Economia
l'analisi •
Lezioni mondiali dai modelli di Spagna e Argentina
Due diverse politiche economiche, problemi analoghi. E Sánchez e Milei pensano già alla partita delle elezioni 2027

Foto Epa, via Ansa
Pedro Sánchez e Javier Milei non si sono incontrati al MetLife Stadium. Il primo ministro spagnolo ha deciso solo negli ultimi giorni di recarsi a New York per assistere alla partita di ieri, nonostante avesse in agenda un incontro istituzionale per oggi in Algeria; mentre il presidente argentino ha deciso di restare a Buenos Aires per scaramanzia: ha guardato la finale dalla Quinta de Olivos con la tuta della Ypf, la società petrolifera argentina, esattamente come aveva fatto in tutte le precedenti partite del Mondiale. E forse è meglio così, visti i rapporti ostili tra i due capi di governo. Due anni fa i rapporti diplomatici tra i due paesi avevano toccato uno dei punti più bassi dalla guerra d’indipendenza: Milei, invitato a un incontro politico in Spagna da Vox, il partito di estrema destra, aveva definito “corrotta” la moglie di Sánchez (ora rinviata a giudizio per traffico d’influenze) e il governo spagnolo aveva reagito con il ritiro dell’ambasciatore spagnolo a Buenos Aires. Ma nelle settimane precedenti diversi ministri del governo Sánchez avevano definito il presidente argentino sotto effetto di “sostanze”, “generatore di odio” e “autoritario”.
La finale di ieri è stata pertanto anche una sfida tra due leadership agli antipodi che sono diventate due punti di riferimento globali, uno per la destra e l’altro per la sinistra.
Madrid e Buenos Aires sono anche due modelli di successo sul piano della crescita economica. Entrambe registrano un aumento nettamente superiore a quello della rispettiva regione. La Spagna ha avuto una crescita del 2,8 per cento nel 2025 che, secondo le proiezioni del Fmi, sarà del 2,1 per cento quest’anno e dell’1,8 per cento nel 2027: un tasso che qualsiasi grande paese europeo si sogna. L’Argentina ha visto crescere il pil del 4,4 per cento nel 2025 e, sempre secondo il Fmi, il trend proseguirà con un +3,5 per cento quest’anno e un +4 per cento nel 2027: tre anni di fila di crescita sono un’eccezione per un paese che ha il record globale di anni passati in recessione (uno su tre negli ultimi 75 anni). Sia in Spagna che in Argentina si vota l’anno prossimo e con questi numeri, per entrambi i governi non dovrebbero esserci problemi di rielezione. Eppure sia Sánchez sia Milei hanno problemi di consenso per ragioni per certi versi analoghe. Da un lato la crescita economica che non ha ricadute diffuse sulla popolazione e dall’altro i casi di corruzione, che alimentano l’insoddisfazione degli elettori.
In Spagna, ad esempio, la crescita economica è più quantitativa che qualitativa: la torta cresce soprattutto per l’aumento degli occupati, a causa del forte flusso di immigrazione (soprattutto latinoamericana), ma le fette restano sostanzialmente uguali. Anzi, si riducono un pochino. Non solo i salari lordi sono stagnanti, ma quelli netti hanno perso potere d’acquisto per effetto del fiscal drag che il governo socialista non ha redistribuito. Per giunta, la forte crescita della popolazione dovuta all’immigrazione e anche al turismo ha messo pressione sul mercato immobiliare, facendo schizzare alle stelle i prezzi della casa che è la vera emergenza nazionale, soprattutto per i giovani. Inoltre, la crescita basata su settori come le energie rinnovabili, il turismo e i servizi a basso valore si è concentrata in poche aree geografiche, mostrando un’economia che va a due velocità: un’avanguardia di città e zone turistiche in espansione e il resto del paese che arranca.
