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Mondiali 2026 •
Capo Verde, la Fiorentina e l’Argentina di Batistuta
La partita tra Argentina e Capo Verde non è solo un inedito scontro dei sedicesimi di finale, ma una storia con la Fiorentina al centro. Nell'arcipelago africano, infatti, esistono due squadre che portano il nome della squadra viola. Tutto cominciò negli anni Novanta, quando Gabriel Batistuta trasformò Firenze in un luogo dell'immaginario anche per chi viveva in mezzo all'Atlantico

Gabriel Omar Batistuta con la maglia dell'Argentina (foto LaPresse)
C'è un modo curioso di misurare quanto una squadra di calcio abbia inciso nell'immaginario collettivo. Non guardare le bacheche, ma la geografia. Per esempio scoprire che, a quasi quattromila chilometri da Firenze, in mezzo all'Atlantico, esistono due società che si chiamano Fiorentina. Una gioca a Porto Novo, sull'isola di Santo Antão. L'altra a Praia, capitale di Capo Verde. Nessun rapporto societario, naturalmente. Solo una passione nata molto prima che il calcio diventasse un'industria globale.
Batistuta nella storia di Argentina e Capo Verde
La storia riaffiora proprio mentre Capo Verde si prepara ad affrontare l'Argentina. Un incontro che difficilmente era ipotizzabile ai Mondiali e che, per una di quelle coincidenze che il calcio coltiva meglio di qualsiasi romanziere, tutto sembra riportare allo stesso uomo: Gabriel Batistuta.
Negli anni Novanta la Serie A era forse il campionato più visto del pianeta. Un’esagerazione, ma non troppo. Le partite arrivavano ovunque, anche sulle isole di Capo Verde, dove un gruppo di ragazzi rimase folgorato dalla Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Nel 1994 così decisero di fondare una squadra senza abusare della fantasia: nacque così quello che oggi è il Grupo Desportivo Recreativo e Cultural Fiorentina, adottandone anche i colori. Non fu un'operazione di marketing né un vezzo esotico. Era il modo più semplice per dire da che parte stavano.
È questo il dettaglio che rende la vicenda interessante. Capo Verde non ha importato soltanto una maglia, ha adottato un pezzo di calcio italiano. Da allora il viola è rimasto dentro il paesaggio sportivo dell'arcipelago, fino a diventare una tradizione locale. Oggi la Fiorentina di Porto Novo continua a giocare nel campionato isolano, mentre un'altra omonima (Fiorentina Calabaceira) è nata a Praia. Non capita così spesso, nell’era postcoloniale, che un club europeo possa trovare una seconda casa così lontano dalla propria.
L’imprevedibile follia del calcio anni Novanta
In fondo non dovrebbe sorprendere. Prima che arrivassero gli algoritmi a suggerire cosa guardare, il tifo viaggiava seguendo traiettorie imprevedibili: bastavano una partita vista in televisione, un centravanti capace di segnare in ogni modo e una maglia diversa dalle altre. Il resto lo faceva la fantasia. Non c’erano i social per condividere le proprie passioni, ma Batistuta aveva tutto questo: i gol e quell'aria da eroe che trasformava una semplice domenica di campionato in qualcosa di memorabile.
Per questo la Fiorentina attecchì proprio allora. Non era soltanto una squadra italiana, ma il simbolo di un calcio che riusciva ancora a farsi ricordare senza bisogno di vincere tutto. A Firenze quegli anni sono rimasti nel cuore dei tifosi. A Capo Verde sono diventati addirittura una tradizione.
Una sfida nel nome del calcio universale
La partita con l'Argentina aggiunge un ultimo dettaglio alla storia. Da una parte c'è il paese che ha dato i natali a Batistuta. Dall'altra una nazionale che, indirettamente, gli deve un pezzo della propria geografia calcistica. Non cambierà il risultato della partita, naturalmente, ma offre un modo diverso di guardarla.
Si dice spesso che il calcio sia un linguaggio universale. Di solito è una frase fatta. Questa volta, però, basta osservare una cartina geografica per darle un senso concreto. La maglia viola è nata a Firenze, ha attraversato l'oceano ed è diventata identità in un arcipelago africano. Senza campagne pubblicitarie e senza strategie commerciali. Solo perché, in un pomeriggio degli anni Novanta, un argentino segnava reti che sembravano impossibili e qualcuno, dall'altra parte del mare, decise che quella sarebbe diventata anche la sua squadra.