Lo strano Mondiale dei portieri, ultimi eroi fuori copione

La ribalta di Vozinha e Eloy Room e chi, come Mory Diaw e Fernando Muslera, è passato in un attimo da idolo delle folle a condannato per una papera 

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Eloy Room in azione contro l'Ecuador (Foto Getty)

Il portiere è un mestiere ingrato: il confine tra santo e capro espiatorio è sempre sottilissimo e regala storie indimenticabili. Questo articolo non può prevedere l’esito di Capo Verde-Argentina, ma può ancorarsi a una previsione: non ci scorderemo di Josimar José Évora Dias, in arte Vozinha, anche se, quando leggerete queste righe, dovesse essere stato sommerso di gol da Messi e compagni. Sarebbe un esito prevedibile. L’imprevisto invece sta nell’essere diventato la favola più bella dei Mondiali. Non è un caso che ce la regali proprio lui, un portiere: pazzi, solitari o iper-razionali, non sono ammesse mezze misure nell’approccio al ruolo che ispirò Albert Camus. “Tutto quello che conosco della vita”, sentenziava negli anni in cui frequentava pali e aree piccole in Algeria, “l’ho imparato dal calcio”. E chissà come avrebbe descritto la polvere di un’infanzia segnata dal bullismo, il dentista come secondo mestiere perché di solo pallone non si vive, quel soprannome – vecchina - omaggio a una nonna-ombrello che riparava dalle cattiverie, il destino da underdog sigillato da parate e milioni di follower. Ogni romantico del calcio, e non è retorica, ha tifato Capo Verde almeno per un minuto. E ogni romantico (e basta) si è commosso vedendo la mamma Ana, in tribuna, danze e una bandierina per sostenere il suo ragazzone che, a quarant’anni suonati, è stato in grado di prendersi il mondo. Obiettivo condiviso e raggiunto da Eloy Room: difendere la porta di Curaçao non è mai un gioco da ragazzi anche se per lui, ex operaio e soprannominato Il Santo, nulla è davvero impossibile. Si è portato a casa il record di parate nei 90 minuti (15, un lavoraccio), il primo punto della sua Nazionale ai Mondiali e anche una promessa: una statua, da vivo, perché certe emozioni rimangono indelebili; restiamo in attesa di conoscere il progetto dello scultore, perché immaginare Room fermo e in posa ci risulta complicato.
Ma è altrettanto lungo l’elenco dei portieri nella polvere. Tra gli altri, Fernando Muslera, ex Lazio. Viso da eterno ragazzino, dimostra i suoi quarant’anni solo nei riflessi un po’ annebbiati. Nel capolinea dell’Uruguay del romanticissimo Bielsa resta la fotografia della sua papera, decisiva, contro la Spagna. Uno choc che gli ha impedito il rientro in campo e che gli è costato il soprannome – diversamente cortese – di El Dinosaurio. Può consolarsi con un numero: 137 presenze con la Celeste, una in più del mostro sacro Cavani e dietro solo a Godín e Luis Suárez. Muslera non è il solo estremo difensore a riempire un taccuino di rimpianti. Gli ultimissimi: lo sciagurato Mory Diaw che buca l’uscita e consente al Belgio di trovare un pareggio – e poi una vittoria – diventati quasi irraggiungibili. Nel novero non mancano tutti i portieri che hanno difeso la porta tunisina, la più bucata del Mundial; e poi Luca Zidane, che sognava di omaggiare la terra dei nonni con prestazioni degne del papà Zinedine: l’Algeria ha strappato i sedicesimi da terza, ma per lui più delusioni che gloria. E Kim Seung-gyu, numero uno sudcoreano, ha grosse responsabilità nel pasticciaccio col Messico (uscita improvvida, gol subito a porta vuota) che ha spinto la sua Nazionale verso l’eliminazione – poi sancita dal Sudafrica – e verso le conseguenti dimissioni del ct Hong Myung-bo. Un flop che ha scatenato feroci critiche dal presidente della Repubblica e incendiato infinite polemiche. Il viso dell’allenatore viene oscurato nei tg, alla stregua di un criminale. Una sorta di damnatio memoriae, conto terzi, per l’errore del suo portiere: nemmeno nell’Italia dei sessanta milioni di allenatori si era arrivati a tanta acrimonia.
