Mal d'Inghilterra

Paola Peduzzi

Tutta l’epopea dell’inglesità progressista s’è schiantata contro un’ira che pare trumpiana. Il paese ormai ostenta simboli di un nazionalismo sorridente solo per finta, tra stizza e irrimediabile voglia di rivalsa

Per chi ha sempre avuto un debole per gli inglesi, nonostante i tanti anni a mettere alla prova questo amore a ogni curva, oggi è un giorno triste. L’epopea sulla “englishness” ritrovata che ha accompagnato la Nazionale inglese verso la finale, con gli intellettuali inglesi che facevano a gara per chi riuscisse a individuare il più promettente tra i caratteri nazionali, si è schiantata nel giro dei primi minuti di delusione post rigori. I fischi razzisti ai calciatori neri, le medaglie levate con stizza dai giocatori con gli occhi lucidi, l’affrettata uscita degli eredi al trono, la polizia a scortare gli italiani, lo stupore violento e incomprensibile di un popolo che aveva deciso che avrebbe vinto gli Europei, indipendentemente dalla realtà – parevano i trumpiani la notte in cui hanno perso le elezioni.

 

“Gli inglesi hanno messo i loro valori al centro del campo”, ha scritto Yasmeen Serhan sull’Atlantic, in uno degli elogi più completi dell’“englishness”, questo spirito nazionale senza istituzioni, perché anche Orwell diceva che lo spirito inglese era sempre stato confuso o illuminato dallo spirito britannico, al punto che nessuno ci faceva più caso, anzi molti non volevano proprio farci caso. Il calcio è uno dei pochi luoghi dell’inglesità, ma se si guardano le immagini degli Europei e dei Mondiali di una ventina di anni fa tutte quelle bandiere con la croce di San Giorgio non c’erano: c’era la Union Jack, in perfetta sintonia con l’inno dei britannici che celebra una Regina dei britannici (anzi di molti di più: del Commonwealth). La bandiera bianca e rossa che sventolava ovunque, disegnata sulle barbe dei tifosi e sui visi dei bambini, e che poi è diventata un fazzoletto nazionale, fino a qualche tempo fa era il simbolo dell’estrema destra, del nazionalismo sfrenato, del British National Party e dell’English Defence League: non usciva dagli stadi, a volte non ci entrava neppure.

 

In queste settimane di Nazionale illuminata, con Gareth Southgate, l’allenatore, che scriveva lettere ai tifosi in cui colorava di gioia e di memoria positiva l’avventura degli Europei, l’inglesità è stata associata all’idea di un patriottismo progressista (ne ha scritto anche Gideon Rachman sul Financial Times), quasi che questi Europei fossero la prima possibilità per dimostrare che la bruttura della Brexit era alle spalle, ingoiata anche se non digerita, che il nazionalismo ha anche una faccia buona, o almeno sorridente. Simboli e valori si sono accavallati partita dopo partita, e a un certo punto Wembley è diventato il centro del dibattito, la misura della capacità degli europei di accettare la nuova englishness, di riporre i rancori, di accettare la separazione senza rimuginarci su troppo.

 

Che l’offerta inglese non fosse soltanto il patriottismo progressista ostentato da Southgate si è visto anche prima della notte dei cuori spezzati: la sfacciataggine con cui l’Inghilterra pensava di aver già vinto questo Europei ha superato presto la soglia dell’ingenuità speranzosa diventando (per noi del sud Europa poi, così scaramantici) quasi inquietante. Per ieri era stata annunciata una festa nazionale post Europei, il giorno delle celebrazioni, e alla mattina molti non sapevano se l’invito a stare casa fosse decaduto: anche piangere per tutta una giornata non era un’idea da scartare. C’è chi si è tatuato la coppa prima di averla disputata, chi non ha mai neppure contemplato l’ipotesi di una sconfitta, c’era nell’ossessione di “It’s coming home” una sensazione di inevitabilità, incontrollabile e irrazionale, che infatti poi ha lasciato spazio alla delusione incontrollabile, fatta di violenza e di rabbia, di stupore senza più illuminismo, né progressismo, canzoncine, leoni, né ironia, l’inglesità che si colora di nero e dà lo spettacolo più nefasto che ci sia: la stizza, l’idea che sia stato rubato qualcosa, la voglia di vendetta e rivalsa, il mal d’Inghilterra di questo tempo.

 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi