L'Alpe d'Huez di Tadej Pogacar

Tadej Pogačar ha vinto in cima all'Alpe d'Huez ed è ora il corridore che ha messo meno tempo per salire i 13.800 metri di asfalto in salita all’8,1 per cento di pendenza media che portavano all'Alpe: trentacinque minuti e ventisette secondi, un minuto e tredici in meno di quelli che ci aveva impiegato Marco Pantani nel 1995

24 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 16:31
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Tadej Pogacar (foto Ap, via LaPresse)

C'erano quarantadue uomini alla ricerca di giorno da ricordare in un luogo che, quanto meno nel ciclismo, se la gioca con il Partenone, il Colosseo e pure l'Olimpo: l'Alpe d'Huez. Pedalavano tutti con lo sguardo fisso verso quel sogno incastonato tra le vette del massiccio delle Grandes Rousses, e la coda degli occhi verso il timore di vedere alle loro spalle spuntare il punto di giallo di quell'animale mitologico, mosso da una fame atavica e insaziabile. Perché anche i sognatori più arditi non riescono a ignorare davvero la realtà.
Per oltre cento chilometri questi quarantadue corridori, poi sempre meno, hanno accumulato minuti su minuti per rendere il più difficile possibile il recupero di quel corridore in giallo che sembra capace di ogni cosa, anche rendere possibile l'improbabile. C'è riuscito anche oggi. Tadej Pogačar ha reso ancora una volta possibile l'improbabile. In dodici chilometri ha recuperato tre minuti a chi aveva provato a illudersi che sarebbero potuti bastare. Non sono bastati.
Tadej Pogačar ha trasformato gli ultimi dodici chilometri dell'Alpe d'Huez nel gioco guardia e ladri. Lui era la guardia, tutti gli altri i ladri. Li ha presi tutti. Pure Richard Carapaz, Lenny Martinez e Sepp Kuss, corridori dalla testa dura e le gambe potenti, gente incapace a rassegnarsi alla legge del più forte, al potere assoluto di quel corridore che sembra incapace di correre con addosso la maglia della propria squadra, il UAE Team Emirates-XRG, ma la deve coprire con qualsiasi altra che danno ai corridori come premio per una vittoria.
Tadej Pogačar ha accelerato a dodici chilometri dall'arrivo. Qualche decina di metri sui pedali, poi un'incedere crudele, per gli altri, e impassibile seduto in punta di sella. Ha superato uno dopo l'altro chi aveva creduto che la volontà di tanti potesse battere quella di uno solo. L'Alpe d'Huez però è un richiamo irresistibile, è un serpentone che danza davanti a te, colorato di centinaia di migliaia di teste, di occhi, di sorrisi, di allez, di litri di birra, di allegria e che sosprira un prendimi, prova a prendermi. L'Alpe d'Huez è un canto delle sirene e non ci sono pali ai quali legarsi.
Tadej Pogačar quel canto lo ha sentito, lo ha inseguito, ha temuto per qualche istante di averlo perso, lo ha riafferrato per insistenza, nel punto dove la strada perde il fascino alpino per diventare cittadina.
Forse lo sloveno aveva sperato in una lunga solitudine, quella riservata ai migliori. Solitudine fino a un certo punto. Quando arriva il Tour de France, la strada che porta in cima all'Alpe d'Huez è un corpo vivo mosso da un fremito frenetico e gioioso, che per due giorni si agita in una festa che sembra non avere fine. E invece termina ogni volta nel momento di soddisfazione più intenso, al passaggio dei corridori della Grande Boucle
Con una squadra decimata dai malesseri si è dovuto accontentare di una rimonta. Non gli è andata male. Soprattutto perché Richard Carapaz, Lenny Martinez e Sepp Kuss hanno reso onore con scatti, contro-scatti, cattiveria agonistica alla magnificenza dell'Alpe d'Huez, non hanno fatto mancare nulla alle centinaia di migliaia di persone che avevano deciso mettersi a bordo strada per godersi dello spettacolo del Tour. Richard Carapaz era pure riuscito a liberarsi degli altri due, per circa un minuto aveva pure creduto possibile sentirsi addosso la gioia provata ieri a Orcières-Merlett.
Tadej Pogačar ha superato per primo la linea d'arrivo in cima all'Alpe d'Huez. Era partito da fondo valle con addosso la maglia gialla, è arrivato in cima con una maglia gialla di un colore ancor più intenso, una vittoria in più e la certezza di essere entrato nella memoria dell'Alpe d'Huez e quindi in quella del ciclismo: nessuno era mai stato così rapido a percorrere i 13.800 metri di asfalto in salita all’8,1 per cento di pendenza media che portavano all'Alpe. Ci ha impiegato trentacinque minuti e ventisette secondi, un minuto e tredici in meno di quelli che ci aveva impiegato Marco Pantani nel 1995 (ossia, trentasei minuti e quaranta secondi).