'epoca allo stadio c'ero andato solo una volta, a Udine, a vedere un'amichevole. Mi ci aveva portato il padre di un amico del mare, che era interista, ma si accollava volentieri un centinaio abbondante di chilometri per vedere l'Udinese nonostante giocasse in B.
Quel giorno mi ero messo la maglia del Milan, quella bianca delle vittorie in Coppa dei Campioni, perché il padre di un altro mio amico aveva avuto tre biglietti per Padova-Milan. Il signor G. era della Juventus, il mio amico e io del Milan, per i figli si fanno sacrifici incredibili. Se quel biglietto non fosse stato gratis quel giorno non mi sarei messo la maglia del Milan e non avrei aspettato un quarto d'ora fuori casa, tutto eccitato perché avrei finalmente visto la squadra per cui tenevo, perché per i miei genitori pagare per andare allo stadio erano soldi sprecati. Non gliene ho mai fatto una colpa, con il tempo ho capito il loro punto di vista, anche perché quando c'era da andare a vedere il ciclismo non mi hanno mai detto di no e anzi mio padre si studiava il percorso della tappa sulle carte stradali per incastrare due o tre passaggi dei corridori.
Ricordo lo stadio. L'Euganeo di Padova mi sembrava grandissimo e bellissimo. Ci sono rientrato qualche decennio dopo e ho sorriso per la mia ingenuità di allora. Ricordo l'ingresso in campo delle squadre e l'emozione per vedere uno vicino all'altro Dejan Savićević e Roberto Baggio, i giocatori che amavo di più – al Divin Codino volevo bene pure quando giocava per la Juventus, cosa che mi diede problemi con qualche compagnuccio milanista negli anni precedenti. Poi arrivò la partita, il gol di George Weah, il pareggio di Nicola Amoruso. I capelli lunghi e rossastri di Alexi Lalas. Le urla di Sebastiano Rossi. L'eleganza scricciola di Giuseppe Galderisi, che il padre del mio amico mi disse aver vinto con Juventus e Verona e a me non piacevano né la Juventus né il Verona.
Il primo tempo stava per finire e io e il mio amico già stavamo pregustando la Coca Cola che ci aveva promesso suo padre, quando Franco Baresi rubò palla a un avversario, iniziò a correre in avanti, la passò a un compagno e continuò a correre. Il compagno la passò a George Weah e Franco Baresi continua a correre e io e il mio amico ci guardammo come per dire, ma che diamine corre?
Franco Baresi continuava a correre.
Eravamo sciocchi e alle prime armi.
George Weah passò la palla al Capitano con un pallonetto. Il Capitano rallentò la corsa, la stoppò con il petto. Poi la addomesticò con la coscia. Fece un saltello. La calciò verso la porta con un piattone di quelli che vanno bene solo per fare un passaggio ai compagni. Segnò.
Io e il mio amico ci guardammo increduli. Attorno a noi ci fu qualche istante di silenzio. Un silenzio incredulo anch'esso. Era pieno di gente che si guardava con la bocca aperta e un sorriso enorme e denso di stupore. Poi ci fu un boato da crosta terrestre che si spezza.
Ci abbracciammo. Attorno a noi c'era un sacco di gente che si abbracciava. Capì allora che gli stadi sono soprattutto luoghi d'amore.
Franco Baresi aveva segnato un gol. L'uomo che meglio degli altri evitava i gol altrui, aveva segnato un gol. Roba da non crederci.
Non avevo mai visto segnare Franco Baresi. E sì che "90° minuto" lo guardavo ogni domenica. Non era mai accaduto. L'ultimo gol che aveva fatto prima di allora era datato 25 marzo 1990 e io il 25 marzo del 1990 del calcio sapevo poco o niente e se ne sapevo qualcosa non me lo ricordo.
Tutte le altre volte che sono andato allo stadio, che ho esultato per un gol non ho mai visto uno stupore del genere. Anche perché Franco Baresi non ha più segnato. Quello fu il suo ultimo gol.
Anni dopo, mentre pedalavo per Milano in attesa che un altro amico si liberasse per andare a cena, davanti a me incrociai Franco Baresi.
“Capitano!”, gli dissi con un tono della voce talmente sorpreso ed eccitato da risultare probabilmente sgradevole. Lui mi guardò con un filo di paura negli occhi e uno sguardo sorpreso e un filo imbarazzato. Mi scusai con lui per i modi. Mi rispose: “Non preoccuparti, è che non mi ci sono ancora abituato”.
“Ma come. Lei è il Capitano, come fa a non essersi abituato”.
Mi provò a spiegare che era sempre un po' imbarazzato quando lo riconoscevano. Gli raccontai di quel 27 agosto del 1995, di quanto mi rese felice. Sorrise. Disse che quel giorno se lo ricordava ancora anche lui, perché “erano anni che non segnavo, quando ho rivisto le immagini mi sono un po' imbarazzato, esultavo in modo goffo”.
Nei prossimi anni, ricorderò anche il 31 luglio del 2026, il giorno della morte di Franco Baresi, il giorno del terzo e definitivo addio del Capitano. La commozione è simile a quella del 1 giugno 1997, il giorno della sua ultima partita con la maglia del Milan, e del 28 ottobre 1997, il giorno della sua partita d'addio, della celebrazione del calciatore che fu.