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l'affaire Nazionale •
Il miracolo involontario di Pirlo: unire l’Italia (contro la sua candidatura)
La Nazionale non sarà affidata all'ex centrocampista di Milan e Juventus. I contatti con una società russa vicina al Cremlino, i dubbi sul curriculum da allenatore e il dibattito sul futuro della Nazionale hanno portato politici e tifoserie a discutere di merito, responsabilità e opportunità invece che di appartenenze calcistiche. Le dimissioni di Maldini

Andrea Pirlo (foto Ansa)
Forse Andrea Pirlo non ha fatto un miracolo, senz’altro ci è andato vicino. E per di più a sua insaputa, o quasi.
In un paese nel quale il pallone divide tutto per inezie e sciocchezze, Andrea Pirlo, sempre a sua insaputa, è riuscito a unire il mondo non solo pallonaro attorno a cose ben più importanti della Nazionale. Tenere dalla stessa parte Ignazio La Russa, Andrea Abodi, Pina Picierno, Carlo Calenda e Mauro Berruto è qualcosa di incredibile.
E fosse solo questo. Salvo rare eccezioni nelle quali qualcuno provava a mandare il pallone in tribuna per spezzare il gioco, si è assistito attorno al caso Pirlo a una discussione sull’opportunità o meno di prendere soldi da una società di scommesse russa che va a braccetto con Putin e sponsorizza eventi propagandistici per giustificare l’invasione dell’Ucraina. E’ stato addirittura sottolineato che tutto ciò può pure essere accettato – si è liberi giustamente di sottoscrivere contratti con chi si vuole, basta assumersi le responsabilità di ciò che si fa –, ma può diventare un problema se diventi il commissario tecnico di un paese che politicamente ha dato dimostrazione di stare con l’invaso e non con l’invasore. Un ragionamento che è riuscito a unire senza distinzione interisti, juventini, milanisti, romanisti, laziali, napoletani eccetera eccetera. Andrea Pirlo ha scritto che “la collaborazione oggetto delle polemiche nasce nell’ambito del mio percorso in Arabia Saudita ed è esclusivamente di natura commerciale e sportiva”. Fatto smentito direttamente dal club che allena. Ha aggiunto che “attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e non mi appartengono”. E su questo possono non esserci dubbi. Può però essere terreno per incomprensioni e incompatibilità.
Ha fatto addirittura rendere conto a un paese con una lunga storia corporativistica e clientelare alle spalle, che ancora spesso si ripropone, che per diventare ct della Nazionale sarebbe utile aver dimostrato di essere se non proprio un vincente, quanto meno un quasi vincente. O anche solo di essere sulla giusta via per vincere finalmente e non essere invece passato da un fallimento sportivo all’altro. Sempre però, sia chiaro, con quel meraviglioso e splendente allure di chi, ormai oltre un decennio fa, creava meraviglie nei campi di Serie A e Champions League, vedendo cose che noi umani non potevamo immaginarci.
E se non bastasse l’affaire, Andrea Pirlo è riuscito pure a mettere in difficoltà l’idea, sempre in voga in Italia, che l’uomo solo al comando, convinto di esser sceso in terra a miracol mostrare, può avere dei limiti e dei difetti e che non sempre è la soluzione a ogni problema. Giovanni Malagò ha creduto che affidarsi a un potenziale taumaturgo come Paolo Maldini potesse essere la via giusta da seguire per rifondare il sistema calcio che ha portato la Nazionale a non qualificarsi per tre Mondiali di fila. Una scelta dettata dal realismo di un bravo manager sportivo qual è, ma che si è scontrata subito con la volontà di rivoluzionare dall’alto e per imposizione un sistema che invece avrebbe bisogno di condivisione e presa di coscienza del baratro nel quale è caduto per cambiare davvero. Paolo Maldini ha comunicato le dimissioni. La rivoluzione è finita ancor prima di iniziare.
