Vittoria giuridica di Sánchez sull’amnistia, ma resta la crisi politica

Sánchez incassa due mezze vittorie: la moglie andrà a processo solo per due capi d’accusa, mentre la CGUE giudica compatibile con il diritto Ue l’amnistia per i leader catalani. Ma, a un anno dal voto, i problemi politici restano

16 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 17:19
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Madrid. Per Pedro Sánchez finalmente due mezze buone notizie che forse, però, non ne fanno una intera. Rispondendo all’ultimo ricorso possibile, un tribunale di Madrid ha stabilito che sua moglie, Begoña Gómez, dovrà andare a processo per due reati su quattro: traffico di influenze e peculato. Un terzo delitto viene accorpato e il quarto, corruzione fra privati, cade. Cadono anche le misure cautelari stabilite dall’arcigno giudice Juan Carlos Peinado, così Begoña Gómez potrà riavere il suo passaporto e tornare a viaggiare accanto al marito. Magari per andare a New York a vedere la finale dei Mondiali di domenica in cui la Spagna affronta l’Argentina.
L’altra mezza buona notizia è politicamente più notevole. La Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) si è pronunciata sulla legge di amnistia approvata nel 2024 per i secessionisti catalani che nel 2017 avevano organizzato un referendum per proclamare l’indipendenza della Catalogna. Alcuni di quei leader politici finirono in carcere, come Oriol Junqueras, ex vicepresidente della Generalitat catalana, mentre l’allora presidente, Carles Puigdemont, fuggì all’estero ed è ancora in Belgio, a Waterloo, città da cui guida il partito Junts per Catalunya.
Su richiesta di alcune associazioni, sia la Corte dei conti spagnola che l’Audiencia nacional (il tribunale centrale di Madrid) avevano sollevato questioni pregiudiziali a cui la CGUE ha ora risposto. In un caso si trattava di capire se amnistiare il reato di peculato (fondi pubblici per un referendum illegale) non fosse lesivo degli interessi finanziari dell’Ue, nell’altro se si potessero amnistiare coloro che rispondevano ad accuse di terrorismo.
La CGUE ha dichiarato che l’amnistia e la normativa comunitaria non sono incompatibili. Come ha ripetuto in un messaggio lo stesso presidente della Corte, il giudice belga Koen Lenaerts, l’amnistia è un valido strumento giuridico per attenuare i conflitti e le tensioni istituzionali. Parole riprese subito dal ministro della Giustizia spagnolo, Félix Bolaños, per rivendicare la politica di pacificazione portata avanti dal governo. Restano tuttavia aperte altre questioni tecniche e, soprattutto, la grande questione politica, che prima o poi dovrà riflettersi sul giudizio dell’elettorato.
Dal punto di vista tecnico, la sentenza della CGUE è una mossa decisiva, ma all’interno di una complessa partita a scacchi. Non a caso Junqueras (scarcerato per l’indulto, ma ancora interdetto dai pubblici uffici) si mostra cauto, definisce la sentenza “insufficiente” e ne chiede l’applicazione “senza indugi” da parte dei tribunali spagnoli. Puigdemont è più trionfalista, parla di “vittoria piena” e scalpita per rientrare in patria (sebbene abbia un’idea diversa di “patria”). Proprio lui aveva fatto ricorso alla Corte costituzionale, rimasta finora in attesa della decisione della CGUE. Ora, dicono gli esperti, la Corte costituzionale potrebbe imporre alla Corte suprema un’interpretazione diversa del delitto di peculato, tale da comportare l’amnistia anche per Puigdemont, ma la Corte suprema potrebbe a sua volta ripresentare una nuova questione pregiudiziale che bloccherebbe nuovamente tutto per altri lunghi mesi.
Ma il cuore politico ha ragioni che la ragione giuridica non conosce. E scadenze diverse. In Spagna si vota l’anno prossimo e Sánchez ha resistito a tutti gli scandali puntando ostinatamente alla fine naturale del mandato. Ha bisogno di voti per tenere in piedi la sua maggioranza sgangherata, che cuce insieme forze politiche molto diverse e da anni viene soprannominata “Frankenstein”, nomignolo che si potrebbe attribuire a qualche sprezzante oppositore e invece fu coniato da un socialista doc come Alfredo Rubalcaba (ex ministro nei governi di Felipe González e Zapatero, nonché loro successore alla guida del Psoe).
Il fatto è che fino a qualche anno fa nessuno immaginava fosse possibile fare concessioni agli autonomisti catalani dopo il grande salto che li aveva catapultati sul terreno del separatismo puro e senza alcun segno tangibile di ravvedimento. Nella campagna elettorale del 2019 Sánchez prometteva di portare il fuggiasco Puigdemont davanti alla giustizia. Nel 2021 ha varato l’indulto per i leader in carcere e nel ’24 l’amnistia, perché nel frattempo la sua maggioranza si reggeva sui voti di Junts, obbligando il governo ad andare a trattare col fuggiasco a Waterloo (perfetta sineddoche di una sconfitta). Un baratto che non risulta incompatibile con la normativa comunitaria, ma forse non fa onore all’alto valore civile di norme come indulto e amnistia.