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Cosa rimane del Mondiale nordamericano negli Stati Uniti
In America hanno visto la finale del Mondiale in 66,4 milioni, soprattutto è riuscito a diventare un'abitudine quotidiana per moltissime persone. Anche perché la Coppa del mondo si era americanizzato

Foto Ap, via LaPresse
Quando è finita l’ultima partita del Mondiale quasi tutti gli stadi erano già stati smontati. Molti erano tornati a essere stadi di football, che negli Stati Uniti non è sinonimo di calcio, ma un altro sport. Vedere le immagini dei teatri di quasi tutte le partite (78 su 104) che perdevano ogni allestimento e anche il prato verde dava la sensazione del circo che smonta le tende, del luna park che carica le attrazioni in un furgone e va in un’altra città. Forse questo è stato il Mondiale per gli Stati Uniti: una gigantesca attrazione. Che, come tutte le gigantesche attrazioni all’americana, ha attratto un’enorme quantità di gente, ha catturato l’attenzione.
L’ultimo numero è: sessantasei milioni e quattrocentomila persone. Negli Stati Uniti hanno visto la finale del Mondiale in 66,4 milioni: 42,5 milioni su Fox, 23,9 milioni tra Telemundo e la sua componente streaming. Escludendo le partite della Nfl e gli eventi di cronaca, nessun programma televisivo americano raccoglieva un pubblico così grande dal 1998. Considerando soltanto lo sport, e lasciando fuori i Super Bowl, bisogna tornare alle Olimpiadi invernali del 1994. Numeri enormi, che valgono per l’intero periodo e non solo per le partite della nazionale americana, e che dicono che sì, il Mondiale ha sfondato negli Stati Uniti: è riuscito a diventare un’abitudine quotidiana. Per trentanove giorni c’era sempre una partita, spesso più di una, quasi sempre collocata in un orario favorevole al pubblico americano. Non bisognava alzarsi alle cinque del mattino, come accadrà per molti eventi giocati dall’altra parte del mondo. Era quasi per intero trasmesso su reti generaliste: acceso, disponibile, praticamente inevitabile.
Il punto è capire se ha sfondato il calcio, o cosa. Perché, per essere ricevuto pienamente dagli Stati Uniti, il Mondiale ha imparato a parlare americano. Durante gli intervalli c’erano i sorvoli degli aerei, le cheerleader, gli annunciatori da combattimento, i maxischermi giganteschi, le fan cam, i misuratori di decibel, gli uomini incaricati di chiedere al pubblico di fare rumore. C’erano la musica continua e le celebrità cercate dalle telecamere. C’era il tentativo di riempire qualsiasi secondo nel quale avrebbe potuto prodursi il silenzio e rendere il calcio intrattenimento.
C’erano soprattutto le pause. La Fifa ha imposto gli hydration break in tutte le partite, anche in stadi chiusi e climatizzati, trasformando di fatto i due tempi in quattro quarti. Ha aperto due nuovi spazi pubblicitari per le tv, ma ha anche creato per il pubblico la possibilità di fruire a dosi più piccole di uno sport mai troppo popolare: quarantacinque minuti tutto d’un fiato sarebbero stati troppi.
Poi è arrivata la finale, con l’intervallo trasformato in un halftime show di ventisette minuti. Non più una pausa tra il primo e il secondo tempo, ma un evento dentro l’evento. Il Mondiale ha chiesto agli americani di guardare il calcio. Ma per convincerli ha offerto loro qualcosa di già conosciuto: un Super Bowl lungo trentanove giorni, non a caso la metafora usata da Infantino all’inizio. Così il Mondiale non ha soltanto battuto i record televisivi. Ha superato i cinque miliardi di dollari tra biglietteria e hospitality. Per la prima volta queste entrate avrebbero avuto un valore superiore a quello dei diritti televisivi della competizione. Le previsioni complessive della Fifa per il ciclo sono salite da undici a quindici miliardi di dollari. Cercando nuovi tifosi ha trovato nuovi clienti, ma le due cose non per forza coincidono: il cliente compra il biglietto perché l’evento è eccezionale. Il tifoso torna quando l’evento non è eccezionale, quando la partita è alle sette e mezza del mattino, quando non c’è Messi, quando non canta Madonna.
Essere un paese capace di guardare una finale non significa diventare un paese calcistico, come quelli europei o sudamericani. E forse non si è “calcizzata” l’America. Si è “americanizzato” il calcio. Il Mondiale, infatti, ha conquistato gli americani senza chiedere loro di adattarsi completamente al calcio, ma chiedendo al calcio di adattarsi: ha preso le partite da novanta minuti e le ha divise in quattro, ha preso l’intervallo e lo ha allungato. Ancora: ha preso la premiazione e ha aggiunto gli anelli. Ha preso il pubblico e lo ha trasformato in una componente dello show. Ha preso il tifoso e lo ha trattato come un consumatore disposto a comprare qualunque cosa, perfino un pezzo d’erba sul quale, poche ore prima, era scivolato un calciatore. Non può durare, o comunque non è detto che duri, soprattutto se il calcio non diventa uno sport davvero popolare. E non bastano sessantasei milioni di americani davanti a una partita: bisogna vedere cosa resta adesso che il circo ha smontato le tende.