Il ritorno dei Vosgi nei pensieri del Tour de France e dei ciclisti

La maggior parte dei sogni ciclistici di chi non sa stare senza bicicletta sono contenuti nelle Alpi, molti raggiungono i Pirenei. Vosgi e prealpi francesi sono a lungo stati periferia ciclistica nonostante siano state le prime montagne entrate nella geografia della Grande Boucle. Qualcosa è cambiato però
Immagine di Il ritorno dei Vosgi nei pensieri del Tour de France e dei ciclisti

Il Tour de France sulle strade dei Vosgi nel 2023 (foto Ap, via LaPresse)

Ci sono montagne che sono un richiamo universale al sogno, mete che chiunque si sia mai seduto su un sellino e abbia spinto i pedali per godersi ciò che c’è di più bello nella bicicletta, pedalare, ha sognato di percorrere per raggiungere la cima almeno un migliaio di volte in vita. Sono strade montane lontane da ogni cosa, che a volte mettono in comunicazione piccole realtà dimenticate dagli uomini, ma non da Dio, i passi, che a volte conducono a poche abitazioni o al niente, ma è un niente colmo di fascino. Sono nomi ogni tanto misteriosi, a volte cupi, altre volte irridenti o ecclesiastici: passo dello Stelvio, Passo del Mortirolo, Col du Tourmalet, Col de la Croix-de-Fer, Col de la Bonnette, Mont Ventoux, Col du Galibier, Colle dell’Agnello, Col de la Madeleine (lista senza la pretesa di esaustività, anzi consapevolmente piena di lacune, ma tant’è, nda). Luoghi che attraggono a sé migliaia di donne e uomini in bicicletta ogni anno.
La maggior parte dei sogni ciclistici di chi non sa stare senza bicicletta sono contenuti nelle Alpi. Molti raggiungono i Pirenei, qualcuno si addentra tra le catene montuose spagnole o tra gli Appennini. Quasi mai si spingono tra le alture dei Vosgi o in quella dello Jura e sfiorano appena le Prealpi e i massicci che sarebbero quasi alpini per geografia e orografia, ma non per identità ciclistica. Eppure è proprio lì, tra Vosgi e prealpi che è iniziato il viaggio montano, ancora non concluso, del Tour de France e quindi di tutto il ciclismo.
Il Ballon d’Alsace è stata la prima lunga salita che Henri Desgrange introdusse nel percorso della Grande Boucle. Era il 15 luglio del 1905, terza tappa della terza edizione della corsa francese. Il Ballon d’Alsace ha animato ieri la tredicesima tappa della centotredicesima edizione del Tour de France, animerà oggi anche la quattordicesima frazione, quella che offrirà parte del meglio che i Vosgi hanno da offrire.
Per decenni questo massiccio è stato periferia del ciclismo professionistico e dei sogni ciclistici degli appassionati. Qualcosa, anzi molto, però è cambiato. I Vosgi sono montagne democratiche, non troppo dure, non troppo alte, parecchio boscose, quindi capaci di non cuocere testa, corpo e divertimento di chi va in bici per passione e non per inseguire una vittoria, soprattutto per la stessa ragione del viaggio, viaggiare. Per questo hanno iniziato a essere un richiamo per chi di competere contro qualcuno o qualcosa – tipo quella brutta parola che è il Kom, King of the mountain, nuova religione ciclistica per qualche wannabe professionista – non ha il minimo interesse.
“Sono nato a Niedermorschwihr, sono mezzo tedesco e mezzo francese come tutti qui, vengo da una famiglia che da tre generazioni si divide tra vigne e botti, cucine e letti da rifare in una piccola pensione. Spesso non molti letti da rifare. Almeno fino a cinque anni fa”, racconta al Foglio sportivo Thibaut Kellin. Nei dintorni di Niedermorschwihr, Thibaut Kellin produce un ottimo Riesling e un delizioso Pinot noir, da cinque anni accoglie anche “un numero sempre maggiore di cicloturisti. I Vosgi stanno diventando una meta apprezzatissima per chi vuole viaggiare in bicicletta. Rispetto al periodo pre Covid, gli arrivi alla pensione sono decuplicati nel periodo estivo, sono aumentati del 400 per cento in primavera e autunno. Nel 2025 non ho mai avuto un giorno senza almeno un ospite, cosa che capitava invece prima, soprattutto fino al 2015-2016. In quel periodo abbiamo visto il primo aumento di cicloturisti. Ora questo incremento è vertiginoso”, racconta.
Una storia simile a quella di Luca Tallot, anche lui vignaiolo e gestore di una pensione sulla strada che porta verso il Plateau de Solaison, non Vosgi, prealpi. Lì dove termina domani la quindicesima tappa del Tour de France. “Pedalo per passione da praticamente quando ho ricordi. In quarantacinque anni di vita ne avrò passati quarantatré in sella. Sono arrivato in cima pedalando a tutte le grandi cime della Alpi francesi, buona parte di quelle piemontesi, la terra di mia madre, e qualcuna pirenaica. La mia voglia di bicicletta mi portava sempre lontano da Bonneville e dal Plateau de Solaison, salita che vedevo come un’alta estensione di casa mia. Ho scoperto da meno di una decina di anni che per molte persone l’altrove che io cercavo tra le alte cime alpine, era il Plateau e le prealpi del Massif des Bornes”, racconta.
Perché per pedalare il nome conta, l’altitudine è un richiamo, ma spesso l’accoglienza di una montagna meno vertiginosa può aiutare a non sentirsi respinti. “E se è così, se il Plateau de Solaison è diventato una meta ciclistica è anche grazie al ciclismo e al Critérium du Dauphiné (ora Tour Auvergne-Rhône-Alpes, nda) che nel 2017 fece scoprire questa salita al grande pubblico. Poi la bicicletta ha fatto tutto il resto”. Perché la bicicletta fa sempre tutto, ci ricorda che pedalare è qualcosa di meraviglioso, qualcosa a cui non possiamo rinunciare.