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Calcio anno Zero. Proposte concrete per ripartire dopo Gravina
Il pallone italiano affonda per la terza volta consecutiva fuori dai Mondiali: non basta cambiare i vertici della Figc, servono riforme strutturali su formazione, giovani e spazio agli italiani in Serie A
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2 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:11 PM

Il presidente della Figc Gabriele Gravina (foto Fabrizio Corradetti per LaPresse)
Non è un problema di uomini, ma di sistema. Neppure la Madonna di Sabaudia che oggi tutti vorrebbero alla Figc, dopo averla invocata al ministero del Turismo, potrebbe salvare il calcio italiano senza una riforma strutturale. Ma non è più neppure il caso di affidare l’ennesima rivoluzione a chi ha già fallito due volte e, oltretutto, ha clamorosamente sbagliato le prime parole dopo la catastrofe, provocando la reazione indignata dei migliori atleti azzurri, da Furlani a Paltrinieri. Il ministro dello Sport Andrea Abodi tratta Gravina come Giorgia Meloni aveva fatto con Daniela Santanchè: gli chiede pubblicamente di farsi da parte: “E’ evidente a tutti che il calcio italiano va rifondato e che questo processo debba ripartire da un rinnovamento dei vertici della Figc. Il governo ha dimostrato concretamente, in questi anni, l’impegno a favore di tutto il movimento sportivo italiano, reputo obiettivamente scorretto tentare di negare le proprie responsabilità sulla terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali, accusando le istituzioni di una presunta inadempienza e sminuendo l’importanza e il livello professionistico di altri sport”. Parole chiarissime che però non possono produrre un commissariamento della Federazione da parte del Coni, perché è previsto solo in circostanze specifiche, come il mancato funzionamento degli organi di vertice.
La mancata qualificazione al Mondiale ha prodotto l’assalto alla diligenza, ma deve fermarsi lì. Senza le dimissioni di Gravina non si può fare nulla e lui, per ora, ha solo convocato per oggi i presidenti delle componenti (Serie A, Serie B, Serie C, Dilettanti, Associazione allenatori e Associazione calciatori). Vuole capire se l’orientamento delle componenti è ancora per una sua riconfermaa o se le pressioni della politica dopo la mancata qualificazione hanno fatto cambiare idea. Nel 2017 il Commissario (Roberto Fabbricini, uomo Coni, nominato dal presidente Malagò) arrivò perché Tavecchio si era dimesso. E in passato il Commissario è sempre stato un uomo del Coni, quindi se Gravina si dimettesse la palla potrebbe passare a Carlo Mornati e non a Giovanni Malagò. Ma finché Gravina non si dimetterà, non si potrà fare nulla. E non si può scordare che a febbraio era stato eletto con il 98,7 per cento dei voti favorevoli. In Italia, non in Bulgaria. Il calcio italiano si era affidato a lui anche dopo il primo flop Mondiale. Se Malagò si candidasse è da quell’elettorato che dovrebbe prendere i voti. Ma nei corridoi, e non dall’altra sera, si parla anche di Umberto Gandini, Luca Lotti e Luca Pancalli, che è già stato commissario della Figc nel 2006 dopo le dimissioni di Guido Rossi. Senza contare un piccolo particolare: Gravina è anche vicepresidente dell’Uefa, fedele di Ceferin che ci ha aiutati ad avere gli Europei insieme alla Turchia. Visto quello che sta capitando in materia di stadi (vedi l’inchiesta su San Siro) siamo sicuri che senza Gravina l’Uefa continuerebbe ad appoggiare l’Italia. Anche questo è un rischio di cui tenere conto.
Ma che cosa bisognerebbe fare per evitare di ricascarci tra quattro anni? Sentir dire che non abbiamo più giocatori perché sono spariti gli oratori e il calcio per strada fa sorridere. Non è che nel resto del mondo sia pieno di bambini che rincorrono un pallone sbucciandosi le ginocchia.
Per prima cosa bisognerebbe lavorare su chi insegna calcio. “Cominciamo a mettere nelle posizioni di comando persone che hanno un pensiero differente da quelle che sono attualmente al comando”, suggerisce Filippo Galli che è un vero studioso dell’argomento. “Nei giorni scorsi è stato presentato un progetto tecnico della Federazione che però costituirebbe un passo indietro e non un passo avanti. Dal punto di vista metodologico e pedagogico è ormai superata l’idea di far diventare bravo tecnicamente un ragazzo e poi metterlo in campo. I ragazzi, come ha detto De Zerbi l’altro giorno, vanno educati alla scelta. Possono essere bravissimi tecnicamente, essere dei giocolieri come Mastur, ve lo ricordate? Ma se in campo non sanno che cosa fare con il pallone a che serve? Ci sono dei formatori che sono rimasti alle conoscenze degli anni 60 o gli anni 80. Possibile che nessuno voglia prenderne atto?”.
