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I Mondiali tra gol e letteratura
I Mondiali sono iniziati, a noi italiani ci resta la letteratura. Buoni motivi per leggere "Undici secondi" di Carlos Aletto e "I mondiali immaginari" di Angelo Carotenuto
13 GIU 26

I Mondiali di calcio sono iniziati e a noi italiani, come da dodici anni a questa parte, non restano che la fantasia, le partite altrui o la consolazione della lettura. Se il calcio è la religione laica del Novecento, i suoi testi sacri non sono soltanto le cronache o le biografie dei campioni, ma i romanzi. Perché il romanzo, più di ogni altro genere, consente di fare ciò che il calcio fa da sempre: piegare il tempo. È esattamente quello che accade in due libri diversi, eppure sorprendentemente vicini: Carlos Aletto, "Undici secondi" (Minerva, 2026) e Angelo Carotenuto, "I mondiali immaginari" (Sellerio, 2026). Il primo nasce dall’azione più celebre della storia del calcio, il secondo dal dibattito più antico tra tifosi. Quanto impiegò Maradona a segnare il gol del secolo contro l’Inghilterra? Undici secondi. Chi vincerebbe tra l’Olanda del 1974 e l’Italia del 1994? Nessuno lo saprà mai. Eppure, entrambi i libri decidono di abitare proprio quel territorio dove la realtà non è più sufficiente e diventa necessario l’intervento della letteratura.
Aletto prende undici secondi e li dilata fino a contenerci dentro un’intera esistenza. Maradona è il centro gravitazionale del racconto, ma non il protagonista. Il cuore del romanzo è l’amicizia tra Carlos e Daniel, due ragazzi di un quartiere povero di Mar del Plata. Uno vuole fare il calciatore, l’altro uno scrittore e si promettono che il primo che si salverà, tornerà a prendere l’altro. Crescono tra discariche trasformate in campi d’avventura, promesse di riscatto, amori e sconfitte. Diego attraversa le loro vite come una figura omerica, una presenza che illumina il cammino degli altri. Il calcio è ovunque, ma soprattutto è il linguaggio attraverso cui interpretare il mondo. Più che a un romanzo sportivo, viene da pensare a García Márquez, a Soriano, a quella tradizione latino-americana in cui memoria, realtà e immaginazione finiscono per coincidere.
Carotenuto compie il movimento opposto: se Aletto allarga il tempo, lui lo abolisce. Nel suo torneo impossibile convivono senza gerarchie l’Ungheria del 1954, il Brasile di Pelé, l’Italia di Bearzot, la Spagna del tiki-taka, nazionali mitiche e altre impossibili, perfino femminili e maschili chiamate a sfidarsi nello stesso tabellone. È un gioco, naturalmente, ma un gioco serissimo che ci permette di incontrare Orazio Pánama, un radiocronista che parla tutte le lingue del mondo e racconta la meraviglia e la gioia che il calcio può regalare, ma anche un antagonista, un’Ombra che tanto ci ricorda i padroni del calcio di oggi. La domanda centrale per Aletto e Carotenuto è: a chi appartiene questo gioco?
Entrambi gli autori sembrano suggerire la stessa risposta: il calcio appartiene alle storie. Non ai proprietari, non ai dirigenti, non alle piattaforme televisive. Alle storie.
Per questo i due libri finiscono per dialogare. Aletto costruisce una geografia sentimentale dell’Argentina e mentre Maradona avanza, fra un inglese e l’altro, la memoria esplode e si apre un universo narrativo; Carotenuto costruisce una geografia immaginaria del calcio mondiale. Uno racconta come un gol possa contenere e scandire una vita, l’altro come una vita da tifoso possa contenere cento anni di calcio.
In fondo, entrambi, si ribellano al tempo. Perché il tempo porta via gli amici, gli amori, i campioni e perfino Maradona. La letteratura, qualche volta, riesce a riportarli indietro. Anche solo per undici secondi che fanno sembrare meno lunghi dodici anni di assenze azzurre.