Società
non indifferenza, ma spazio aperto •
La laicità di Zaia
Nella riflessione sul fine vita, l’ex governatore del Veneto dimentica la dimensione etica
8 SET 26

Foto ANSA
Nella recente intervista concessa alla Repubblica, Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto, in riferimento all’approvazione della legge sull’attuazione del suicidio medicalmente assistito, dichiara che “lo stato deve essere laico”. Chiunque, al di qua e al di là del Tevere, nelle curie diocesane o nei palazzi civici, sottoscriverebbe oggi questa incontestabile affermazione. Ma quale idea di “laicità” lasciano trasparire le scarne parole raccolte dalla giornalista? Par di capire che Zaia non faccia riferimento solo all’irrinunciabile separazione tra stato e Chiesa che caratterizza la concezione moderna e liberale di uno stato democratico, sancendo l’autonomia della sfera politica da quella ecclesiastica, un patrimonio di civiltà acquisito e riconosciuto dalla Chiesa. Il confessionalismo e l’intolleranza religiosa non hanno più posto in una società storicamente e culturalmente plurale quale è la nostra.
L’intervistato sembra spingersi oltre, quando sostiene che “i cattolici nelle istituzioni devono occuparsi non delle anime, ma dei corpi”. Qui la cesura non passa più lungo il Tevere, ma spacca la persona – il fondamento della società e di ogni sua espressione, fino alla politica – nella sua struttura ontologica che è unitaria (Corpore et anima unus, dice il Concilio Vaticano II; Gaudium et spes, 14) e nella esperienza che ciascuno di noi fa della propria vita, in cui quello che siamo, pensiamo e facciamo è espressione, al medesimo tempo, della nostra corporeità e della nostra spiritualità. Può un dualismo antropologico così marcato e irrealistico assurgere a principio guida di un programma politico e amministrativo che ambisce ad affrontare in sede regionale questioni sensibili e complesse della vita concreta delle persone, la malattia e la sofferenza (che non è solo il dolore percepito attraverso il sistema nervoso periferico e centrale del corpo), le forme della cura (del corpo, della mente e dell’anima) e il vissuto di chi si prende cura dei malati (personale sanitario, parenti, amici e volontari)?
La laicità, nel mantenere separati gli ambiti delle istituzioni statali e regionali da quelli che sono espressione della vita ecclesiale dei credenti, non esige né postula una impossibile ripartizione dei compiti di servizio alla persona e alla società sulla base di una reciproca estraneità della salute del corpo da quella dell’anima, della medicina dalla pastorale, della scienza dalla fede, e della politica dalla morale, che rischia di scivolare nella contrapposizione, come lasciano trasparire le parole di Zaia: “La differenza tra me e un prete è che io devo applicare una legge, e il prete no”.
A ben vedere, tutti – credenti e non credenti, laici ed ecclesiastici, uomini di governo e preti e vescovi – devono fare i conti con la legge, che è duplice: quella umana (legge positiva) e quella divina (legge eterna). La laicità è autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica, ma non da quella etica, cui è legata quella giuridica. E’ l’etica razionale, e non la teologia morale, che non può essere espunta dal pensiero e dall’azione degli uomini e delle donne che servono la società attraverso le funzioni pubbliche, qualunque sia il loro credo o agnosticismo.
Nel caso dell’approvazione di una nuova norma regionale, il riferimento alla “applicazione della legge” è infelice. Per Zaia e i consiglieri veneti si trattava di recepire le sentenze della Corte costituzionale sul suicidio medicalmente assistito e di costruire, sulla base di esse, una legge (con diverse opzioni decisionali e organizzative lasciate aperte dalla Consulta), e non di emanare un decreto attuativo in obbligo di applicazione di una legge nazionale già in vigore, che attualmente non esiste.
Da ultimo, ma non meno rilevante, è la concezione di “libertà di coscienza” in politica espressa dall’ex governatore veneto, che sarebbe riducibile all’idea che ciascun parlamentare o consigliere può esprimersi, nel voto segreto, come gli pare. Non si dimentichi, però, che presupposto di essa è la “coscienza della libertà” di scegliere sempre il bene e respingere il male che la laicità è chiamata a custodire e promuovere. Laicità non è indifferenza, ma spazio aperto e accogliente del diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di contribuire al bene comune e di promuoverlo e difenderlo con mezzi leciti, servendo così la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona.