Stefano Sorrentino può contare 451 presenze nei massimi campionati di Italia, Grecia e Spagna; ha difeso le porte di squadre attrezzate per vendere cara la pelle, la personalità abbinata quasi sempre alla fascia da capitano. Un prodotto perfetto della scuola italiana dei portieri, da sempre tra le migliori.
Inviato per la Rai ai Mondiali, non ha dubbi. “Sarebbe stato bello giocare questa Coppa del mondo perché i portieri sono sempre sollecitati. Più tiri, più occasioni, più parate: maggiori rischi ma anche molto divertimento”, riflette al telefono dagli States, prima di commentare una partita con Tiziana Alla. “La storia più bella? Orlando Gill, il paraguaiano che ha fermato la Germania. Pochi anni fa era sul lastrico per pagare le spese mediche al figlio, oggi è un eroe nazionale. Poche parole, tantissimi fatti”. Ma chi è il più forte del torneo? “Continuo a preferire la qualità dei portieri più maturi: Alisson e Courtois su tutti. Il vero rammarico è non vedere in campo Gigio Donnarumma, per me è il migliore del mondo”. Sulla classica dicotomia tra portieri di ghiaccio e funamboli un po’ pazzi, il trend del Mundial va in una direzione chiara. “Mi sembra il momento degli estrosi, mi è piaciuto tanto il giapponese Suzuki, del Parma, che non lesina grandi voli tra i pali. Non c’è sensazione più bella, il pubblico si innamora del calcio anche attraverso questi gesti”. C’è da credergli: Sorrentino resta nella memoria collettiva per aver parato un rigore a Cristiano Ronaldo, talmente forte da sembrare più abituato a occuparsi direttamente dell’esultanza prima ancora di aver segnato.
Giovani o vicini al ritiro, predestinati o sorprese, salvatori della patria o sciagurati nella costruzione dal basso, caduti alla difesa ultima vana (l’olandese Vertbruggen e il congolese Mpasi sono stati l’ultimo baluardo delle rispettive Nazionali), tutti i portieri di questi Mondiali possono ritrovarsi in una vicenda esemplare. Guillermo Ochoa, per tutti Memo – semplicemente Mimmo – preferisce il passaporto alla carta d’identità. Infinite geografie, porte difese in ogni angolo del mondo, Salerno inclusa. E pazienza se quel numerino sugli anni – quarantuno, da compiere a giorni – rischia di indicare più strada alle spalle che davanti agli occhi. Globetrotter, ma anche propheta in patria, il Memo, amatissimo dalla sua gente. Alto poco più di un metro e ottanta, non un gigante ma – alla bisogna – una saracinesca impenetrabile: reattivo, spettacolare, nell’immaginario si ritaglia anche la leggenda metropolitana – per via di un guanto particolare – di una mano con sei dita; qualcuno azzarda addirittura sette: tutta materia buona per la mitologia. E così, quando tutto l’Azteca – ma in fondo anche il resto del Messico – ha invocato il suo nome, “Memo, Memo”, la sfida con la Repubblica Ceca già in cassaforte, la passerella finale è stata più di un tributo. È diventata un rito collettivo. Prima un bacio al palo, l’alleato di mille battaglie. Poi, un finale di gara senza patemi, per osservare i suoi compagni – amici, fratelli minori – trasformarsi in una delle sorprese del torneo. Può chiudere felice, Ochoa. Sesto mondiale, 154 presenze, ma c’è qualcosa che vale più dei numeri. È l’amore eterno dei tifosi. Quelli abituati a vederlo difendere i suoi e i sogni di un popolo. A fine gara, tutta la squadra lo ha portato in trionfo, poi i compagni lo hanno lanciato affettuosamente in aria. Un volo così naturale sotto un cielo, anzi un cielito che più lindo non si può. “Ahi, ahi, ahi, ahi: canta e non piangere”, suggerisce il verso più famoso della canzone. Un assist perfetto: ciglia asciutte e pedalare, sorrisi e inchini, il Memo che è un Mimmo non qualunque, nella notte più dolce. A conferma che i portieri restano una miniera inesauribile di storie.