“Ormai nelle scuole calcio ci sono dei baby sitter e non degli istruttori”, provoca Massimo Mauro come fa abitualmente dal palcoscenico di Mediaset. “Oggi non ti sbucci più le ginocchia, ci sono solo campi sintetici. L’istruttore si preoccupa se piangi, non se non ti diverti… Le scuole calcio fanno ridere… Sono sempre stato molto critico con l’Associazione calciatori. Oggi gli allenatori sono diventati importantissimi, guadagnano come un calciatore e decidono tutto loro. I giovani allenatori vogliono diventare così e pensano subito al risultato e non a far crescere un giovane”.
“I settori giovanili delle squadre professionistiche sono numerosi, hanno anche strutture di alto livello. Il problema sta nelle piccole società dilettantistiche che sono state azzoppate dalla legge Spadafora del 2001 che ha fatto lievitare i costi per ogni voce di spesa, senza che i ricavi fossero adeguati”, racconta Aldo Serena, l’uomo che ha giocato su ogni sponda i derby di Milano e Torino e ora commenta il calcio su Sky. “Oggi i ragazzi spendono tra i 400 e i 1.000 euro per giocare, ma spesso gli istruttori, che sono volontari, non hanno formazione. Credo che il mondo professionistico con una tassazione minima potrebbe finanziare le piccole società per aiutarle a formare i ragazzi. Basterebbe lo 0,5 per cento di certi bilanci. Ma poi quegli investimenti andrebbero controllati perché qui siamo bravissimi a riceverli e poi a usarli per altri scopi”.
Lavorare sui giovani è il primo passo, ma poi quei giovani vanno fatti giocare. In Serie A solo il 32/33 per cento dei giocatori è convocabile in Nazionale. All’estero la media sale al 45/46 per cento. La differenza è enorme. L’impressione è che alle nostre squadre non freghi nulla della Nazionale, tanto che non è stato trovato neppure il tempo per regalare a Gattuso uno stage. In Turchia, dove Montella ha strappato la qualificazione, hanno fermato addirittura il campionato. Sarebbe una cosa buona già vedere più italiani in campo. L’Europa impedisce di porre barriere come accadeva una volta. “Se i dirigenti della Juve hanno pensato a giocatori come David e Openda, preferendoli a degli italiani vorrà pure dire qualcosa? Se al Como che osanno anch’io, viene consentito di avere in rosa un solo italiano, un problema esiste…”, provoca Mauro. Un vecchio saggio dice che per aggirare le leggi europee, invece di imporre una barriera vietata, si dovrebbe incentivare l’utilizzo di giovani italiani. Ma incentivare davvero, con premi che possano davvero far decidere una società di investire su un italiano e non sul millesimo inutile straniero. “Si mettano d’accordo sportivamente Lega e Federazione, facciano un’appendice alle nostre regole e impongano la presenza di cinque italiani in campo. Però devono giocare perché solo così si cresce. Guardate Palestra o Pio Esposito… Certo che Pio adesso chissà quando si riprenderà da quel rigore. Però un po’ tutti gli attori coinvolti, soprattutto noi ex calciatori che facciamo i commentatori: dovremmo smetterla di raccontare come meravigliosi dei gol normali o di parlare di fenomeni dopo una buona partita. Poi questi si esaltano e gli stipendi esplodono. Ma è mai possibile che per la firma di Yildiz la Juve abbia radunato tutti attorno al tavolo per la foto ricordo? E’ tutto esagerato. Mai viste cose così neppure per Platini”.
“Credo bisognerebbe premiare chi forma un giocatore e lo fa arrivare in Serie A. Ma premiare davvero con cifre che consentano a una squadra dilettantistica di reinvestire nel progetto. Una volta allevare talenti dava un ritorno economico decisamente più importante”, aggiunge Serena. “Cambiare la metodologia dell’insegnamento ai giovani è molto più importante dell’organizzazione, è chiaro che ci vuole una governance che queste cose le comprenda, che le faccia sue e che metta lì delle persone che prima di tutto le capiscano e le possono applicare. Dobbiamo cominciare da lì e poi pensare a come far giocare di più gli italiani”, conclude Filippo Galli.
A questo punto non resta che attendere le decisioni di Gravina e le sue dimissioni. Che sembrano inevitabili per tutti, tranne che per lui che pure è un uomo intelligente. Se dovesse restare incollato alla poltrona, il calcio si avventurerebbe in una strada troppo accidentata per poter resuscitare.