Una dinamica per certi versi analoga, seppure in un contesto macroeconomico completamente diverso, è quello dell’Argentina. Milei è stato eletto con un mandato preciso: stroncare l’inflazione, in un paese dove i prezzi crescevano del 12 per cento in un mese e di oltre il 200 per cento in un anno. La terapia shock del governo è consistita, sul piano fiscale, nel taglio del 30 per cento della spesa pubblica per raggiungere immediatamente il pareggio di bilancio e bloccare la monetizzazione del deficit da parte della Banca centrale che era il motore dell’inflazione; sul piano delle riforme strutturali, nell’apertura dell’economia abbattendo la burocrazia e i dazi. Il cambio di regime macroeconomico prevede di puntare i settori su cui l’Argentina ha un vantaggio competitivo, come la produzione di energia, l’estrazione di materie prime e l’agricoltura, a discapito dell’industria protetta e sussidiata poco produttiva. Questa svolta ha permesso al paese di crescere, ridurre l’inflazione, riequilibrare i conti pubblici e la posizione con l’estero. Ma il problema è che i settori che crescono di più sono quelli che hanno meno addetti, mentre quelli che calano, come le costruzioni e l’industria tessile, sono ad alta intensità di occupati. Questo processo di trasformazione ha pertanto prodotto un deterioramento della qualità dell’occupazione, con molte persone che sono passate dal lavoro formale delle vecchie industrie protette a quello informale o delle piattaforme. Per giunta, anche nel caso argentino, la crescita a due velocità è disomogenea sul piano geografico: boom nelle regioni interne o della cordigliera, che sono però quelle meno popolate, crisi nella provincia di Buenos Aires che invece da sola rappresenta oltre un terzo della popolazione.
Ai problemi economici si aggiungono gli scandali giudiziari. In Spagna il governo è travolto da accuse di corruzione e familismo che hanno colpito i collaboratori più stretti e i familiari di Sánchez: suo fratello David è stato appena condannato per aver vinto un concorso truccato, sua moglie Begoña Gómez è stata appena rinviata a giudizio per aver approfittato del suo ruolo di First lady, il suo ex ministro e braccio destro José Luis Ábalos è stato appena condannato a 24 anni per corruzione, l’altro braccio destro ed ex segretario organizzativo del partito, Santos Cerdán, è stato arrestato per corruzione. E poi c’è Zapatero, padre nobile di Sánchez, accusato di traffico di influenze, a cui sono stati trovati nella cassaforte gioielli non dichiarati al fisco per 1,3 milioni di euro di cui non ha ancora saputo spiegare la provenienza.
Recentemente, a fine giugno, Milei ha punzecchiato Zapatero per la questione dei gioielli durante un evento in Spagna Ma proprio in quei giorni si stava consumando il capitolo finale di uno scandalo di corruzione che ha bruciato buona parte del capitale politico del governo argentino: l’indagine per arricchimento illecito ai danni del capo di gabinetto e portavoce del governo, Manuel Adorni, che ha giustificato le spese nettamente superiori alle sue entrate dicendo di aver trovato 500 mila euro di Bitcoin in una pen drive. Milei ha difeso a oltranza il suo amico-collaboratore, che però è stato costretto alle dimissioni dopo uno stillicidio di rivelazioni sul suo stile di vita che ha fatto precipitare i consensi del governo.
I sondaggi non sono molto favorevoli per entrambi. La situazione di Sánchez è più complicata, visto che tutte le rivelazioni danno una maggioranza schiacciante all’alleanza di centrodestra tra Pp e Vox. Più incerta la prospettiva di Milei, anche per la risalita nel gradimento degli ultimi mesi dopo un lungo periodo di caduta e soprattutto per la situazione disastrosa dell’opposizione peronista. Per entrambi la vittoria dei Mondiali era vista come un boost di popolarità per aumentare le chance di rielezione. I precedenti mostrano che non serve a molto. Pochi mesi dopo la vittoria della Spagna ai Mondiali del 2010 in Sud Africa, il governo Zapatero fu travolto dalla crisi economica e costretto a chiedere le elezioni anticipate, che nel 2011 si conclusero con una vittoria schiacciante del popolare Mariano Rajoy. Lo stesso per l’Argentina. Il trionfo in Qatar a dicembre 2022, 36 anni dopo Messico ’86, non servì a risollevare le sorti dell’impopolare governo di Alberto Fernández: otto mesi dopo, ad agosto 2023, l’outsider libertario Javier Milei vinse a sorpresa la Paso (primaria aperta, simultanea e obbligatoria) e poi a novembre il ballottaggio contro il peronismo. La gente non vota con la maglietta della Nazionale, ma con il portafoglio. Per Sánchez e Milei la partita delle elezioni del 2027 si giocherà su un altro campo, quello dell’economia.
Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
