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Mondiali 2026 •
Solo Kane poteva tirare fuori l'Inghilterra dall’ignominia contro il Congo
La Nazionale inglese ha battuto la selezione della Repubblica Democratica del Congo grazie a una doppietta del centravanti che ha per ha così azzittito chi già si preparava a spiegarci che “il mondo è capovolto” e a questo Mondiale le piccole stanno scrivendo la storia del calcio

Foto Ap, via LaPresse
È finito il mese del Pride, ma avrei voluto baciare Harry Kane, capitano coraggioso che ci ha tirati fuori dal pozzo dell’ignominia dopo che l’ex colonia belga aveva infilato un Pickford più insicuro di me quando devo ordinare l’acqua al ristorante e ci aveva umiliati per gran parte del primo tempo. Io avevo ovviamente già iniziato a bere e fumare, e un follower simpatico su X mi aveva assicurato che l’Inghilterra l’avrebbe “sfangata nel secondo tempo. Come Carletto”. Grazie a Dio che salva il Re abbiamo giocato molto meglio del Brasile, però, con un panterone Bellingham fermato solo dalla giornata di grazia del portiere africano.
La Repubblica Democratica del Congo, nonostante i pigiami indossati, non ha dormito affatto, solo che dopo un po’ si è ricordata che la sua vocazione era difensiva e ha iniziato a chiudersi. Fino all’1-1 di san Kane il loro portiere ha parato anche le bestemmie dei tifosi sugli spalti, e il 2-1 ficcato sotto all’incrocio dal capitano è stata la giusta punizione per chi già si preparava a spiegarci che “il mondo è capovolto” e a questo Mondiale le piccole stanno scrivendo la storia del calcio eccetera eccetera. Che poi, signori, volete mettere la narrazione di un Congo pieno di giocatori “europei” agli ottavi rispetto all’ennesima illusione dell’Inghilterra che gioca ogni Coppa del mondo come se fosse un referendum sul trauma del 1966, ed è pronta a giurare che questa è la generazione giusta, quella che spezzerà la maledizione?
Adesso ci tocca il Messico, e non fatemi dire cose di cui poi mi pentirò.
Giovedì intanto gioca la Spagna, e sarà l’effetto della sbronza post vittoria dei Tre Leoni, ma voglio brindare per una volta a Lamine Yamal. Sia chiaro, continuo a considerarlo il pagliaccio di punta di una squadra di pagliacci, il Barcellona, ma non posso non simpatizzare per lui quando evita le stronzate sul calcio che dovrebbe unire e le tirate contro l’hate speech e dice: “Io vivo benissimo con i fischi, non voglio essere applaudito in ogni stadio. Amo questo aspetto del calcio”.
Evviva Yamal, che evidentemente ha qualche neurone in più dei suoi colleghi uruguaiani, appena sputtanati dal “Loco” Bielsa: il guru che piace ai Lele Adani di ogni latitudine ne ha detta una giusta (sì, qui è l’alcol a farmi parlare) quando si è lamentato del fatto che durante il Mondiale non riusciva a parlare per più di dieci minuti ai suoi giocatori perché non doveva “sovraccaricare la loro attenzione”. Discorsi brevi e in giorni separati, o i ragazzi sarebbero andati nel pallone per “eccesso di informazioni”. Follia, anche se forse anche io non avrei retto più di cinque minuti le cazzate populiste dell’allenatore più sopravvalutato della storia.