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Il segreto del modello Spagna non è certo il tiki-taka
Non solo tecnica e metodologia. Si va dai “patios escolares” fino alla formazione capillare degli allenatori
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Foto Lapresse
La Coppa del mondo da poco conclusa ci consegna, per bocca di X e di un magistrale quanto illuminante tweet di David García, una grande verità: tutti, specie in Italia, vogliono copiare il modello calcistico spagnolo, ma nei fatti nessuno ha idea di quanto sia fondamentalmente noioso e faticoso (ma produttivo) il lavoro di formazione e sviluppo del talento che ne sta alla base.
C’è anche un’altra questione aperta. Di questo lavoro conosciamo una faccia visibile di cui ormai sappiamo tutto: la svolta olandese del Barcellona con Cruyff e i suoi effetti tecnici e culturali di lungo periodo; il privilegio accordato, in particolare dall’Europeo del 2008 in avanti, non alla selezione dei calciatori più atletici e rapidi, ma dei più intelligenti e dotati di tecnica; la centralità assegnata dai club professionistici alle proprie accademie giovanili e la cultura di lanciare i talenti più promettenti in prima squadra senza aspettare tardive maturazioni; la continuità tra Nazionali giovanili e Nazionale maggiore incarnata dal percorso di Luis De La Fuente. Della sua faccia meno visibile, ma altrettanto essenziale, sappiamo però qualcosa di sospeso tra il poco e il nulla, soprattutto in Italia.
È quindi utile analizzare questi aspetti “segreti” del modello calcistico spagnolo non tanto perché sia davvero possibile replicarli, ma per comprendere in profondità le ragioni di un’egemonia calcistica che ha raggiunto livelli ormai siderali, e che conferma il XXI secolo come l’età dei sistemi calcistici complessi, che riescono ad avere successo perché coinvolgono una complessità di fattori sia interni che esterni al sistema sportivo, di sistema-paese.
Ne vogliamo trattare tre, legati a dimensioni sociali, culturali e identitarie.
Partiamo dal primo. Il vero luogo di fondazione dei successi spagnoli ha un nome che in apparenza non evoca niente: patio escolar. Sono piastre di cemento all’aperto, come nell’Italia sportiva degli anni Settanta e Ottanta si usava per il pattinaggio a rotelle. Ogni istituto scolastico in Spagna ne ha obbligatoriamente uno, dedicato al gioco ricreativo nei vari momenti della giornata scolastica. Il calcio, anzi per meglio dire il futsal, visto lo spazio ridotto e le porticine immancabilmente presenti, ne è il grande e incontrastato protagonista. Qui, e non solo nelle scuole-calcio, passa la costruzione del rapporto con la palla, lo sviluppo delle decisioni rapide in spazi stretti e della scansione dello spazio che rende intelligenti, vale a dire i fattori-chiave dello stile calcistico spagnolo. Per produrre calciatori forti occorre armonia tra calcio informale e spontaneo (che non è solo la famigerata “strada”, e anzi la cosa più importante secondo gli studiosi del tema arriva ancora prima, ed è il rapporto costruito con la palla in casa tra i 2 e i 4 anni d’età) e calcio organizzato e supervisionato, e come abbiamo già scritto sul Foglio sportivo l’Italia ha quasi completamente perso il primo pezzo. Quante volte e per quante ore avranno toccato il pallone nel proprio patio escolar e nelle partitine quotidiane i Dani Olmo e i Rodri bambini, formando così le proprie abilità neuromotorie? A confermare, in chiave rovesciata, la centralità calcistica di questi spazi le recenti critiche mosse da vari esponenti della sinistra di Podemos in favore della loro “decalcistizzazione”, con il calcio accusato di poca inclusività verso i bambini non appassionati e verso le bambine.
Il secondo elemento è sfuggente nella sua essenza, anche se lo abbiamo visto al MetLife Stadium nei festeggiamenti post-partita, con le bandiere che cingevano i fianchi di molti calciatori. In molti casi non erano bandiere della Spagna, bensì delle varie comunità regionali di provenienza. La Spagna è un agglomerato di nazioni nella nazione, ma a livello calcistico la conflittualità identitaria sempre latente nella vita politica spagnola trova una sua particolare stabilizzazione positiva (per quanto non siano mancati scontri nei Paesi Baschi e in Navarra nella notte di domenica).
I successi della Nazionale rinfocolano, attraverso la provenienza territoriale e formativa dei calciatori, l’orgoglio catalano, gallego, basco, navarro, andaluso. Questo a sua volta alimenta ed è allo stesso tempo generato dai cospicui investimenti materiali e immateriali nei propri settori giovanili di club che da sempre si vivono come vere squadre nazionali e roccaforti identitarie, fattore che garantisce motivazioni extra per chi vi gioca e allena a ogni livello, e con un radicamento dei giocatori che si prolunga nelle prime squadre soprattutto per questo motivo, in barba a ogni logica di player trading. E attenzione a guardare tutto il quadro, non solo Barcellona o Athletic Bilbao, ma anche l’accoglienza di Oyarzabal alla Zubieta, il centro di allenamento della Real Sociedad, o il modo enfatico con cui il Celta Vigo ha celebrato il primo calciatore galiziano della storia a vincere un Mondiale, Borja Iglesias. Questi fattori geopolitici sono centrali per spiegare l’attuale forza calcistica (ma anche cestistica) spagnola, e sono ovviamente irreplicabili nella loro unicità storica.
Il terzo elemento è la formazione del capitale umano. Non solo i corsi federali per i tecnici, o l’offerta formativa sportiva del mondo universitario. Il buon Dio si nasconde nei dettagli, anche quello del pallone. In Italia sono ad esempio sconosciute le cosiddette enseñanzas deportivas, corsi di formazione su due livelli (1.000 + 750 ore di formazione) curati dalle comunità autonome che hanno il compito di preparare i tecnici di tutti gli sport (soprattutto quello di base), con il calcio che occupa una posizione di leadership. A tutti i livelli e in ogni ganglio del sistema il mondo calcistico spagnolo esibisce un livello di formazione del capitale umano di tecnici, istruttori e allenatori altissimo, che poi diventa dati, analisi, conoscenza scientifica. Il calcio contemporaneo è una grande macchina di sapere, e su questo in Italia abitiamo un pianeta molto distante. Rispetto all’Italia c’è poi un gap salariale a incidere.
