Gli scacchi presi con filosofia

A Clash of Generations III il quattordicenne Yagiz Kaan Erdogmus sconfigge Veselin Topalov e si prende il record dei 2700 Elo. La scacchiera produce campioni sempre più precoci. Resta da capire se c'è ancora spazio per crescere

27 APR 26
Ultimo aggiornamento: 13:56
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La partita: Yagiz Kaan Erdogmus vs Darmen Sadvakasov, Abu Dhabi Chess Festival 2024, 1-0. Ora il Bianco può assicurarsi un vantaggio vincente sfruttando la pessima coordinazione dei pezzi neri. Riesci a vedere come?

Mentre a Cipro si disputava il Torneo dei Candidati per decidere chi avrebbe avuto il privilegio di affrontare il campione del mondo, su un’altra sponda del Mediterraneo – a Monaco – si scriveva un piccolo pezzo di storia. “Clash of Generations III”: questo il nome della sfida, andata in scena dal 12 al 19 aprile, che ha visto affrontarsi alla scacchiera il veterano Veselin Topalov – una leggenda “minore”, se proprio dobbiamo concederci gerarchie ingrate, ma, appunto, pur sempre una leggenda, con un rating di 2717, 51 anni, titoli mondiali e una vastissima esperienza alle spalle – e il giovanissimo Yagiz Kaan Erdogmus, talento turco classe 2011, un nome che fino a non molto tempo fa richiedeva di essere sillabato, e che oggi si pronuncia con una certa cautela reverenziale. Il risultato è stato schiacciante: quattro vittorie e due patte per Erdogmus, un 5-1 che non lascia spazio a interpretazioni. Più che uno scontro generazionale, è sembrato un brutale passaggio di consegne, con tanto di timbro ufficiale: un record infranto.
Erdogmus diventa il più giovane scacchista della storia a superare il punteggio Elo di 2700, a soli quattordici anni e dieci mesi – circa un anno prima di Wei Yi, che deteneva il primato da un decennio, e due anni prima di un certo Magnus Carlsen. Sono numeri che spaventano, che sbalordiscono, che lasciano di stucco i comuni mortali da circolo. Numeri che raccontano una tendenza ormai difficilmente ignorabile: gli scacchi stanno diventando un gioco sempre più precoce, sempre più rapido nel produrre eccellenza, sempre più simile a una catena di montaggio del talento. In questa trasformazione i computer hanno avuto un ruolo decisivo. Dopo la vittoria di Deep Blue contro Kasparov (1997) qualcuno aveva frettolosamente decretato la “fine della storia e l’ultimo scacchista”: chi avrebbe più voluto giocare a un gioco “risolto”? La profezia è stata rapidamente smentita. Le macchine hanno abbandonato il ruolo di sfidanti – per manifesta superiorità – per diventare aiutanti: oggi si studia, si gioca e si analizza con una precisione impensabile fino a pochi decenni fa. Senza i computer non si spiegano né il livello raggiunto dalle nuove élite né la popolarità del gioco.
E però, mentre si celebra la smentita più clamorosa di quella previsione, ne è emersa una versione più sottile. Una “fine della storia” non come trionfo, ma come limite. Gli scacchi sono sempre più giovani, ma fin quanto potranno esserlo? Siamo sempre più bravi, ma fino a che punto? Perché è questo il punto: non si può crescere all’infinito, che si guardi all’Elo o al pil. Ogni sistema finito – e gli scacchi lo sono, per quanto vasti – contiene in sé il proprio soffitto, e quando anche gli scacchi lo avranno raggiunto, lì comincerà la vera partita.