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La solitudine di Pogacar nella moltitudine dei Vosgi
Tadej Pogačar ha vinto la quattordicesima tappa del Tour de France 2026. Una tappa che ci ha concesso dallo spettacolo del Col du Haag, l'ardore di Richard Carapaz, la voglia di Jonas Vingegaard di essere protagonista, la testardaggine di Remco Evenepoel e il talento di Paul Seixas e Isaac Del Toro

Foto Ap, via LaPresse
Il Col du Haag non è la montagna più alta di Francia, non è la salita più celebre di Francia, non è nemmeno la più difficile e la più lunga, eppure per colpo d’occhio sembrava un luogo di festa ciclistico. Lo era. Ci pedalavano verso la cima i corridori del Tour de France 2026.
Era lecito stupirsi. Perché il Col du Haag non era nemmeno una strada fino al giugno del 2025, solo uno stradello abbandonato percorso soltanto da moto da cross, macchine da rally, fuoristrada, giovani coppie in camporella e avventurosi in gravel o mountain bike. E strada non lo è davvero ancora. Nel giugno del 2025 è diventata una ciclabile e dal 18 luglio 2026, oggi, è parte della geografia della Grande Boucle.
A decine di migliaia ne hanno affollato i clivi a bordo strada. Una festa degna delle più celebri e titolate salite alpine. Il Col du Haag però non è nelle Alpi ma nei Vosgi. Pochi, forse a nessuno, però ci ha fatto caso. Perché sul Col du Haag i corridori del Tour de France hanno dato del loro meglio. A partire da chi in questi anni rappresenta il meglio del ciclismo: Tadej Pogačar.
Sul Col du Haag, Tadej Pogačar ha attaccato, si è tolto di ruota tutti ancora una volta, ha pedalato nella solitudine come si confà ai più forti. Una solitudine assai poco solitaria e molto rumorosa, perché attorno a lui si è assistito a una festa eccezionale, una moltitudine di persone colorata e rumorosissima che si è data appuntamento lì senza nemmeno sapere dell’appuntamento, richiamati soltanto da quello spettacolo di biciclette ondeggianti e danzanti verso una cima.
Un pubblico del genere meritava la grazia dell’uomo solo al comando. Tadej Pogačar gliela ha concessa.
Una solitudine arrivata al termine di una tappa combattuta. Animata dalla indomita baldanza di Richard Carapaz, incapace anche oggi di darsi per vinto contro corridori con meno anni, più velocità in salita ma pari talento. L’ecuadoriano si era infuturato assieme a molti, era rimasto salita dopo salita assieme a pochi, si era trovato solo, prima di essere ripreso dai pochi che avevano potuto contare su eccelsi gregari per ritornare sui primi. Animata dalla voglia di dimostrare di essere il più forte di Jonas Vingegaard, testardo nella sua volontà di provare a sfidare quell’avversario che troppe volte lo ha staccato e lasciato ai suoi pensieri d’un tempo, ormai quasi remoto, nel quale rivaleggiavano ad armi pari. Animata dalla capacità di Remco Evenepoel di non demordere, di accettare la sua inferiorità in salita, dimostrando però di avere testa, gambe e convinzione da campione. La stessa che Isaac Del Toro sta iniziando a raffinare nel suo ondeggiare in salita tra piccole crisi e grandi recuperi. Animata dalla capacità di Paul Seixas di non sbagliare nulla, stare vicinissimo ai migliori degli ultimi anni, fare capire perché è lui la grandissima speranza della Francia di trovare finalmente un erede di Bernard Hinault.
Tadej Pogačar si è liberato di tutto questo. Salendo verso la cima del Col du Haag ha stretto i denti pure lui, pure lui ha fatto intravedere una piccola sofferenza talmente umana che quasi ci ha stupito. A Le Markstein è arrivato solo, perché uno come lui non può far altro che arrivare solo. Tadej Pogačar ha vinto, perché dopo una salita del genere, animata da una passione enorme, non può che vincere il più forte.
