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15a tappa: Seregno-Bergamo, 195 km

Giro d'Italia. Brandon McNulty e quella fuga colma di gambe e testa

Giovanni Battistuzzi

A Bergamo vince l'americano regolando allo sprint Ben Healy e Marco Frigo. Due corridori molto simili a lui non tanto per caratteristiche fisiche, quanto per intelligenza ciclistica. Attenzione: Almeida è scattato

È un bel corridore Marco Frigo, che non ha paura di essere staccato, che sa che l’importante nel ciclismo è fare e non strafare. E lui fa, a modo suo, dosando quello che può dare nel migliore dei modi. Non è facile imparare a fare questo, è ancor meno facile applicarlo in corsa. Farlo al primo anno da professionista è una rarità. A Bergamo, sotto lo striscione d’arrivo della 15esima tappa del Giro d’Italia, Marco Frigo è arrivato terzo, battuto in volata da due corridori molto simili a lui. Ciclisti di gambe, ottime, e testa, tanta. Brandon McNulty è stato il più lesto allo sprint: ha lasciato Ben Healy alle spalle, alla distanza di sicurezza, quella di una bicicletta. Ha potuto festeggiare staccando le mani dal manubrio, alzando le braccia, la maniera più scenografica, più bella.

Eppure Brandon McNulty ha reso possibile la vittoria ben prima degli ultimi metri, ha costruito la sua voltata sulla salita che portava a Roncola Alta. Lì, a una trentina abbondante di chilometri dall’arrivo, ha deciso che non era il caso provare a seguire Ben Healy. Andava troppo forte l’irlandese, cambiava troppo il ritmo. Non è mai piaciuto tutto ciò all’americano. E allora l’ha lasciato andare, ha inserito il regolatore di velocità, quello più adatto alle sue gambe. Era un rischio, ne era cosciente, perché pure Ben Healy è uno che sa dosare lo sforzo, amministrare con sapienza ciò che può dare. Quattro corse a tappe di tre settimane però ti insegnano che dopo due settimane di corsa lo sforzo percepito è diverso da quello effettivo. Ben Healy ha fatto i conti buoni, nella teoria. Brandon McNulty nella pratica. Sulla salita che portava a Bergamo alta ha cercato di non perdere la ruota dell’irlandese, poi si è messo a ruota, ha aspettato il rientro di Frigo, ha accelerato al momento giusto. È bello vedere i corridori che corrono bene, che sanno il loro valore e cosa possono dare. Ce ne erano tre in testa alla tappa, tre ragazzi intelligenti, ha vinto chi ha incamerato più gare in passato.

È bello vedere anche il bel tempo al Giro d’Italia. Non ci si era più abituati, non erano soprattutto più abituati i ciclisti. Più d’uno, sorridendo, aveva detto al via di essere sorpreso. Allo stesso modo di quanto è rimasto sorpreso chi sulla strada che portava a Porta Garibaldi ha visto scattare Joao Almeida. Il portoghese è solitamente uno che si aggrappa all’ultima ruota del gruppo e non molla e supera chi molla a uno a uno. È un campione della determinazione. Oggi s’è vestito da attaccante. Uno scatto, due scatti, poi un altro in discesa. Prima o poi serve vedere come stanno gli altri. Ha capito che stanno bene, che non sarà facile in montagna. Né Primoz Roglic, né Geraint Thomas, né Damiano Caruso. E neppure Andreas Leknessund, che se lo filano meno di Damiano Caruso quei tre: il secondo, il terzo e il quarto della classifica, Thomas, Roglic e Almeida. Lui intanto è lì, pedala che un bel vedere, all’antica con quel suo rapporto durissimo. E attende il momento di essere staccato. Sempre che arrivi davvero.

Da martedì si inizia a salire in montagna, montagna vera, trentina. Martedì ci arriverà con la maglia rosa sulle spalle Bruno Armirail, che è contento per l’opportunità, che dice che è un onore essere un gregario, che non pensa a fare altro. Che non succede, non potrà accadere, ma che bello sarebbe vederlo qualche giorno in più in maglia rosa. Costa nulla sognare.

    

L'ordine d'arrivo della 15esima tappa del Giro d'Italia 2023

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